Safety Car o Rivoluzione?

In questi giorni, la più suggestiva metafora l’ho ascoltata da Mauro Santinato di Teamwork. Parla della Safety Car. Per cui siamo tutti alla stessa velocità dietro a qualcuno che ci guida, in attesa che si ripulisca la pista dagli incidenti e dalle macchie d’olio… per poi ripartire. Ovviamente affinché la ripartenza post emergenza avvenga, è necessario avere in dote delle linee guida certe e affidabili, e armare i “piloti” di fiducia e di qualche certezza. Molti operatori del settore turismo, ristorazione compresa, ritengono che la Safety Car messa in pista dal Governo avrebbe sbagliato non solo la velocità, ma addirittura autodromo. Della serie: siamo in Formula Uno, non sui go-kart. 

La situazione è sicuramente complessa e l’esasperazione è ormai un dato di fatto da parte degli operatori. La rabbia, nel momento che sale, è capace essa stessa di diventare un problema. Tant’è che leggendo quello che esce sui social, non c’è da stare allegri. Se si dovessero prendere alla lettera le varie dichiarazioni di operatori pubblicate in questi giorni, ci sarebbe da pensare che la Digos abbia un bel po’ da preoccuparsi.

Ma sono solo parole. Almeno finora. Non voglio pensarci, ma la notizia del primo suicidio di un imprenditore del turismo potrebbe far sì che dai toni incazzati si passi a gesti “simbolici”, capaci di andare un po’ troppo in là. 

Decidere cosa fare non è facile, ma forse non è neanche difficilissimo. 

Hanno provato a spiegarlo in tanti, pure Zagrebelsky. E quello che ha detto l’ho capito anch’io.

In sintesi: un popolo non si può guidare solo per ordinamenti e sanzioni, ma occorre dargli anche la “smolla” attraverso la partecipazione responsabile. E poi – e questo è argomento che amo – i mezzi  le modalità di comunicazione per promuovere l’obbedienza, devono esser diversi da quelli per creare responsabilizzazione. Quindi “a ciascuno il suo: al governo le prescrizioni giuridiche (vietare, consentire e imporre), alla società, nelle sue tante articolazioni, la promozione dell’etica della responsabilità“.

Condivisibilissimo. Ma prima di applaudire, ci dobbiamo porre una domanda: c’è da fidarsi di noi Italiani? Da sinistra, sembra che arrivi un coro di no. Beh, non poteva essere altrimenti: è stato un governo di destra ad applicare la legge anti fumo… che già dopo neanche una settimana, gli Italiani hanno acquisito e messo agli atti nella loro quotidianità. 

Quindi? È giusto fidarsi del nostro senso di responsabilità? 

Mah… Basta girare per strada e tocchi con mano che di persone di cui non vale la pena fidarsi, ce ne sono troppe. Questo al netto delle grigliate di condominio sui tetti, delle corse clandestine al trotto sulle strade di Palermo, delle dichiarazioni di Sgarbi per cui “una visita a Codogno è una figata, tanto sono tutte cazzate“, e via di seguito.

La cosa buffa poi è che il tema della fiducia riguarda sempre gli altri… poi magari scopri che proprio tu fai parte di quella cerchia di persone di cui gli altri non si fidano.

Non so che dire. 

Non vorrei che da questa cosa mi rimanesse solo l’idiota pregiudizio per cui non fidarsi è di sinistra, mentre “dare la smolla” e di destra. Non se ne può più…

Da parte mia, mi piacerebbe che si creassero le condizioni per ricordare questo periodo per aver ricevuto un atto di fiducia, sentendomi, come tutti gli altri, responsabile della salute e sopravvivenza di ogni componente di quel patrimonio che si chiama comunità. 

Dovrebbe essere così, anche senza Covid19. Perché i cittadini devono essere parte della soluzione e non il problema.

L’articolo è uscito anche sul Corriere di Romagna, leggibile a questo link.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Se bastasse uno schemino

Stamane mi sono svegliato e ho avuto la brillante idea di costruire uno schemino in grado di contribuire a fare chiarezza sulle strategie che sta adottando il Governo, in merito alle procedure sociali da adottare durante questa pandemia.

Sto facendo fatica a districarmi tra le varie critiche che sta ricevendo il Governo, che secondo me sta procedendo con buon senso. Ma del mio feeling verso l’individuazione del miglior buon senso, non mi fido sempre molto.

Per questo motivo ho provato a realizzare uno schema che mi aiutasse a applicare la logica.

Eccolo qui… spero possa essere di aiuto anche ad altri.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Togliete quei plexiglass dai media!

Qui non è questione di look, o di essere fighetti. Il posizionamento di immagine è una cosa seria. Ha a che fare con le logiche sofisticate (non nel senso di fighette, ma nel senso di complesse) del brand.

Per dirla come ce l’hanno insegnato i grandi del marketing, brand è il lavoro che fa una marca nella testa del cliente. Perché mentre un prodotto si fa in fabbrica, il brand si costruisce nella mente del cliente.

Quando si tratta di costruire una Ferrari, non basta progettare e assemblare qualità. Occorre affiancare anche una personalità. Tant’è che una Ferrari ti dà godimento sia che la guidi, sia che la tieni in garage. Così come un Rolex ti dà gusto al polso anche nel caso le lancette siano ferme. Questo perché non abbiamo acquistato semplicemente un prodotto, ma un feeling. 

Fare in modo che un marchio sia nel cosiddetto Top of Mind, significa essere il primo link rispetto a una suggestione. Ad esempio, fin dagli anni 80, Volvo ha lavorato affinché la prima risposta alla domanda “indicami un’auto sicura“, la risposta fosse proprio Volvo. E il lavoro è consistito nel creare un prodotto realmente sicuro e più sicuro degli altri, ma anche nell’impostare questa idea nella testa di noi potenziali clienti.

Bene… Adesso immergiamoci in quello che nella testa delle persone è rimasto dopo il bombardamento mediatico di quei plexiglass in spiaggia. Credo che il risultato sia questo: a partire dal 7 aprile, quando la notizia è cominciata ad uscire, la nuova cartolina della Romagna sia diventata quella. E malgrado tutte le smentite (anche autorevoli e ben motivate) che si tratti di un’idea sbagliata, inopportuna, impraticabile, scomoda, economicamente sconveniente, peggiorativa, etc, sui media (giornali, web, social, televisioni e radio… quindi non solo internet) c’è ancora qualcuno che costruisce rimandi e link a questa ipotesi. 

Qui adesso bisogna agire.

L’appello è alle APT, alle DMC, alla Regione e ai nostri Comuni tutti. Controbilanciamo e sostituiamo quella malsana cartolina del nostro territorio il prima possibile.

La fase delle dichiarazioni, delle controdeduzioni e dei ragionamenti è finita: ora iniziamo la fase della ricostruzione dell’immagine. Ora bisogna lavorare per scardinare quel visual infetto, sostituendolo con un’immagine diversa, onesta e vera, che sia rappresentativa del miglior feeling che possiamo essere in grado di offrire.

Nella testa di chi ha incamerato il visual delle spiagge al plexiglass è arrivata una suggestione lontana dai bisogni attuali. Già era poco vincente l’immagine della nostra spiaggia colma di turisti, con gli ombrelloni troppo vicini e la gente accalcata. Tant’è che Rimini si è voluta dotare di una progettualità nuova per il suo waterfront. Ma ora più che mai, in fase di ripresa post Covid19, il desiderio di naturalità, autenticità è il fronte da perseguire, anche per andare incontro alle esigenze, sia amministrative che psicologiche, del distanziamento sociale (sarebbe stato meglio definirlo distanziamento fisico, ma vabbè…).

rendering del progetto Parco del Mare di Rimini

Ricordiamoci sempre che quando acquistiamo un prodotto (che sia un vestito o una vacanza) in realtà acquistiamo la versione migliore di noi stessi. Questo perché, nella società che ci siamo costruiti, siamo abituati grazie anche (ripeto “anche”) alle merci – sia materiali come un’auto, sia immateriali come una vacanza – a trovare scampoli di felicità e certezze identitarie. 

Proviamo a fare lo “spiegone”…

Gli psicologi e sociologi studiosi della pubblicità, ci stanno dicendo che in realtà il compito della pubblicità è sempre stato quello di farci disinnamorare di noi stessi.

Attenzione, il discorso si fa interessante…

La pubblicità, nel mostrarci con sapienza nuove merci, ci fa capire che senza quel prodotto non siamo all’altezza e ci incute un senso di perdita. Questa cosa ha a che fare con il cervello primitivo, quello che fa partire le reazioni di pancia. ma tutto si risolve facilmente: per riappropriarci dell’amore verso noi stessi, basta l’acquisto di quella merce. In sintesi, il prezzo della felicità equivale a quello del cartellino appeso alla merce. E tutto questo processo ricomincia da capo ogni giorno, davanti a ogni vetrina, ogni giornale, ogni device…

Quindi acquistiamo continuamente con l’illusione di migliorare noi stessi. Attenzione… non stiamo parlando solo di Ferrari o Rolex, o di vacanze in yacht a Formentera o un intervento di chirurgia estetica. Questo processo investe tutto. Compreso l’acquisto dell’ennesima maglietta in super svendita, del nuovo guinzaglio per il cane, della nuova custodia per lo smartphone comprata “dal cinese”.

In questo complesso contesto, giusto o sbagliato che sia, l’acquisto di una vacanza c’è dentro fino al collo.

Bene: la cartolina con il plexiglass non ci aiuta, anzi…

Quindi non rimane altro che distribuire nuove cartoline. Nuove cartoline che sappiano essere vere e credibili, capaci di esprimere le nuove esigenze di autenticità e che siano espressione credibile dei valori del nostro territorio.

L’appello di queste righe non è puntato a far sì che il lavoro sia svolto bene, per carità: le nostre task force sul turismo in questi anni hanno saputo confezionare bene la nostra offerta. 

L’appello sta nel velocizzare questa opera di riposizionamento.

Bisogna agire subito nel modificare la cartolina del plexiglass, in modo che quell’argomento venga sostituito e abbandonato, e quella deleteria suggestione (che non meritiamo) sia cancellata.

Come? A questo ci penseranno gli esperti. L’importante è che succeda da domani. Anzi, da stasera.

Sennò questa fase due, per noi sarà un due di picche.

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere di Romagna e leggibile a questo link.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Una 4 Stagioni al tavolo 7, laggiù all’incrocio…

Prima abbiamo vissuto la fase dell’incredulità, poi dello sgomento. 

A seguire c’è stata quella della resistenza e della retorica. 

E siamo arrivati a oggi, dove deve per forza partire la fase che chiamerei “epurata”. 

È la fase concreta, il momento della messa a terra delle cose da fare.

Serve quindi buon senso, ragionevolezza e una volontà epurata da tutto quello che in questo momento non serve.

Questo ragionamento torna particolarmente utile se affrontiamo l’argomento della futura ripresa del settore della ristorazione.

Dice bene Rino Mini, imprenditore e manager, nonché ristoratore: “Se i ristoranti non avranno gli stessi coperti di prima, saltano in aria. Succederà per molti e si salverà solo chi ha le spalle ben coperte. Dobbiamo evitarlo a tutti i costi“. Poche parole, ma chiare. Mini sa bene che la ristorazione è un driver strategico territoriale. Il nostro territorio vanta un’offerta ampia, varia e ben diffusa. Per noi è un forte vantaggio: siamo destinazione anche per questo. Le saracinesche chiuse non fanno aumentare gli incassi a chi rimane: se l’offerta di un territorio perde i pezzi, l’appeal cala. 

Quindi in gioco c’è la sorte di lavoratori e imprenditori, ma anche l’immagine di tutta una serie di territori, come anche il nostro, vocati alla qualità della ristorazione, dove convivono sapientemente innovazione e richiami alle tradizioni.

Nel concreto, quello che c’è da fare è presto detto: le amministrazioni devono concedere ai ristoratori tutti gli spazi all’aperto disponibili per la realizzazione di dehors esterni, in modo che si possano ampliare gli spazi di somministrazione.

L’obiettivo? Compensare il necessario “taglio” dei tavoli utile a garantire le distanze di sicurezza tra i clienti che i nuovi provvedimenti comporteranno.

Il tutto da concretizzare con tempistiche veloci, meglio se velocissime, in modo che gli imprenditori abbiano modo di organizzarsi, per essere pronti il giorno stesso in cui la riapertura sarà possibile.

Quindi…

I Comuni prendano in mano la situazione, come in diverse occasioni hanno dimostrato di poter fare e mettano come priorità anche il fare sistema tra loro. 

La Sovrintendenza intervenga con modalità adeguate all’emergenza (per carità: nessun incitamento all’anarchia, ma una richiamo al buon senso).

Le categorie economiche facciano in modo che i tavoli operativi siano veloci e diretti, senza quindi vetrine e retoriche.

Gli imprenditori ragionino in ottica di sistema una volta per tutte.

E i cittadini? A tal proposito mi ricordo di quel macellaio riminese intervistato in piena emergenza mucillagini dell’89, che dichiarò di non essere toccato dal problema, in quanto i suoi clienti non erano turisti,  evidenziando la sua inconsapevolezza nel dedurre che probabilmente almeno 7 dei suoi 10 clienti acquistavano le sue bistecche con i soldi guadagnati dalla loro attività turistica.

Estate 1989: il Presidente dell’Agenzia del Turismo Primo Grassi mentre beve un bicchiere di acqua di mare davanti ai fotografi, sfidando la peste delle alghe.

Quindi che tutti facciano la loro parte. 

Non ci sono molti altri discorsi da fare.

Partiamo da qua.

E una volta avute le certezze adeguate, partire con l’operatività.

Il tutto affiancato da un’adeguata attività di comunicazione. 

E su questo, i nostri Comuni non hanno nulla da imparare.

Let’s roll!

L’articolo è anche pubblicato sul sito del Corriere di Romagna: ecco il link.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

La carta igienica bugiarda e la discoteca per uno solo

Ci avevo creduto anch’io, ma non è vero: la carta igienica non è il bene di consumo più saccheggiato durante la quarantena.

L’ha spiegato bene il solito Paolo Attivissimo in un suo articolo pubblicato sul portale Zeus, che vi riassumo in breve.

Sono due le sue controdeduzioni.

La prima è che la sparizione della carta igienica sia in realtà un fenomeno mediatico. 

Riceviamo la maggior parte delle informazioni in forma visiva e quindi un oggetto ingombrante e vistoso come un pacco di carta igienica spicca di più rispetto a una scatoletta di tonno, sia nel carrello della spesa pieno, sia come spazio vuoto sugli scaffali“.

E in più c’è l’esito mediatico che non conta poco: il consumatore con il pacco famiglia da trentadue rotoli sottobraccio è sicuramente più fotogenico di un cliente con otto scatoline di dentifricio.

E poi vogliamo mettere l’aspetto quasi ridicolo e assurdo dell’incetta di carta igienica rispetto a una più sensata scorta di zucchero o detersivo?

Quindi una fake news? Non proprio, ma quasi…

Seconda controdeduzione, più concreta.

Dovendo stare in casa invece di andare a scuola o al lavoro, la conseguenza è che si consuma più carta igienica nel proprio domicilio e molta meno nei luoghi pubblici. Questo causerebbe un effettivo aumento della necessità di carta igienica per uso domestico e il continuo svuotamento degli scaffali. Il rischio di rottura di stock è per forza quotidiano: una cosa è consegnare confezioni per uso casalingo, un’altra fornire pallet per scuole, uffici, stadi, aeroporti, stazioni, autogrill, ristoranti, etc..

Quindi, o per uno, o per entrambi i motivi sopra elencati, “possiamo smettere di dare la colpa di queste momentanee penurie alla stupidità del genere umano“. Paolo Attivissimo conclude con stile, ammettendo però che la tesi della stupidità dava sicuramente più soddisfazione.

È chiaro che quando non capiamo le cose, invece di ammettere la nostra ignoranza, giochiamo la carta della stupidità degli altri.

Spesso però le cose che non capiamo le accettiamo comunque, soprattutto quando sono contestualizzate all’interno del recipiente simbolico dell’arte. Almeno questo succede a me: mi faccio piccolo piccolo (con l’arte non si può fare la figura degli ignorantoni) e provo almeno a indagare.

Così mi è successo per un’iniziativa della Biennale Val Gardena, dove a Ortisei ha aperto una piccola discoteca per una persona alla volta. No, mi dispiace: non è stata pensata in ottica Covid19. Si tratta di una piccolissima baita in legno, che presenta l’insegna Disco For One. È un omaggio a Giorgio Moroder, nato da quelle parti. Se l’iniziativa non avesse la sua bella narrazione e il suo messaggio simbolico, sarebbe una bella str….ta. Invece, per come è stata presentata, risulta affascinante. Infatti, tutto quello che è uscito sui media (finora non tanto, a dire il vero) non ha presenta cortocircuiti e di questo ne stanno beneficiando tutti i soggetti coinvolti.

Un po’ come è successo per Achille Lauro a San Remo, dove se si sbagliava una sola virgola, quello che usciva poteva scatenare l’effetto baraccone. E invece, come è stato evidente, tutto è andato per il meglio e il brand Gucci si è portato a casa un’esposizione mediatica pazzesca e di alta qualità. Lì, l’operazione è stata una sorta di geniale hackeraggio, dove l’idea è stata supportata dalla migliore attività di ufficio stampa dai tempi del lancio del telefono cellulare in occasione di Italia 90. 

È proprio vero: il linguaggio dell’arte ci aiuta a crescere e ad allargare i nostri orizzonti.

Ma come faremo nell’immediato post Coronoavirus con l’arte, i suoi eventi, le sue esposizioni, i suoi spettacoli? 

C’è stata a Stoccolma la provocazione della presentazione di un’opera di Rossini davanti a un singolo spettatore, scelto attraverso un sorteggio, il tutto organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura. Stessa cosa l’ha proposta il Teatro dell’Opera e del Balletto di Perm, in Russia. Una sorta di “Opera for One” invece del “Disco for One” di cui abbiamo parlato. 

Ok, quelle notizia sono uscite in tutto il mondo, ma non sono state presentate come possibili soluzioni… ci mancherebbe altro.

Mi ha invece affascinato l’idea di far esplorare ad alcune compagnie teatrali l’ipotesi dei cosiddetti Peep Show. I quartieri a luci rosse delle capitali nord europee presentano questi spettacolini, per cui chi entra assiste appartato in singole stanze e pertugi. Per il teatro potrebbe essere una strada percorribile, al fine di garantire le esigenze di distanza sociale. Lo riportava il sito Exibart, che sottolineava di quanto fosse palloso il teatro in video, che non poteva essere quindi un’alternativa da prendere in considerazione. 

La questione non è di poco conto. Il teatro e l’arte a tutti i livelli, hanno il faticoso e affascinante ruolo di interpretare il nostro presente: è da lì che molti si aspettano di ricevere una nuova interpretazione e messa a terra del prezioso concetto di comunità.

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere di Romagna ed è visibile a questo link.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Quale hotel per la mia prossima vacanza?

QCome dice Roberta Milano, esperta di viaggi e turismo, il turismo è a uno stop e ha due problemi: cosa fare ADESSO e cosa fare DOPO.

Concetto semplice e chiaro.

E a proposito di semplicità e chiarezza, questo è il momento di porsi domande altrettanto semplici e chiare al riguardo.

Ecco quelle che sono venute in mente a me…

Riuscirò ad andare in vacanza?

Quali caratteristiche dovrà avere l’hotel della mia prossima vacanza?

E in quale luogo deciderò di andare?

Se il mio business è il turismo, adesso come posso impegnare questo periodo di quarantena? 

Le varie risposte le sto ricavando sia dagli esperti, sia dagli operatori turistici stessi.

Quindi…

Ci sarà domanda di mercato di vacanze? E quanta?

Chi è bravo a rispondere, deve per forza tenere conto delle difficoltà economiche, della mancanza di ferie, ma anche dell’aspetto psicologico.

L’altro giorno Forbes ha pubblicato un sondaggio dove alla domanda “Qual è la prima cosa che farai quando sarà finita la quarantena“, il 45% degli italiani ha risposto: “Aspetterò diversi giorni prima di fare qualcosa“.

Per dovere di cronaca, il 20,5% ha risposto “farò una festa” (privata a casa con amici stretti), il 19,3% “andrò al ristorante“, il 12,4% “viaggerò in Italia” e il 3% “viaggerò all’estero“.

Altra domanda semplice e diretta: che caratteristica deve avere l’hotel della mia prossima vacanza?

Le indicazioni su come andare incontro alle nuove esigenze che richiede la lotta alla pandemia, hanno a che fare la modifica delle nostre abitudini e un nuovo necessario approccio alla quotidianità, almeno nella prima fase del dopo virus.

A questi cambiamenti ovviamente si dovrà adeguare il servizio in hotel.

Al riguardo, in questi giorni ogni albergatore al mondo si sta ponendo la questione di come rendere l’accoglienza più adeguata possibile alle problematiche del Covid-19, evitando forme di contatto fisico.

Gli esperti hanno cominciato a dare indicazioni mostrando che le soluzioni ci sono.

Prima di tutto va sensibilizzato il personale attraverso una formazione comportamentale (quindi non semplice teoria, ma guida pratica e fisica di come muoversi),  al fine di evitare qualunque gestualità che implichi contatto diretto con i clienti. 

Va modificata la procedura di sbarazzo e rimpiazzo del tavolo, per cui sostituire e igienizzare sempre e tutto… e magari prediligere l’usa&getta, ovviamente con materiali in linea con la sostenibilità ambientale.

Diminuire il numero di tavoli rispettando le giuste distanze, garantendo un numero adeguato di persone in sala.

Quindi, conseguentemente, prolungare gli orari di apertura del ristorante, allungando l’orario del servizio e organizzando turni, dove il cliente avrà la possibilità di scegliere l’orario a lui più consono e gli operatori sapranno gestire orari e presenze per evitare assembramenti.  

Cancellare i servizi buffet e self service e ritornare al “servito”, oppure gestire il servizio come se si fosse al banco di una gastronomia.

Creare proposte di menù veloci magari da far scegliere al cliente, al fine di limitare il tempo di permanenza del cliente in sala.

Incentivare il pasto in camera, magari dotando ogni camera di un tavolo adeguato.

Aumentare il numero di divise per ogni addetto, per garantire il cambio ogni giorno.

Gestire ordini e fornitori in modo da ridurre i giorni di consegna, organizzando le modalità di contatto all’arrivo delle merci, nonché lo smaltimento sia degli indumenti del personale addetto al ricevimento, sia degli imballaggi.

E altre cose che sarà importante e doveroso fare…

Ecco, nella scelta dell’hotel credo proprio che riterrò fondamentali queste informazioni.

C’è ancora chi dice che il mestiere dell’albergatore (e del ristoratore) sia una passeggiata?

C’è anche un’altra questione: queste azioni che ho citato non solo vanno fatte, ma vanno raccontate.

Se il consumatore turista non riceve queste informazioni, non si riesce a trasmettere il messaggio di fiducia.

Il punto è proprio qui: veicolare fiducia e credibilità. 

Anche qui le cose stanno cambiando…

Fino a ieri, quando si trattava di “raccontare”, si utilizzava il termine storytelling.

Lo storytelling, di cui ad esempio è maestro Oscar Farinetti, ci permette di far affacciare il consumatore alle emozioni e quindi di posizionare il nostro prodotto all’interno di quegli scenari valoriali che fanno comodo in termini di acquisizione di appeal e quote di mercato.

Bene, quella roba lì è forse finita.

Gli esperti ci stanno dicendo che dallo storytelling è necessario passare alla storydoing.

Attenzione: qui non si tratta semplicemente di una nuova definizione autoreferenziale (quindi autolesionista) del marketing.

Storydoing è un termine tecnico per definire l’indirizzo in cui proprio in questa fase è bene far virare la narrazione.

In poche parole: attraverso lo storydoing ti dico quello che faccio nel concreto, ti spiego come mi sto muovendo e come sto gestendo la mia quotidianità per offrirti quello che ti sto promettendo.

Quindi, non voli pindarici ed emozioni che poi non trovano riscontro nel concreto.

Schema grafico by Future Concept Lab (Francesco Morace sempre sul pezzo)

Grazie alla narrazione storydoing, in tempo reale ti faccio vedere cosa sto facendo per te, che sei o potrai diventare un mio cliente.

Ha detto bene l’altra sera Paolo Iabichino nella diretta Instagram che organizza con Giovanni Boccia Artieri: la soglia di sensibilità dei consumatori si è molto alzata e quello che sta succedendo è come un setaccio che porta a galla solo le cose che contano.

Lo stiamo vedendo tutti i giorni: questa profonda crisi ci fa apprezzare le persone che fanno cose che contano, piuttosto che coloro che sanno solo raccontare, ma che poi nel concreto non fanno nulla.

Altra domanda semplice e chiara: quale territorio eventualmente sceglierò per la mia vacanza, che sia di una settimana o un veloce short break?

Sicuramente non il luogo più bello, ma quello di cui mi fiderò di più.

E qui entra in gioco lo Storydoing di cui abbiamo sopra accennato, che diventerà acceleratore strategico nella creazione di fiducia verso il consumatore.

Se quindi potremo permetterci qualche giorno di vacanza, c’è caso che la scelta possa ricadere su località fino a ieri lontanissime dai nostri pensieri, ma magari a pochi kilometri da noi.

Sta a vedere che nel breve, la nostra Riviera diventerà il luogo di vacanza di tutti i romagnoli…

Infine, c’è il tema di come sarebbe opportuno che gli operatori turistici impegnassero adesso il proprio tempo. Le cose giuste da fare potrebbero essere tre.

1) Cominciare a predisporre la messa in sicurezza delle proprie aziende, attendendo o cercando di prevedere i vari decreti che verranno sicuramente emanati al riguardo e di cui se ne sta parlando da settimane in vari webinar e dirette social di settore (o verticali, come direbbero gli esperti). 

2) Fare formazione, sia per sé, sia per i propri dipendenti e collaboratori (chiedete alla riminese Teamwork le richieste e adesioni che arrivano…).

3) Creare spirito di comunità tra colleghi per scambiarsi opinioni e creare condivisione.

Su quest’ultimo punto è bene soffermarsi.

Gli ultimi due decenni ci hanno confermato, come non mai, che l’innovazione passa per la condivisione.

Sicuramente, il prossimo futuro dimostrerà che la condivisione sarà lo strumento più efficace per la nostra necessaria rinascita.

Quindi parliamoci, sentiamoci, confrontiamoci…

L’articolo è uscito anche sul Corriere di Romagna.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Gli inglesi nel mito

Il discorso della Regina Elisabetta di ieri ha avuto come obiettivo (voluto?) di proiettare l’attuale popolo inglese nel mito.

Ecco il passaggio chiave del suo discorso: “Spero che nei prossimi anni tutti potranno essere orgogliosi di come hanno risposto a questa sfida. E coloro che verranno dopo di noi diranno che i britannici di questa generazione sono stati più forti di qualsiasi altro, che le qualità dell’autodisciplina, della cortese determinazione e della comprensione reciproca ancora caratterizzano questo Paese”.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Il complottismo? Una figata…

Il mio rapporto con il complottismo ha a che fare con la curiosità… e la creatività.

Il fenomeno mi interessa.

Ogni tanto sull’argomento parlano gli esperti… e a me piace prendere appunti.

I concetti che ho imparato sono secondo me interessanti.

In primis, tutto questo complottismo è una caricatura della razionalità. Abbiamo infatti bisogno di creare l’idea del complotto per muoverci all’interno di una complessità che non capiamo.

Il nostro cervello è costretto a fabbricare il falso proprio per difendersi… e difenderci. Quindi non è una questione di essere scemi: abbiamo bisogno di cercare di sopravvivere.

Il complottismo è figlio di questo bisogno e (cosa che credevo) non è una sorta di patologia. D’altronde ci rendiamo tutti conto che abbiamo l’abitudine di costruire continui ricordi falsi: è una nostra necessità.

Modifichiamo i nostri ricordi per fare in modo che il nostro passato non sia contraddittorio con la nostra attuale personalità, evitando così di entrare in un cortocircuito, nei casi in cui la personalità che ci siamo costruiti non combaci con le vicende che abbiamo vissuto.

La conclusione di questi ragionamenti/appunti è affascinante: il falso è stato creato per farci stare bene.

La storia è piena di falsi non solo a causa del complottismo, ma anche per aiutarci a capire meglio.

Abbiamo bisogno infatti anche di avere delle visioni romantiche di quello che è successo… quindi romanziamo il nostro passato per nostra comodità e beneficio.

Nel film del 1995 Braveheart di Mel Gibson, vincitore di 5 Oscar, si narrano le epiche vicende del popolo scozzese nel XIII secolo.

Le necessità romantiche hanno costretto l’autore ad alcuni cortocircuiti storici che hanno messo in fermento molti critici. Infatti, con il lodevole obiettivo di dare enfasi al senso di nazionalismo scozzese, sono stati inseriti nel film due elementi improbabili: il kilt e le cornamuse, che al tempo ancora non esistevano.

Sempre a proposito di miti da sfatare, tirerei in ballo i Cosacchi.

I Cosacchi sono quella popolazione che, per vicissitudini storiche, si è trovata a far parte prima del Grande Impero sotto la Zar russo, poi sotto il Comunismo di Lenin e Stalin.

Negli anni della Guerra Fredda, era famosa la frase “Se passa il Comunismo, ci troveremo i Cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nella Fontana di Trevi” (frase, sembra, attribuibile a San Giovanni Bosco). La metafora, azzeccatissima sul piano della comunicazione, presenta anche qui un cortocircuito storico.

Nel libro “Le favole e la politica“, Stefano Pivato ci ricorda che i Cosacchi sono sempre stati nemici della Russia Comunista e sono stati vittime degli stermini etnici stalinisti. 

Hanno addirittura stretto alleanza con Hitler nel tentativo di invasione nazista in Russia. Malgrado tutto questo, il mito dei Cosacchi è stato usato da Stalin per alimentare il mito del coraggio e il mito rurale della grande Russia.

Quindi in sintesi, “mentre il regime sovietico procedeva alla loro eliminazione, sul piano propagandistico continuava a esaltarne il mito romantico“.

Dai, lo sappiamo: le fake news non sono un’invenzione dei nostri giorni.

E a proposito di questi nostri giorni, il complottismo attorno al Coronavirus si sta nutrendo alla grande.

Ce n’è di tutto e di più. Ma è sempre stato così. E dalla creazione di Internet in poi, la proliferazione è stata esponenziale.

Anni fa mi incuriosì molto lo scenario occulto/esoterico della Tav in Val di Susa.

Provate a fare una ricerca sul web e scoprirete, casomai non lo sapeste già, che la TAV è frutto di un disegno malefico, per colpire a morte quello che è il maggiore chakra (nodo energetico) del nostro continente.

La teoria è semplice: attraverso la costruzione di tunnel, le forze del male vogliono inserire barriere di piombo e amianto con il fine di interrompere la linea retta energetica del bene che dall’Abbazia di Mont Saint Michel passa dall’Abbazia di Val Susa, dal Santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano, per arrivare (almeno così mi sembra…) a Santa Sofia a Istanbul .

Ma la Val di Susa non è arida di sorprese.

Accanto all’Abbazia si erge per oltre i mille metri il mitico Musimè, un vulcano a riposo, luogo di alieni, lupi mannari e leggende misteriose (tra cui l’esilio di Erode), che gli è valso l’ambito titolo di montagna più misteriosa d’Italia. D’altronde, non c’è da stupirsi: siamo appena a 20 km da Torino, città del triangolo della magia nera, con Lione e Ginevra.

Vogliamo poi parlare dell’11 Settembre, dove le teorie esoteriche della lotta del bene contro le forze del male hanno invaso anche i media generalisti?Ricordate le foto delle Torri Gemelle dove dalle fiamme si intravvedevano i peggio demoni?

Il complottismo esoterico non ha risparmiato neanche il marketing. Gli esempi non li faccio, ma vi consiglio di “cazzeggiare” in rete per scoprire che c’è chi riconduce marchi prestigiosi o alla venerazione per Saturno, divinità crudele e oscura, o alla simbologia massonica, etc.

Per me che da ragazzo ho letto due volte “Il Mattino dei Maghi“, tutto questo è massima goduria.

Beh, che c’è di male? 

C’è chi guarda gli horror, chi segue Gomorra… 

Invece a me piace il realismo fantastico.

Visibile anche sul sito del Corriere di Rimini a questo link.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Fermi tutti: questo è un esperimento sociale

L’altro giorno, su indicazione di mio figlio, ho assistito a una diretta Instagram del professore Giovanni Boccia Artieri, di cui mi pregio essere amico.

La diretta era una sorta di dialogo intervista con Paolo Iabichino, creativo, pubblicitario, scrittore e genio del nostro tempo.

Iabichino l’ho conosciuto grazie a “Scripta Volant“, divertente e istruttivo saggio uscito nel 2017.

Dal dialogo tra i due sono emerse varie cose interessanti e, c’era da prevederlo, diverse parole d’ordine.

In primis, almeno per me, BONIFICARE L’IMMAGINARIO.

Si è approdati a questo dall’analisi del calo di aggressività e rancore nei post di queste ultime settimane.

Il trauma sta contribuendo a questo.

“Un ecosistema complesso come il nostro, ha bisogno di un trauma” per provare a fare ordine in un mondo pieno (troppo pieno) di contraddizioni.

Parole sante.

Ultimamente su Sky ho visto Another Happy Day, film del 2011 premiato al Sundance.

La storia vede come protagonista un diciasettenne un po’ deviato che si trova costretto a partecipare a un matrimonio.

Il suo contesto familiare è super incasinato e particolarmente teso.

A un certo punto il ragazzo afferma alla madre, una fantastica Ellen Barkin, che non potrà essere certo un matrimonio a contribuire a rasserenare i rapporti, ma piuttosto un funerale.

E così sarà, alla fine del film, con la morte del nonno.

Il trauma, appunto.

In questi giorni ho finalmente preso in mano “Possiamo salvare il mondo prima di cena“, il best seller di Jonathan Safran Foer.

Il teorema di Foer è semplice…

Abbiamo compromesso il pianeta e qualunque cosa facciamo, è troppo tardi… e ritiene che la crisi climatica è direttamente proporzionale alla nostra capacità di credere.

Una delle genialate del libro è il parallelismo con la vicenda dello sterminio del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale.

C’è un passaggio stupendo, quando un testimone degli accadimenti in Europa, dopo un viaggio pericolosissimo, arrivò a Washington nel 43 dove incontrò uno dei massimi giuristi americani, anch’esso ebreo, tale Felix Frankfurter.

Frankfurter, allibito, non mise in dubbio la veridicità dei fatti, ma ammise la propria incapacità di credere a quella verità.

Ovvero: non aveva abbastanza elementi da rimanere emotivamente scosso.

E qui arriva la sentenza di Foer: per mobilitare le persone occorre che l’argomento diventi una questione emotiva.

Sono in molti che hanno acquisito la cognizione che il nostro standard di vita non è compatibile con la sostenibilità del pianeta.

Io sono uno di questi.

Eppure, come afferma Foer, sto facendo ben poco per colmare i gap.

Perché?

Perché non sono abbastanza coinvolto emotivamente.

Il Covid 19 è un acceleratore emotivo.

E questa cosa – parole di Iabichino e Boccia Artieri – ci sta permettendo di riconsiderare le priorità.

La paura (il dolore, la sofferenza, le perdite) che ci sta generando il Coronavirus ci ha fatto toccare con mano le nostre fragilità.

Ci fa capire ogni minuto l’importanza delle cose che credevamo scontate.

A proposito di cose scontate…

L’altro giorno – non ricordo su quale sito – è stato lanciato un gioco, che cita come segue: hanno scoperto un nuovo numero tra il sette e l’otto e tocca a voi disegnarlo.

Pazzesco! Difficilissimo!

Non avevo mai pensato che inventare un numero fosse così disarmante: ti trovi davanti un vuoto cognitivo.

Non sai dove cominciare, come impostare, dove arrivare…

Almeno questo è l’effetto che mi è arrivato.

Eppure, cosa c’è di più scontato dei numeri?

Quindi dicevamo: bonificare l’immaginario.

Ovvero, rigenerare la nostra idea di mondo.

È questa l’eredità che ci consegna il Coronavirus?

Se così fosse, siamo davvero di fronte a un esperimento sociale.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Visionari, premonizioni, oroscopi

Da una parte Bill Gates, dall’altra l’astrologo Branko.

Del primo si parla in questo periodo, di quando si è presentato sul palco di un Ted Talk per i classici 8 minuti che questo genere di eventi concedono per portare una propria testimonianza. Era il 2015 ed entrò in scena spingendo un fusto metallico, quelli tipici utilizzati per contenere beni di prima necessità, nel timore di un attacco nucleare, affermando: “Il pericolo è un altro” e parlando di catastrofi possibili per il futuro, invece del solito fungo atomico, mostrò l’immagine di un virus.

Poi l’astrologo Branko…

Lo sapevate? Sembra lui sapesse.

L’ha riportato Dagospia, il sito dell’amico Roberto D’Agostino. Ecco qua il link.

Branko aveva previsto la catastrofe Coronavirus.

Ecco cosa disse l’astrologo nella prefazione al suo oroscopo 2020, scritta a inizio dicembre: “Il quadro astrale dell’anno prossimo si è verificato prima della seconda guerra mondiale. Molte volte non crederemo a quanto vedranno i nostri occhi o sentiranno le nostre orecchie. Serpeggerà una nuova e mai provata agitazione il primo giorno di primavera. Sarà una prova di resistenza per tutti noi, ma poi…“.

Pazzesco, vero?

Allora ho digitato su Google “Nostradamus Coronavirus”… e ho trovato al primo posto una news dell’ADNkronos, l’autorevole agenzia stampa internazionale che riporta la dichiarazione di Renucio Boscolo, numerologo e scrittore, considerato tra i più esperti studiosi delle profezie del veggente cinquecentesco.

L’emergenza mondiale del Coronavirus era stata prevista da Nostradamus. In alcuni suoi versi si fa esplicito riferimento a quanto sta avvenendo“.

In particolare, “nella sestina 11-30 si parla chiaramente di un medico e di un grande male che porterà infermità da costa a costa“…

Infine: “Ci sono troppi ignoranti di mestiere che fanno i ciechi e sordi“, aggiunge Boscolo, che si autodefinisce “sentinella e discepolo di Nostradamus”, puntando il dito contro coloro “che si appellano a quartine distorte che nulla hanno a che fare con la determinante precisione di questi versi specifici“.

Vabbè…

E Ronald Reagan?

È risaputo che Ronald e Nancy Reagan seguivano regolarmente l’oroscopo e relativi consigli, al punto che varie volte la data di alcuni loro viaggi è stata cambiata per evitare la cattiva sorte. Il Presidente ha negato in varie occasioni la veridicità di questa notizia: “Posso assicurare che nessuna decisione da me presa viene dal cielo“. Ma l’argomento è poi diventò così serio che la Casa Bianca fece anche intervenire il suo portavoce: “Il Presidente non consulta un astrologo“. Ma la verità era un’altra.

Con l’elezione di Reagan alla Casa Bianca, Nancy prese l’abitudine di telefonare sempre più spesso a Joan Quigley, l’astrologa californiana poi definita l’eminenza grigia della Casa Bianca. Quando poi l’astrologa le mostrò che le stelle avevano previsto l’attentato contro il presidente del marzo 81, la First Lady cominciò a interpellarla ossessivamente su tutto. Seguendo i consigli della Quigley, Reagan scelse il giorno in cui dichiarare la sua ricandidatura alla presidenza, in che giorno tenere determinate conferenze stampa, quando partire o tornare da un viaggio. Nancy consegnò addirittura al capogabinetto un calendario da rispettare: 

  • 20 gennaio, niente fuori dalla Casa Bianca, possibile attentato; 
  • 20-26 febbraio, fare molta attenzione; 
  • 7-14 marzo, brutto periodo; 
  • 12-19 marzo, niente viaggi; 
  • 21-28 aprile, stare a casa…

E via di seguito. 

Reagan teneva a sua volta un calendario in ufficio, segnando con tre colori differenti i giorni buoni, i cattivi e quelli così così per le attività del Presidente, in base all’oroscopo fornito dalla Quigley.

A questo punto non si può non parlare di lei, Sylvia Bowne, la scrittrice, veggente e medium, che in un libro pubblicato nel 2008, End of a days, predisse: “Entro il 2020 gireremo con mascherine e guanti per via di un’epidemia di polmonite“.

A pagina 210 della versione originale in inglese si legge: “Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di una epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, quasi in maniera più sconcertante della malattia stessa improvvisamente svanirà con la stessa velocità con cui è arrivata, tornerà all’attacco nuovamente dopo dieci anni, e poi scomparirà completamente“.

La notizia è da settimane sul web e la riprende anche il Fatto Quotidiano: Ecco il link.

Non male.

Il quotidiano cazzeggio in rete, spesso ci obbliga a districarci tra i vari complottismi: in primis quelli sempre di gran voga, ovvero quello Giudaico Massonico e quello del Nuovo Ordine Mondiale, con Rothschild nei posti di comando.

E poi è un attimo arrivare all’esoterismo, che, se sei in vena buona, ti diventa affascinante.

Avete mai letto la teoria per cui il marchio di Nike è un omaggio a Saturno?

Ma i chiaroveggenti?

Loro, invece, ce li dobbiamo andare a cercare.

La ricerca in rete ci mostra un quadro veramente ampio e molto variegato: in questo contesto ci troviamo, ad esempio, che Merlino, i Maya e Nostradamus giocano nello stesso campionato di Papa Giovanni e le sue profezie… e districarsi è un bel casino.

Un umile consiglio?

Direi di lasciare perdere…

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Se il virus fosse l’antivirus

E se questo virus fosse l’antivirus?

L’emergenza globale del coronavirus – proporzionata o sproporzionata che sia – ha innescato vari effetti, alcuni dei quali potrebbero essere considerati in maniera… diciamo originale.

Il teorema è il seguente…

Nel caso fossimo convinti che il modus vivendi che il mondo sta adottando all’insegna dello sviluppo e della modernità sia controproducente per il benessere dell’umanità, allora il coronavirus può essere – provocatoriamente – visto come un amaro, ma necessario antidoto.

Se ci facciamo caso, in questi ultimi giorni abbiamo avuto modo di toccare con mano che l’argomento salute ha messo in quattro e quattr’otto in secondo piano tutte quelle che sono le priorità che fanno girare il mondo, come la finanza e l’economia.

Attraverso scelte e decisioni concrete, nazionali e transnazionali, si sta condizionando l’economia globale in maniera importante, forse drammatica.

Di botto, il mondo ha ribaltato la scala delle priorità, ridimensionando – e non di poco – tutte quelle argomentazioni che fino a poco fa erano in cima ai nostri pensieri. 

Come dire: ora c’è altro di più importante e vitale.

E in questo contesto, come per incanto, ci troviamo nella posizione di dover rallentare, fermarci… e magari riflettere.

Riflettere sui soliti temi di sempre, come la sostenibilità, i corretti stili di vita, la prevenzione… ma anche su temi “nuovi”, come la gestione dell’informazione, la credibilità delle fonti, etc.

Prima, a inizio del testo, ho parlato di antivirus.

Se il nostro modello e stile di vita per alcuni è vissuto come un “virus” da debellare, o quantomeno da ridimensionare, il coronavirus ha tutte le carte in regola per rappresentare provocatoriamente l’antivirus.

Al di là dei complottismi (per carità), delle sovraemergenze mediatiche, dei cortocircuiti sanitari, la vicenda che stiamo vivendo giorno per giorno (anzi, ora per ora), ci consegna un’umanità debole, ma in grado di decidere per il bene di tutti.

Certo, è un mix di paura e buon senso quello che sta facendo fermare il mondo, con l’aggiunta di un’ancora acerba dimestichezza verso il real-time mediatico/informativo.

Ma è indubbio che questa cosa avrà il potere di lasciare un segno nelle nostre coscienze, che ognuno – fortunatamente – sarà libero di interpretare come crede.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Il Black Friday per un mondo migliore

Ne stanno parlando in tanti della schizofrenia di questo venerdì.

Da una parte il Black Friday, dall’altra il Friday For Future.

Cos’è, una patologia del nostro tempo? O siamo sempre stati così?

Non so… ma punto a credere più alla seconda ipotesi.

L’importante è averne la consapevolezza.

Il Black Friday possiamo definirla una festa laica. Può essere occasione per acquistare quello di cui hai bisogno e che non ti puoi permettere… ma può anche essere la causa scatenante di inutili impulsi al consumo, per cui ti compri il phon o la lavatrice nuova, quando per le tue necessità sei già ampiamente a posto.

Il tutto in un contesto in cui le merci viaggiano, i soldi girano, ma i margini di guadagno sono ampiamente ridotti… ed assisti, da consumatore, al dibattito di commercianti e imprenditori su se ne vale la pena, o no.

C’è chi, a ragione, vede il Black Friday come l’altra faccia del Friday For Future, ma questo non vuole dire che i militanti simpatizzanti di Greta, oggi non carichino un carrello su Amazon.

È una contraddizione? E se lo è, ne siamo consapevoli? 

Lo scenario non è nuovo.

Siamo abituati a surfare tra gli stili della moda e i lifestyle: si abbinano le Dr Martens al borsone di Vuitton, ci sono i Boy Scout con i tatuaggi punk, c’è chi ha l’auto elettrica e possiede anche il super Suv. E c’è chi acquista un low cost per Madrid a 30 euro, per poi cenare in uno stellato che costa mezzo stipendio…

È tutto molto strano, anzi complesso.

Ma in fondo, a che serve dirci questo?

Forse potrebbe servire ad averne almeno consapevolezza.

Potrebbe servire ad acquisire coscienza che i nostri gesti quotidiani rispecchiano e racchiudono magari le contraddizioni, le voglie, le frenesie, i pruriti che spesso vediamo solo negli altri, magari denunciandoli con strabordante aggressività attraverso i nostri post sul web.

Il tema del rancore è stretta attualità (anche il Censis ce l’ha spiegato bene).

Forse una via di uscita la possiamo trovare pensando che le contraddizioni e i cortocircuiti etici che viviamo, siano occasioni per metterci alla prova: esami da affrontare per arrivare al famoso “mondo migliore”.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Non è tutto Populismo

È da un bel po’ che utilizziamo costantemente il termine populismo.

Prima grazie a Berlusconi, la Lega Nord e Le Pen… poi grazie a Grillo, Salvini, Fabrage e la Marine le Pen… poi adesso Trump e la Brexit…

Ma quand’è che un partito, un attore politico o una proposta politica possono essere chiaramente e inequivocabilmente etichettati con l’aggettivo populista?

La domanda, tra i tanti, se l’è posta Diego Ceccobelli, ricercatore in Comunicazione Politica presso la Scuola Normale Superiore, che ha pubblicato le sue considerazioni sul sito valigiablu.it (il gancio per me è stato un post del sociologo Alberto Abruzzese).

Ceccobelli prima è partito dalla definizione di populismo, ovvero “un’ideologia che considera la società divisa tra: da una parte le persone oneste, dall’altra le elite corrotte”.

Questa ideologia ritiene che la politica debba essere un’espressione della volontà del popolo.

Poi Ceccobelli ci ha fatto capire che con il termine populismo, noi erroneamente intendiamo un po’ troppe cose…

Primo errore: non è corretto confondere personalizzazione con populismo.

Ad esempio, la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e l’aver creato un partito legato strettamente alla sua persona, non significa populismo.

Secondo errore: non è corretto confondere Politica Pop con populismo.

Le interviste di Berlusconi, Renzi o Salvini sui settimanali di gossip?

Oppure le partecipazioni di politici al Processo di Aldo Biscardi?

Non si tratta di populismo, anche se sono modalità assai distaccate da uno stile comunicativo istituzionale.

Così come la famosa intervista di Mario Monti alle Invasioni Barbariche del 2015 su La7, in cui sorseggiò una birra e “adottò” il cagnolino Empty…

Certo, la politica si è data al Pop, ma non è populismo.

Terzo errore: non è corretto affermare che tutti i nuovi partiti popolari siano populisti.

Negli ultimi 20-25 anni, sia in Italia che all’estero, l’avanzata di nuovi partiti ci porta ad associarli al populismo.

Nello stesso bollirone, sono stati infilati Forza Italia, la Lega Nord, il Movimento 5 Stelle, Podemos in Spagna, lo UKIP in Gran Bretagna, l’Alternative für Deutschland in Germania… Partiti differenti, di destra e di sinistra, tutti oramai etichettati con l’epiteto populista.

Nel dibattito pubblico quotidiano, populismo è pertanto spesso associato a questi nuovi attori politici non tradizionali e, a vario livello, anti-sistema.

Quarto errore: è errata l’equazione Demagogia uguale a populismo.

Anche quando un attore politico prova a ottenere il consenso dei cittadini con promesse difficilmente realizzabili (demagogia, appunto), non starebbe producendo del populismo.

Quindi, in sintesi, Ceccobelli vuol dire che né la personalizzazione, né l’adottare strategie Pop, né l’utilizzo della demagogia, hanno alcuna relazione sostanziale con il concetto di populismo.

Possono quindi essere “scientificamente” definite populiste unicamente quelle forze politiche che sviluppano un programma e messaggi nei quali il popolo (visto come una unità unica e indivisibile e portatore di valori positivi) viene opposto alle élite (politiche, economiche, finanziare, etc.) considerate come corrotte.

Ceccobelli, bravissimo, ha anche portato degli esempi…

In nessuno dei quattro casi qui sopra riportati, è presente un messaggio populista.

La partecipazione di Renzi ad Amici, l’intervista di Salvini su Oggi, oppure Enrico Rossi (il governatore della Toscana) che pubblica una foto sulla sua pagina Facebook mentre munge una mucca…

Queste sono una semplice espressione di Politica Pop (al riguardo, mi devo andare a leggere il libro di Gianpiero Mazzoleni e Anna Sfardini uscito nel 2009).

E non c’è alcun tipo di populismo nel post pubblicato sulla pagina Facebook del Movimento 5 Stelle, in cui è semplicemente presente una fortissima personalizzazione condita con una comunicazione pop, come testimoniato dalla presenza del cuoricino.

Viceversa, i quattro post Facebook seguenti, indicano quattro tipici esempi di populismo, secondo la letteratura scientifica.

Il post del Movimento 5 Stelle è populista, in quanto presenta un richiamo diretto ed esplicito alla volontà popolare da opporre a una non specificata élite, che non starebbe facendo gli interessi del popolo.

Il post della Lega Nord attacca apertamente le élite (in questo caso quelle politiche europee e finanziarie).

Nigel Farage, incarna la definizione di populismo parlando di popolo contrapposto alle élite ignoranti e corrotte.

Infine, il post di Salvini è populista, in quanto vede nell’ALTRO diverso da NOI, una potenziale minaccia alla presunta omogeneità del POPOLO che LUI intende rappresentare.

Per la letteratura scientifica diventa pertanto fondamentale non confondere i termini, come “personalizzazione“, “politica pop” e “populismo“, che denotano fenomeni completamente differenti.

La personalizzazione ha a che vedere con l’aumento della visibilità e della rilevanza dei leader a discapito dei partiti…

La politica pop con la commistione tra la politica e la cultura popolare…

Mentre il populismo è una ideologia con caratteristiche precise e ben definite, ossia (ribadiamolo ancora) il considerare “la società divisa in due gruppi omogenei, le persone oneste contro le élite corrotte”.

Delimitare chiaramente i confini che dividono i concetti di “politica pop” e “populismo” è uno degli aspetti più importanti per cercare di definire al meglio il populismo.

Ma il capolavoro di Ceccobelli è il grafico…

Come si vede nel grafico, ci sono quattro tipi di attori politici:

  1. populista-pop
  2. non populista-pop
  3. non populista-non pop
  4. populista-non pop.

Questo significa che non tutti i leader pop sono al contempo populisti, e viceversa.

Andiamo con gli esempi…

Matteo Renzi, Barack Obama e Justin Trudeau appartengono ad esempio al tipo 2, visto che sono forse tre dei leader contemporanei più pop, ma non sono associati dalla letteratura scientifica al concetto di populismo. Tutti e tre, sebbene con differenti modalità e intensità, ricorrono alle persone e alle vicissitudini concernenti la propria vita privata. Utilizzano e interagiscono con i media, le retoriche, gli attori stessi appartenenti al mondo delle celebrità della televisione, della musica, dello sport e del cinema. Oppure riproducono e interpretano gli stili di vita e la quotidianità dei cittadini, o gli usi e costumi e le pratiche dominanti della cultura popolare di riferimento. Renzi, Obama e Trudeau sono pertanto tre leader politici Pop ma non populisti, visto che nei loro programmi e messaggi, il popolo non viene idealizzato come una unità unica e indivisibile da opporre a élite corrotte e incapaci di risolvere i problemi dei cittadini.

Marine Le Pen e Alexis Tsipras sono invece considerati due esempi emblematici di leader populisti, ma non Pop (tipo 4).

Berlusconi, Grillo e Salvini appartengono invece al tipo 1, essendo tre leader sia Pop, sia populisti.

Infine, Massimo D’Alema, Angela Merkel e Francois Hollande sono tre tipici esempi di leader né Pop, né populisti (tipo 3).

 

Ceccobelli conclude scrivendo che populismo sia oramai un termine “perso” e “da buttare”.

Una parola incapace di descrivere con assoluta chiarezza alcun fenomeno politico, quindi inutile, se non addirittura controproducente.

Meno associamo leader come Salvini, Grillo, Iglesias, Tsipras, Farage, Le Pen o Trump al concetto di populismo, più, forse, saremo in grado di capirne il successo e soprattutto il significato storico e politico.

Starà alla comunità scientifica, agli studiosi di comunicazione e politica, trovare nuove terminologie e a offrirci nuovi strumenti per comprendere ed eventualmente difenderci.

 

7 Febbario 2017

Share

1 Comment

Filed under Segnali Deboli

La Twitter Revolution non esiste?

Ci troviamo spesso ad avere a che fare con parole nuove, capaci di esprimere concetti che prima non conoscevamo.

Il termine post-verità (parola dell’anno per l’Oxford Dixionary) non è scappato fuori per caso.

L’elezione di Trump e la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Euro, hanno portato moltissimi esperti ad affermare che sono cambiati i paradigmi, i filtri, i metodi con cui avviene la persuasione.

 

Un bellissimo articolo di Fabio Chiusi su L’Espresso del 27 novembre scorso, parla di una disciplina che sta vacillando, in quanto un evento ne ha appena riscritto i confini: l’evento è l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, mentre la disciplina è lo studio della propaganda.

L’articolo è ricco di citazioni, ad esempio Castronovo, docente della University of Wisconsin-Madison: “L’elezione di Trump ha cambiato il modo in cui pensavamo circolasse l’informazione, come le persone comunicano, ma anche come processano e diffondono la propaganda… è un drammatico campanello d’allarme per molti studiosi di comunicazione politica e retorica“.

Il mondo dei media è impegnato a chiedersi se Trump è alla Casa Bianca per colpa dei social network, delle notizie false che vi circolano, attraverso la viralità di video e “memi“, portandoci a quella cosa chiamata post-verità.

Ecco una efficace spiegazione di post-verità: quando i fatti oggettivi contribuiscono meno alla formazione dell’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle credenze personali.

Il termine post-truth si dice che sia apparso la prima volta nel 1992 sul magazine The Nation, in cui il drammaturgo serbo-americano Steve Tesich faceva riferimento allo scandalo Iran-Contra di qualche anno prima e ai traffici illegali di armi tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Facciamo due esempi di post-verità, legati alle presidenziali americane.

I social network ad un certo punto hanno diffuso la notizia che Hillary Clinton avesse venduto le armi all’Isis. La notizia riportava sedicenti (false) fonti da Wikileaks (i famosi file resi illegalmente ufficiali da Assange).

Sempre nei confronti di Hillary Clinton, è stata clamorosa la Cospirazione del Ping Pong Comet, la pizzeria di Washington che, secondo una fake news, era al centro di una rete internazionale di pedofilia riconducibile alla candidata repubblicana e al suo ex capo campagna John Podesta. Il loro scambio di email con il proprietario della pizzeria per organizzare una raccolta fondi, diventò nel giro di pochi giorni la prova di un’organizzazione criminale con risvolti quasi satanisti. E per poco ci scappava una strage (un giovane padre giustiziere, è entrato un giorno in pizzeria, sparando armato di mitra).

Bene, ecco cosa si stanno chiedendo gli studiosi di comunicazione: quali conseguenze hanno generato queste false informazioni? Quanto sono state strategiche a favore di Trump? Quale può essere una strategia efficace per contrastare fake del genere da parte di chi li subisce?

Un altro probabile esempio attuale?

La diffusione della meningite è una causa delle migrazioni delle popolazioni africane…

Il rapporto tra comunicazione, strategie e falsi contenuti è sempre stato alla base del lavoro di chi si occupa di propaganda.

Harold Lasswell già nel 1941, parlava di un mondo in cui l’opinione pubblica affronta con sospetto ogni fonte di informazione, convincendosi che non ha senso cercare il vero negli affari pubblici.

Negli anni 20, era stato Walter Lippmann, giornalista e poi padre degli studi moderni sulla propaganda, a coniare la definizione fabbricare il consenso.

In sintesi, ecco come la pensava Lippmann… ed è perfettamente attuale oggi:

  • siamo nell’era del sovraccarico informativo e dell’economia dell’attenzione.
  • nel mondo ci sono troppe informazioni e l’uomo vi fa fronte, per natura, attraverso i pregiudizi
  • ma poi ci pensano i media a dare una forma a informazioni e contenuti.

 

Quindi sono i media a colmare la distanza necessaria tra l’evento e il pubblico… sono i media che rendono possibile la propaganda:

  • i media svolgono una funzione di filtro.

 

Cos’è dunque successo con Trump?

Fabio Chiusi cita il filosofo sloveno Slavoj Žižek che afferma: “La fabbrica del consenso si è spezzata“.

Anche qui, ecco una sintesi del pensiero di Žižek:

  • nel nostro ecosistema informativo, i media perdono autorevolezza
  • chiunque può diventare un media grazie a Facebook, Twitter, YouTube…
  • quindi la distanza tra l’evento e il pubblico si azzera.

Ovvero, il filtro dei media non serve più:

  • ciascuno ha il proprio filtro, che si nasconde sotto forma di un algoritmo, vuoi sia di Google, o di Facebook, etc…

Qual è quindi oggi lo scenario?

Ora gli Stati Uniti si trovano a un momento importante, in cui la macchina che costruisce il consenso si è rotta:

  • rotti i partiti tradizionali, di cui Trump rappresenta la negazione…
  • rotti i media, che lui e i suoi detestano…
  • rotte le rappresentanze sociali… rotto il futuro… rotta la democrazia, che non interessa a oltre due terzi dei Millennials americani.

 

L’elezione di Trump ci ha ancora una volta mostrato che esiste una realtà diversa da quella che ci mostrano i media.

Questa realtà a volte riaffiora.

Qualcuno si ricorda della maggioranza silenziosa che fece vincere le elezioni a Nixon?

Bene, quella realtà Trump l’ha fatta uscire fuori ancora una volta.

Importante quello che dice Mike Cernovich, il maestro dei memi pro Trump: “Se tutto è narrazione, allora c’è bisogno di alternative alla narrazione dominante“.

L’articolo su L’Espresso è proprio interessante…

Chiusi scrive che la propaganda, fino a oggi, non era materia di scienziati, ma di artigiani.

Ma oggi viviamo nell’era dei Big Data e della profilazione totale e quando parliamo di propaganda, sempre più intendiamo numeri, correlazioni, dati.

Si contano gli accessi, i like, le condivisioni, le pagine viste…

E questo è un lavoro di scienziati…

 

Ma ragionando solo di numeri, si può rischiare di sbagliare qualche analisi.

Grazie alla Primavera Araba del 2011 (definita da più parti come la Twitter Revolution), i social media venivano generalmente considerati come promotori di democrazia…

Quindi non di nuovi autoritarismi…

E qui l’articolo di Chiusi pone una domanda interessantissima: adesso come la mettiamo con Trump? Com’è quindi possibile che la Twitter Revolution abbia premiato proprio lui?

La conclusione di Chiusi non mi trova d’accordo, in quanto afferma che entrambe le retoriche sono fallaci.

Quindi, secondo lui, è falso che 5 anni fa sia stato Twitter a provocare rivolte democratiche, così come è falso oggi affermarlo per Trump.

Io penso che i social network siano uno strumento e vince chi meglio li usa.

È chiaro che i contenuti populisti nei social network trovano un’autostrada… ma non solo quelli, come ha appunto dimostrato la Primavera Araba.

Che i social network siano uno strumento per il populismo è una verità, ma è un’affermazione assai limitata… e anch’essa populista.

11 gennaio 2017

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Hipsters, Cosacchi e falsi miti

Era il 1975 e i Supertramp esplosero nelle hit parade di tutto il Pianeta.

Ricordate cosa cantavano? “Quand’ero giovane, la vita mi sembrava meravigliosa, magica… poi mi hanno insegnato a essere sensato, logico, responsabile, pratico e mi hanno mostrato un mondo dove sarei stato affidabile, intellettuale, clinico, cinico. A volte quando tutti dormono, da uomo semplice mi tormenta una domanda: vi prego, ditemi cosa abbiamo imparato. So che sembra assurdo, ma ditemi chi sono“.

The Logical Song” ha fatto parte della colonna sonora di una generazione che comunque aveva dei punti fermi, se non fermissimi.

Ricordo che ad un esame di Storia della Sociologia, che tenni nel 1980, il Professor Braghin mi fece una domanda sul Marxismo, sottolineando in premessa, come l’Unione Sovietica fosse una pentola a pressione.

Usciti dall’aula, con gli altri studenti si provò a ragionare sulla presunta follia di quell’affermazione: una pentola a pressione? L’Urss?!?

Noi avevamo chiaro (lo credevamo) di cosa fosse la Destra e la Sinistra, Ronald Reagan e Breznev, Berlino Est e Berlino Ovest, i Cattolici e gli atei… Su certe cose, vedevamo poche pentole a pressione. Eppure sappiamo tutti come è andata… e non solo in Russia.

Oggi è saltato tutto.

Viviamo la società liquida, dove abbiamo dovuto in fretta imparare a nuotare e navigare.

Ditemi chi sono” quindi cantavano i Supertramp.

L’identità dell’individuo non è certo tema nuovo.

Nelle caverne abitate dai primitivi, si sono trovate numerose tracce di impronte di mani. Citando Duccio Canestrini: “Cosa c’è di più individuale di una manata?“.

E questo vale più che mai oggi, nell’era del riconoscimento vocale, o dello studio del DNA, dove basta una traccia microscopica per sapere tutto di te.

Nella nostra ricerca individuale, abbiamo spesso trovato rifugio nello sguardo verso il passato, aggrappandoci alle tradizioni, agli antichi valori.

Come ha detto il grande Bernard Cova, il progresso ci ha portato dove volevamo arrivare per poi accorgerci che abbiamo bisogno anche di altro, che magari abbiamo perso per strada.

Quindi ecco il fenomeno del ri-radicamento, che comporta l’andare a ritroso, a rintracciare punti fermi a cui attaccarci. E pur di trovare qualcosa a noi utile, a volte le tradizioni addirittura ce le inventiamo.

C’è un libro che non ho letto, Eric HobsbawmL’invenzione della tradizione“, che sento spesso citare e che in sintesi (fonte Wikipedia) ci parla di tradizioni inventate come “l’elaborazione di una risposta a tempi di crisi, a epoche di rapido cambiamento sociale, alla necessità di dover fronteggiare nuove situazioni“. 

Questo aggrapparci al passato, ha a volte dei riscontri abbastanza buffi.

Un esempio illuminante l’ho ascoltato da Andrea Pollarini.

L’Aprilia ha lanciato anni fa l’Habana, lo scooter con un design spiccatamente retrò, quasi fosse il recupero della scocca di un motociclo tipico cubano degli anni 50… La cosa strana è che a Cuba non sono mai esistiti quel genere di motocicli. Ciò non toglie che il consumatore moderno abbia bisogno di immaginare che invece fosse così.

Barilla l’ha capito benissimo da tempo: nel surreale contesto che vede Antonio Banderas nei panni dello chef fornaio/pasticcere di campagna, il messaggio che Mulino Bianco vuol comunicare è che tutte le ricette sono frutto di un recupero di antiche tradizioni a rischio di sparizione.

Se facessimo una ricerca, potremmo scoprire che alcuni prodotti del Mulino Bianco non sono affatto legati alla tradizione… ma ciò non importerebbe più di tanto: quello che per il marketing conta è che l’idea possa reggere nell’immaginario collettivo.

Altro esempio, i Barbershop.

Riprendono in tutto e per tutto l’estetica delle antiche botteghe del barbiere… ma i saloni dei barbieri, una volta non erano così. Entrare in un Barbershop oggi significa vivere un’esperienza emotiva dal gusto retrò: oltre all’esigenza di aggiustarsi la barba, è questo che cercano i cosiddetti “nuovi hipster“, dando così forza alla loro identità condizionata dalle estetiche di moda.

Ok… ci troviamo quindi a volte a trovare consolazione in certezze inesatte: è un problema gravissimo?

Non saprei, ma ciò non toglie che ogni tanto ci farebbe bene dissacrare qualche mito, un po’ come ama fare il filosofo Galimberti.

Non certamente per il semplice gusto di polemizzare, ma giusto per dare un po’ più di credibilità e chance alla nostra contemporaneità.

Mi viene in mente Madagascar, il film di animazione in cui i pinguini riescono a scappare dalla zoo per tornare nella loro terra di origine, per poi, dopo varie peripezie, arrivare finalmente in Antartide… e scoprire che lì è uno schifo. Quindi abbandonano il freddo e il gelo per ritrovarsi a surfare alle Hawaii.

Sempre a proposito di miti da sfatare, tirerei in ballo i Cosacchi.

I Cosacchi sono quella popolazione (non è un’etnia, ma un popolazione formatasi da bande di mercenari meno di 2.000 anni fa) che, per vicissitudini storiche, si è trovata a far parte prima del grande impero sotto la Zar russo, poi sotto il comunismo di Lenin e Stalin.

Nel libro del mio illustre concittadino Stefano PivatoLe favole e la politica“, si ricorda come negli anni della Guerra Fredda (la più grande fiction della storia), era famosa la frase “Se passa il Comunismo, ci troveremo i Cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nella Fontana di Trevi“. La metafora è sicuramente azzeccata sul piano della comunicazione, il messaggio passa alla grande: la scuola Vaticana è maestra da millenni.

La cosa curiosa che rileva Pivato è che i Cosacchi sono sempre stati nemici della Russia Comunista e sono stati vittime degli stermini etnici stalinisti. Hanno addirittura stretto alleanza con Hitler nel tentativo di invasione nazista in Russia. Malgrado tutto questo, il mito dei Cosacchi è stato usato da Stalin per alimentare il mito del coraggio e il mito rurale della grande Russia.

Quindi in sintesi, “mentre il regime sovietico procedeva alla loro eliminazione, sul piano propagandistico continuava a esaltarne il mito romantico“.

Fortunatamente la Storia non perdona.

La questione però sta nel come noi dobbiamo difenderci da questa confusione, dai falsi miti, dalle tradizioni che non stanno in piedi, etc.

Da parte mia ho cominciato da tempo a chiedermi se siamo sicuri di dover rimpiangere il passato.

E poi ha acquisito la consapevolezza che sono quasi sempre le certezze, e non le incertezze, a generare i mostri.

I mostri delle certezze…

Diventa facile in questo discorso identificare gli Hitler, gli Stalin, le ragioni della razza, i credo religiosi, etc.

Risulta ben più difficile scovare le certezze farlocche su cui ci radichiamo nella quotidianità, che non ci permettono a volte né di ascoltare gli altri, né di allungare la Visione, né di crescere per il bene di tutti.

Come spesso succede, le parole più efficaci le ha Umberto Galimberti… Dobbiamo risvegliarci dalla quiete apparente delle nostre idee mitizzate, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo“.

 

20 Ottobre 2016

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

L’attualità e gli opportunisti perpetui

Mi ha parecchio stimolato una bella chiacchierata con l’amico Gianluca Lo Vetro – giornalista, scrittore e grande esperto del settore moda – dove, da buon osservatore, mi ha fatto notare come da tempo l’attualità sia un valore che la moda non può più fare a meno di prendere in considerazione.

Più o meno, il suo discorso fila così: non siamo più nell’era in cui c’è un Valentino che “impone” il verde rigato… e di conseguenza tutti a fare il verde rigato.

Oggi le dritte le detta l’attualità.

In questo scenario, assume un ruolo determinante il consumatore post-moderno, il quale, grazie alla globalizzazione, è sempre più determinato a rimanere infedele e viziato… ed è quindi azzeccatissima la definizione di opportunista perpetuo, lanciata da Evgeny Morozov nel libro “Silicon Valley: i signori del silicio“, che mio figlio mi ha obbligato a leggere.

L’attualità mostra uno scenario in cui la moda è fortemente condizionata da una polarizzazione a forbice. Vale a dire che i brand del settore si stanno adoperando principalmente verso due richieste agli antipodi: da una parte l’extra lusso, dall’altra il lusso accessibile (low cost).

Qualche esempio significativo…

Chanel rimane sempre un brand di alto valore, anche se nel suo business assume sempre più rilevanza la sua cosmetica, come ad esempio i rossetti, accessibili (ovvero in vendita) al piano terra della Rinascente, così come in qualunque punto vendita Sephora del mondo.

D’altro canto, Laura Biagiotti continuerà sempre a investire nell’haute couture, al fine di tenere alto il proprio brand, funzionale alla crescita del suo fatturato, fortemente condizionato dal settore profumeria, accessibile a tutti almeno a Natale e a San Valentino.

In linea con questo sono le scarpe in corda di Dolce&Gabbana

E gli stivali di gomma di Valentino

Ovviamente il clou del concetto viene espresso dall’operazione di Lagerfeld per H&M… se ve lo siete perso, andatevi a vedere il video.

E che dire di quella di Jean Paul Gaultier per OVS?

Per carità, nella moda questo è sempre avvenuto: Dolce&Gabbana hanno giustamente creato D&G e non sono stati certo i primi a muoversi in questo senso.

Di lusso accessibile se ne parla da tempo anche nel mercato del gioiello, dopo lo “sdoganamento” dell’acciaio.

Per farsi un’idea definita del concetto, basta dare un’occhiata alla case-history di Marlù gioielli, oppure passare davanti a uno dei vari Marlù Store, come quello di Riccione sullo strategico viale Dante: l’immagine è quella di una moderna gioielleria… dove i prezzi in vetrina, ben evidenziati con gusto e maestria, riportano prezzi che spesso non arrivano a 20 euro per prodotti di forte appeal e di ottima fattura e qualità.

E acquistarli significa ricevere, compreso nel prezzo, un packaging regalo da fare invidia a Tiffany…


Ma la polarizzazione di questi anni sta veramente allargando la forbice.

Da una parte c’è sempre più gente che, pur seguendo e apprezzando la moda e i suoi prodotti di alto profilo, si chiede con che coraggio acquisto o indosso una borsa che costa più di 3 mila euro, anche se magari ne ho la possibilità.

Dall’altra, c’è invece chi mostra e ostenta… spesso senza possedere né gusto, nè stile.

La rincorsa all’attualità presuppone l’esigenza di cambiare.

E a volte sembra proprio una rincorsa… quasi che l’esigenza fosse di vivere un’attualità diversa ogni giorno.

Così come indossare un capo diverso ogni giorno sia un sogno che il mercato da tempo sta provando a concretizzare.

Per primo Zara, con il suo arrivo, ha modificato il concetto di riassortimento.

Lo Vetro faceva notare che se una volta gli arrivi erano massimo 4 all’anno, con Zara siamo passati ad almeno 12 ogni 6 mesi…

O Bag, con il suo franchising, e altri brand simili, ti permettono di cambiare capo (o almeno il suo aspetto) ogni volta che vuoi.

Intellettuali e osservatori come Lo Vetro è da un bel pezzo che ci fanno notare come il senso del tempo, soprattutto nei giovani, sia cambiato.

L’approccio liquido e epidermico si riflette in ogni aspetto.

Snapchat non è un fenomeno casuale.

Snapchat è l’applicazione che permette di scambiarsi foto e brevi video (max di 10 secondi) che vengono cancellati automaticamente al termine della visualizzazione. Permette inoltre di chattare con i propri amici in tempo reale e di condividere album pubblici di foto e video accessibili da tutti i propri contatti per un periodo di 24 ore. Come avrete saputo, nel 2016 è riuscito addirittura a superare Twitter in termini di utenti attivi giornalieri.

Per il lancio della campagna pubblicitaria della sua fragranza Guilty, Gucci ha utilizzato Snapchat, affidando la gestione del proprio account all’attore Jared Leto.

Guilty è solo presente, un presente continuo: è questo che vuole comunicare Gucci?


Esiste quindi una mal sopportazione del senso della storico?

Esiste una volontà di “vivere almeno un degno presente“, alla luce di un futuro che è meglio non svelare?

Come si spiega allora la ricerca estetica verso il passato che riscontriamo in tanti ragazzi e Millenials?

Potrei riferirmi a coloro che frequentano i Barber Shop, arredati con premurosa attenzione, dove, aggiustandoti la barba con 20/25 euro, vivi l’esperienza emotiva di varcare la soglia del tempo…

E sì: è un mondo complesso.

 

Vivere comunque il il senso dell’attualità ci affascina.

E questo l’hanno capito i grandi brand, applicando il Real Time Marketing, per cui l’attualità diventa contenuto.

È una case-history studiatissima il tweet di Oreo in occasione del black-out durante il Super Bowl del 2013.

Così come le iniziative social di Ceres… bellissimo il post all’indomani dell’assoluzione di Berlusconi nella sentenza Rudy bis

O quella famosa di Snickers, all’indomani di Uruguay-Italia…

O di Tom-Tom dopo Spagna-Italia agli ultimi Europei…

Il Real Time è l’occasione che hanno le aziende di mostrarci che c’è qualcuno dietro a un brand, che vive il nostro stesso mondo e che viene toccato nella sensibilità dalle stesse cose che stiamo vivendo.

L’operazione di umanizzazione del marketing è partita da un pezzo.

Il nuovo consumatore almeno merita questo.

 

10 Ottobre 2016

 

Share

4 Comments

Filed under Segnali Deboli

È un mondo difficile…

Mi sono più volte chiesto come mai scrivo sempre più di rado i miei “segnali deboli“.

Qualche anno fa, appena mi imbattevo in qualcosa di abbastanza interessante e nuovo (almeno per me), mi prendevo del tempo e scrivevo… con l’orgoglio di condividere con altri le mie considerazioni e analisi.

L’arrivo di Facebook ha poi fatto sì che la pubblicazione di post, brevi e leggeri, rimpiazzasse in parte la scrittura sul blog… fino ad arrivare che adesso i “segnali deboli” non li scrivo più.

Ho provato a analizzare la cosa e mi sono detto che probabilmente anche questo è un segnale debole.

Quindi, cosa sta succedendo? Perché ho smesso di scrivere sul mio blog?

Al momento, mi sono venuti in mente due motivi.

 

Il primo…

Le informazioni che trovo interessanti e nuove, sono sempre di più… e non ci sto dietro.

Forse sono cambiato io e prima ascoltavo di meno, ma credo ci sia anche dell’altro.

Soprattutto credo il motivo vado trovato nella selezione alla grande quantità di informazioni e input che ci arrivano, attraverso tv, radio, giornali, web, social, conferenze, riunioni, cene tra amici, incontri casuali, etc.

Infatti, credo si sia attivato in noi un meccanismo di selezione naturale, della serie: sono costretto a scegliere con grande attenzione chi o cosa ascoltare, su cosa sintonizzarmi, da chi ricevere le telefonate, a chi dare l’amicizia social, a chi concedere il mio status di follower, e via di seguito.

D’altronde l’algoritmo di Facebook fa uguale: se non metti il Like al post di un amico, quell’amico non ti appare più in bacheca, in quanto viene giudicato dall’algoritmo del social, come un amico non interessante.

Quindi, è facile concludere che indirizzando le antenne verso obiettivi di tuo gusto, interesse e gradimento, gli input che ti arrivano abbiamo maggiore probabilità di produrre meraviglia nei tuoi confronti.

 

Il secondo motivo…

Quello che sta succedendo è veramente interessante.

Ogni giorno ce n’è una: questo mondo è sempre più strano e complesso e abbiamo sempre più strumenti per cogliere le sue stranezze, contraddizioni e rivoluzioni.

È curioso scoprire come i grandi professionisti dell’osservazione, in particolar modo i sociologi, i semiologi e gli antropologi, si sentano a volte spiazzati.

Qualche mese fa ho letto Antropop di Duccio Canestrini e credo sia un libro interessante per mettere in fila le stranezze.


Canestrini è un antropologo che ama prendersi in giro e fa notare come il suo mestiere sia costretto a modificare in continuazione l’angolo di lettura.

I nostri sistemi culturali sono infatti cambiati un bel po’.

Canestrini cita vari semplici esempi, tra cui… “una volta i rivoluzionari inneggiavano alla velocità (in primis i Futuristi), mentre oggi si infiammano per la lentezza“… “una volta le donne rivendicavano l’uguaglianza, oggi le femministe rivendicano la differenza“…

Antropop parla di mescolone planetario… “Quando un senegalese che vive a Firenze, vende a un americano un souvenir etrusco prodotto in Cina, è chiaro che il mestiere dell’antropologo o dell’etnologo ha bisogno di una rigenerazione culturale“.

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un prodotto come questo…


Se volete sapere cos’è e a cosa serve, andate a guardare la foto in fondo.

In un simile bollirone, è quindi facile rimanere frastornati e disorientati, ma anche divertiti e con la curiosità che gira in eterno movimento.

Da parte mia, non faccio a tempo a prendere uno spunto, che già me ne compare un altro, che magari contraddice quello precedente, ma è altrettanto interessante.

Quindi appena decido di ricavarmi il tempo per scrivere, vengo distratto da altro.

In continuazione.

E lo sforzo che faccio è magari quello di prendere qualche appunto, ma non quello di approfondire maggiormente, ovvero scrivere.

Perchè per me, approfondire è sinonimo di “scriverci sopra”.

 

Scrivere è una nobile modalità di confronto, non solo con gli altri, ma soprattutto con sé stessi.

E visto la complessità di questo mondo, è il caso che ognuno di noi ci metta del suo, per il bene di tutti.

Nella foto: accessorio natalizio per hipster simpatici.

6 Ottobre 2016

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Tolleranza e quinta dimensione

Gli strumenti tecnologici odierni ci portano a misurarci con il concetto di interfaccia.

Più l’interfaccia è progredito, più riusciamo a costruire un rapporto simbiotico con lo strumento che abbiamo a disposizione.

Il futuro (ma già il presente) ci consegnerà una tecnologia dove lo strumento sarà sempre più invisibile, impalpabile…

Per capirci meglio: avremo un computer, ma senza il computer… telefoneremo senza il telefono… vedremo un film senza aver bisogno di un monitor…

 

Insomma, la migliore interfaccia sarà quella dove ci sei solo tu.

Ma se sono solo io, che interfaccia è?

La battuta è carina, ma ci siamo capiti…

 

Comunque, uno dei temi forti della nostra contemporaneità non credo sia il rapporto tecnico tra noi e lo strumento, bensì quanto questi incida nel rapporto tra noi umani.

È sotto gli occhi di tutti quanto la nostra attività relazionale sia condizionata dalla tecnologia… e questo spesso dà lo spunto per inquadrare la nostra modernità in una dimensione sclerotizzata.

Dai… le solite cose: il lato schizofrenico dei Social Network, l’uso eccessivo del telefonino, i matrimoni nati in chat…

Per tanti come me, la tecnologia è soprattutto un’opportunità.

Altri ne colgono soprattutto il lato delle controindicazioni.

 

Questo scenario ha quindi anche a che fare con l’aspetto della tolleranza.

Il rapporto che abbiamo con il progresso tecnologico, infatti, spesso ci mette nelle condizioni di misurare il nostro livello di tolleranza, viste le continue nuove sollecitazioni che il presente ci riserva.

 

La tecnologia quasi ogni giorno ci pone verso nuove dimensioni e opportunità, che a volte facciamo fatica ad accettare, sia razionalmente che emotivamente.

 

Mi viene in mente Flatlandia… avete presente?

Il protagonista che vive in un mondo bidimensionale (lui è una figura geometrica, esattamente un Quadrato) ad un certo punto scopre la tridimensionalità.

Però quando agli esseri tridimensionali pone il dubbio se possa esistere una eventuale quadri-dimensionalità, si scontra con la medesima intolleranza dei bidimensionali che credevano di essere l’unica realtà rappresentabile.

 

Qualche giorno fa ho assistito ad un’altra conferenza sul tema della fisica quantistica… e ogni volta che sento parlare della quarta e quinta dimensione, avverto un’emozione che sta tra il piacere della scoperta e il disagio di non arrivare a capire.

 

Ma noi, fino a quanto siamo disposti a modificare la nostra rappresentazione del futuro?

Il futuro è andato ben oltre ad HAL 9000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HAL lo ricordiamo tutti…

HAL è il protagonista non secondario del film “2001 odissea nello Spazio”: è il super-calcolatore-elettronico (allora, lo chiamavamo così…).

HAL, come si sa, è un gioco di parole che deriva da IBM: è una lettera avanti.

Gli astronauti diretti verso Giove, nel film di Kubrick parlavano con Hal.

In un possibile sequel del film, avrebbe senso che lo sceneggiatore pensasse ad Hal come un “qualcosa dentro” e non più esterno a noi.

 

Quanto siamo disposti ad accettare di avere un Hal addosso?

Proprio addosso, quasi appartenesse alla nostra aura…

Attraverso un comando vocale, anzi mentale, potremmo improvvisare un dialogo con Socrate… Hal ne sarebbe capace.

Potremmo suonare come Miles Davis, anzi… con Miles Davis.

Oppure potremmo stoppare tutte le informazioni per starcene in pace: ed anche in questo Hal sarebbe imbattibile.

 

Anche questo è uno dei tanti rompicapi etici con cui dobbiamo misurarci.

Con, allo stesso tempo, tanto entusiasmo e tanta paura.

 

 

 

 

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Animali silenziosi

Siamo diventati silenziosi perché attorno c’è tanto rumore” (Franco Battiato).

A proposito di silenzio…

Potrà sembrare strano, ma la tecnologia ci ha reso silenziosi.

Socializziamo in silenzio davanti ad uno schermo.

O meglio… urliamo, sbraitiamo, sentenziamo, discutiamo animatamente e simultaneamente attorno a mille argomenti, ma tenendo la bocca chiusa e muovendo solo le dita delle mani.

Sul piano dei comportamenti, affrontiamo in silenzio anche le nostre riscosse o ingiustizie.

È infatti in silenzio che usciamo da un hotel o da un ristorante… senza dire nulla, salutando normalmente.

E poi sul web ci scateniamo con le critiche, a volte urlando (sempre con la tastiera) la nostra delusione e rabbia.

Al Be-Wizard del Marzo scorso (la due giorni di studio sul web, organizzata a Rimini da Titanka), tra i tanti ottimi interventi, mi è rimasto impresso anche quello di Paolo Zanzottera, un vero personaggio, che potrei definire una via di mezzo tra un esperto di web ed un coach.

A lui è spettato il compito di introdurre il tema dell’edizione: Human2Human.

Zanzottera ha iniziato il suo intervento così: “Gli animali più pericolosi sono proprio quelli silenziosi…”.

Quelli che ti tendono l’agguato appena sbagli mossa.

E, in quel mondo lì, la Savana si chiama Tripadvisor, oppure Facebook, Twitter…

E da qui è poi partito il ragionamento attorno all’H2H, Human to Human marketing.

Il teorema di Zanzottera non fa una piega…

“A queste persone silenziose, possiamo rispondere solo da persona a persona… sapendo bene che non si risponde solo a quella persona, ma a tutti quelli che potrebbero leggere”.

In questo silenzio, secondo Zanzottera, è determinante far sentire che dietro a un sito, a una App, etc, ci siano delle persone.

Il suo consiglio è chiaro e lampante: umanizzare tutta la strategia digitale.

D’altronde l’Umanesimo è nel nostro Dna di Italiani… “e questo è il momento storico in cui si può avere un nuovo Umanesimo digitale”.

Quindi: parlare a persone e non utenti, portare avanti conversazioni e non comunicazione, rivolgersi a un pubblico e non a un target.

E i testi digitali non dovrebbero essere testi, ma storie… soprattutto nei punti critici.

E in tutto questo, i social network dovrebbero essere gli strumenti funzionali.

Ad esempio, Lego utilizza Twitter non certo per vendere o mostrare i propri prodotti o per lanciare promozioni.

Il progetto “Builder of tomorrow” nasce per ispirare e sviluppare i costruttori di domani… i nostri figli.

Figo, vero?

Zanzottera poi ha fatto riferimento anche all’inferno di Dante, dimostrando come anche le immagini siano storie.

È stato infatti l’Inferno di Botticelli che ha ispirato Dante, e la sua immagine ha condizionato l’immaginario collettivo per secoli.

 

 

 

 

 

 

Sul concetto che anche le immagini siano storie, Barilla ha fatto scuola.

Come sappiamo, ha fatto scuola sia nel bene…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E sia nel male…

 

 

 

 

 

 

Se da una parte, attraverso una bellissima idea di marketing, ha ben interagito con la settimana della moda milanese, da un altra ha ricevuto, nella stessa lingua, quel che si meritava in relazione all’infelice uscita sui gay.

Un altro bellissimo esempio ce lo mostra Snickers, all’indomani del morso di Suarez a Chiellini nella partita dei Mondiali brasiliani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oppure la sempre incredibile e attenta Ceres, all’indomani dell’assoluzione di Berlusconi nella sentenza Ruby bis:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il messaggio è semplice: dimostrare che dietro a quell’attività di comunicazione web, ci sono persone che rispettano il tempo che metti a disposizione come utente, premiandoti con il loro impegno nel darti contenuti che meritano attenzione.

Dunque ci siamo finalmente resi conto che l’Umanesimo è bene che irrompa nella tecnologia.

Adesso non ci sono più scuse, nel marketing, per non mettere le persone di nuovo al centro.

 

21 Agosto 2015

 

 

 

Share

6 Comments

Filed under Segnali Deboli

Fino a che punto…

Nel dibattito relativo al Cocoricò, mi sono trovato ad assumere un atteggiamento distaccato.

Ho provato a capire da cosa potesse derivare questo mio starne fuori.

Sicuramente che non è stato menefreghismo.

Forse un atteggiamento snob? Può darsi, ma sarebbe inconfessabile.

Direi piuttosto una volontà di puro ascolto e di osservazione su ciò che stava succedendo, accompagnata da una massiccia dose di sana rassegnazione.

Per spiegare meglio questo mio stato, mi viene in mente la modalità che adottano Stanlio & Ollio nelle loro comiche… come in quella scena – una delle tante, giusto per fare un esempio – in cui qualcuno si avvicina loro e, con una bella pennellessa, li spalma di vernice fresca da destra a sinistra, dall’alto al basso… e loro lì, a subire con l’atteggiamento di chi osserva per vedere fino a che punto quel tipo può arrivare…

Ecco, questa cosa qua la chiamerei “effetto fino a che punto…”.

Nel contesto di “fino a che punto…”, i campioni in carica sono sicuramente quelli de “La Zanzara“: programma interessantissimo.

Con La Zanzara, in onda nel drive-time di Radio24, Cruciani e Parenzo da anni stanno portando avanti un esperimento antropologico/sociale di grandissima rilevanza scientifica… almeno secondo me.

L’esperimento consta nel dimostrare che, malgrado tutti gli strumenti di analisi a disposizione per migliorare la nostra conoscenza (l’istruzione, il web, i tanti media, etc), la nostra capacità di analisi può arrivare a livelli di bassezza preoccupanti.

Cruciani, in ogni momento della sua trasmissione, vuole farci capire che c’è in tutti noi un lato (e quindi non un piccolo pertugio) che, se ben stuzzicato, può generare ragionamenti sconsiderati.

La Zanzara, insomma, è lo specchio che noi possiamo essere, e siamo, anche quella roba lì.

E ogni volta che credi che la trasmissione abbia ospitato qualcuno che sia riuscito a toccare il cosiddetto “fondo del barile”, il geniale Cruciani è pronto a dimostrarti che non è così… Della serie: oggi, se voglio, posso mostrarti e dimostrarti che c’è di peggio rispetto a ieri.

Da qui poi parte il cortocircuito verso il quale non riesco ancora a prendere le misure, per cui, anche se ti senti una persona intelligente, se quel programma non ospitasse il senso del becero, sicuramente non lo ascolteresti…

E mi rendo conto che più “La Zanzara” scava nel becero, nell’estremità delle posizioni rigide, o nelle sfuriate da cui poi dialetticamente non può più tornare indietro, più il programma vince negli ascolti e, soprattutto, nella fidelizzazione dei suoi ascoltatori.

Detto questo, se elaboriamo un mix tra Stanlio & Ollio e Cruciani, ne esce un “osservatore” rassegnato che, senza reagire, acquisisce il desiderio masochista di cercare di comprendere fin dove si riesca ad arrivare…

Ecco… durante il recente dibattito su droga/divertimento/giovani/sballo, spesso mi sono riconosciuto in quel genere di “osservatore”.

Conseguentemente, invece di reagire, ho preferito sentirmi inerme.

Probabilmente è l’atteggiamento di chi avverte che questa non sia più la sua battaglia.

 

16 Agosto 2015

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Aquafan e il mito

Aquafan produce più mito di quello che riusciamo a raccontare.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Si balla con le braccia

L’avrete notato anche voi.

Magari anche molto prima di me.

A dir la verità, è stata Monica ad aprirmi gli occhi: “guarda, ballano con le braccia…”.

Andiamo con ordine.

 

Da un po’ di tempo è mutata la mappatura del loisir legato al divertimento notturno.

I grandi appuntamenti del cosiddetto “popolo della notte “ (c’è ancora qualcuno che lo chiama così..) non vedono più le discoteche e i Super Club in primo piano.

E neanche le One-Night itineranti (Cream, Global Gathering, etc), o le varie Love e Street Parade.

Da qualche anno abbiamo potuto notare che si sono affacciati nuovi luoghi e nuove mète.

In primis, direi il Belgio (grazie all’evento Tomorrowland), l’Ucraina (vedi il raduno Kazantip)…

A posizionarsi sul top dell’attenzione sarebbero quindi quel genere di eventi che rappresentano lo sviluppo ultimo del fenomeno Club Culture.

 

Come sta succedendo nelle politiche di marketing territoriale, i flussi turistici sono sempre più emotivamente condizionati dallo strumento dell’evento.

L’evento che – come mi ha insegnato l’amico Andrea Pollarini – è il più antico strumento di comunicazione sociale dell’essere umano, continua ad essere anche il più moderno.

Caratteristica di eventi come il Tomorrowland – così come negli altri simili che vengono organizzati in tutto il Pianeta – è che il protagonista assoluto è il DJ, quello di caratura internazionale…

Insomma, quello che ha le hits in tutte le classifiche, trasmesse in tutte le radio, suonate in tutte le disco, ballate in tutte le spiagge…

Questi eventi stanno consacrando il DJ come elemento di richiamo molto di più di quanto è accaduto nelle discoteche dagli anni 90 in poi.

Nella realtà di Aquafan, grazie alla partnership con il Cocoricò, abbiamo avuto modo di ospitarne tre: Paul Kalkbrenner, Martin Solveig e Avicii.

Quest’ultimo, il 10 agosto scorso, ci ha permesso di realizzare il record nella storia del nostro parco: ben16 mila presenze con un incasso di circa mezzo milione di euro (guarda il video).

Per la cronaca, l’artista aveva un cachet di 180 mila euro e la sua scheda tecnica ha comportato un costo di produzione di oltre 70 mila euro (dando lavoro a ben 5 ditte italiane).

Per avere un’idea più generale sui compensi di questi artisti, guardatevi questo pezzo uscito sulla versione italiana dell’Huffington Post.

I Super DJ nel mondo sono ormai diverse decine.

Per capire chi sono, basta leggere DJ Mag, oppure dare un’occhiata a chi suona al Tomorrowland, oppure scorrere il calendario dei locali di Ibiza, o quello del Cocoricò.

Sempre per avere un’idea più chiara, il “Cocco”, per la sua programmazione, investe ogni anno circa un milione e duecento mila euro in DJs…

Il fenomeno è in continua crescita.

Per cui oggi, quando un ragazzo afferma di andare ad un concerto, non sempre significa che sul palco poi ci sia un cantante, un chitarrista, un batterista…

Spesso c’è una consolle…

 

Senza entrare nel merito se sia più bello o più interessante assistere ad un live act di Springsteen, dei Muse, oppure a quello di Skrillex, Calvin Harris o di Deadmau5 (si legge “dedmaus”, è un canadese che si esibisce con una ultratecnologica testa da topo), va detto che il fenomeno dei mega show prodotti dai Super DJ sta da anni condizionando la modalità di vivere gli eventi musicali.

 

Siamo di fronte ad una nuova modalità di rito collettivo.

Tutti ballano ma, come nei concerti rock, sono comunque disposti stretti a ridosso del palco.

Ma c’è di più: tutti sono consapevoli di far parte – all’interno dello stesso show – di una scenografia/coreografia che si muove a ritmo di hertz, regalando emozioni sia a chi partecipa, sia a quei pochi che assistono passivamente.

 

Ma veniamo al punto… al ballo.

Siamo abituati a inquadrare il ballo come ad un movimento che parte dal basso, ovvero dal rapporto che i piedi ed i passi hanno con il terreno e con il ritmo.

Siamo spesso affascinati dalle danze tribali che proprio dal battere e spingere i piedi sulla Terra sembra puntino a raccogliere l’energia che il Pianeta genera.

Con l’arrivo della nuova musica elettronica (teckno, house) già le discoteche mostravano negli anni 90 il popolo della notte muoversi con nuove dinamiche attorno al ballo.

Il movimento delle braccia, sempre più spesso in alto, ha cominciato ad assumere più importanza rispetto a quello degli arti inferiori.

 

Oggi, i grandi eventi house e teckno ci mostrano due precisi soggetti protagonisti…

Da una parte il Dj, che, come un Messia, è sul palco insieme ai suoi sempre più straordinari effetti speciali: mega schermi video, effetti pirotecnici, cannoni di CO2, laser, etc…

Dall’altra parte il pubblico… migliaia di persone tutte con le mani al cielo, che si muovono a ritmo, ondulandosi, abbassandosi, creando effetti scenografici non di semplice contorno, ma, al contrario, capaci di essere parte integrante dello spettacolo stesso.

Quindi piedi fermi, o che saltellano, e le mani al cielo, con l’avambraccio che si muove su e giù e il palmo della mano unito, come il saluto degli Apache…

 

È importante rilevare questo fenomeno?

Volendolo trovare, un qualche significato simbolico potrebbe anche scappare fuori.

E anche se non fosse particolarmente interessante, sarebbe comunque un importantissimo segnale che le fenomenologie giovanili sono sotto osservazione e non solo per fini commerciali, ma anche perché semplicemente incuriosiscono.

La cosa strana è che mentre sui balli etnici c’è una letteratura avanzatissima, al contrario, sulle nuove dinamiche espressive della musica nella nostra contemporaneità, nessuno pare sia interessato.

E così quando i giovani entrano nella sfera della cronaca e dell’emergenza, continuiamo a trovare osservatori ed esperti impreparati, o fermi a qualche decennio fa.

 

Comunque, per uno come me che di libri di antropologia forse ne ha letti due (di cui uno sicuramente lasciato a metà), questa modalità di ballare che dà meno peso al contatto con il terreno, potrebbe benissimo essere specchio di una necessità di “sollevarsi”.

Forse dalle responsabilità?

D’altronde oggi, chi sta dando opportunità di responsabilità a chi ha meno di 35 anni?

 

24 Agosto 2013

 

 

 

Share

19 Comments

Filed under Segnali Deboli

solo se serve

Non scopro certo nulla di nuovo se sentenzio che una delle sfide più grandi che abbiamo di fronte è quella che riguarda un possibile sviluppo senza crescita.

Il ritornello è sempre quello: il nostro stile di vita deve essere inderogabilmente più sostenibile e dobbiamo dare uno stop al modello che prevede la crescita infinita.

Ho letto Bauman.

Ho letto Latouche.

Ho ascoltato Stefano Zamagni.

Ho clickato anch’io MiPiace e ho condiviso “il discorso più bello del mondo” di Josè Mujica, il Presidente dell’Uruguay.

Ho letto qualche capitolo sulla regola di San Benedetto.

Seguo la Critical Mass

Sto insomma preparandomi il terreno per quel giorno in cui succederà il grande fatto: ovvero quando l’essere umano comincerà a bere la Coca-Cola solo quando avrà sete.

 

Credo che quell’atto lì, potrà essere identificato come il segnale di un passaggio chiave verso un diverso modello di approccio al consumo.

Da lì in poi, tutto cambierà…

Bere la Coca-Cola solo se si ha sete… comprare un telefono nuovo, solo se l’altro è inutilizzabile… acquistare una casa solo se ci vado ad abitare…

Tutto ciò non avrà a che fare con la rinuncia: si tratterà di avere un approccio culturale diverso.

È un po’ come se qualcuno mi chiedesse perché non mi cucino i gatti che vivono con me…

Semplice: perché non mi passa neanche per la testa e non è un argomento.

 

Qualche mutamento importante, in questo senso, lo stiamo già avvertendo: il mercato dell’auto è in crisi anche perché noi (cioè il mercato) abbiamo deciso che, per un bel po’, invece di comprare la macchina nuova, ci sta bene quella che abbiamo già.

 

Il principio dominante, quindi, sarà: “solo se serve”, “solo se è utile”.

E la nostra soddisfazione non sarà subordinata solo al consumo (a volte banale e quindi inutile) delle merci.

 

Sviluppo senza crescita, quindi.

Qualcuno, o meglio, qualche patacca come me si chiederà: ma ci si divertirà uguale?

Credo proprio di sì.

Basta entrare nella logica – come dice Josè Mujica – per cui non è povero chi non ha nulla, ma chi ha bisogno di comprare tutto.

 

Il passaggio ha a che fare con il nostro approccio culturale: i modelli cambiano se l’estetica dominante cambia.

 

A proposito di estetica dominante…

 

Mi è sempre piaciuta la descrizione che ha dato Andrea Pollarini in merito alla differenza tra Tamarro e Coatto.

Ovvero: mentre il Coatto è consapevolmente “periferico”, brutto, rassegnato nel suo stile ai margini, il Tamarro ha la consapevolezza di far parte dell’estetica dominante, si vede bello e si sente destinato ai vertici della giungla che può solo premiare i migliori a sopravvivere.

 

Ieri, in un suo pezzo, Gramellini è stato, come suo solito, particolarmente efficace.

Il tema era l’arresto di Corona, il quale, con i Tamarri ci azzecca un bel po’.

 

Scrive Gramellini: “Corona ha aderito in toto al sistema a cui appartiene, fino alle conseguenze più parossistiche”.  Corona ci induce “a rivalutare le conquiste materiali della società dei consumi”. E “ce le rivela per quello che sono: fiori sfavillanti nel vuoto, destinati ad appassire se non ci decidiamo a riempire quel vuoto”.

 

L’arresto di Corona può rappresentare la fine di quell’estetica dominante.

Per accelerare il processo, forse servirebbe un gesto eclatante…

E io ho un’idea: proporrei un monumento al Tamarro.

Fossi il Sindaco di Riccione, lo commissionerei (spending review permettendo) a Cattelan: sarebbe il segno della fine di un’epoca.

 

25 gennaio 2013

 

Share

16 Comments

Filed under Segnali Deboli

Club Culture, la Frontiera

C’è stato un momento della mia vita in cui ho creduto di essere più avanti della vita che stavo vivendo.

Posso dire che ho visto il mondo andare più lento di come la pensavo e di avere tutti i giorni la sensazione che grazie a me, questo mondo marciasse ad una velocità superiore.

 

Vera Bessone, del Corriere di Rimini, mi ha chiesto “Dov’è finita la Riviera di Club Culture?”, alla luce del libro di Pierfrancesco Pacoda (“Riviera Club Culture” edito da NdA) uscito poco tempo fa.

Per affrontare l’argomento sono partito da come mi sentivo nel delirio dei “miei” anni 80.

Quel “mio” decennio (il decennio che ho sentito più mio della mia vita) è stato caratterizzato soprattutto da un grande individualismo.

Era, ed è stato, un individualismo conformista.

Ho ragione di credere che sia stato questo aspetto a rappresentare l’humus ideale affinché il divertimento notturno, con tutto il suo contorno, diventasse un’estetica dominante.

 

Era questa la vita che sognavo da bambino: un po’ di Apocalisse, un po’ di Topolino…”.

Siamo stati in tanti ad inventarci un lavoro partendo dalla nostra passione: per me era la musica (ho iniziato organizzando concerti rock), per poi scoprire che in realtà ciò che mi stimolava era la comunicazione e quella cosa che poi ho imparato si chiamasse Marketing.

A volte mi rivedo… Ragazzo di 20 anni o poco più, insicuro e imbranato, che comunque tenta una nuova strada…

E inizia a fare impresa con quello che gli piace, firmando contratti con artisti, facendo opinione nel suo settore, vedendo il suo nome sui giornali.

Questo in Italia allora poteva succedere: se eri giovane, con qualche buona idea, avevi delle chance.

 

È nata negli anni 80 quella che qualcuno inizialmente chiamò “il Nightclubbing” e successivamente “la Club Culture”.

Ossia – provando a dare una definizione – quell’estetica generata dal divertimento notturno, in grado di influenzare la quotidianità.

 

Sia chiaro: il nostro territorio l’ha sempre subita, cavalcandola controvoglia e senza alcuna strategia.

Poi quel fenomeno è diventato il Divertimentificio…

Già, qualcuno l’ha decifrato anche così.

Sarò impopolare, ma quel fenomeno rappresenta ancora la più convincente immagine (non dico la migliore, ma la più convincente ed efficace) che la nostra Riviera abbia saputo offrire, dopo il turismo balneare di massa.

Poi, se quel modello è stato “ufficialmente” abbandonato (senza che mai sia stato ufficialmente sposato), non significa che ancora non incida, anzi…

Ma questo è un altro discorso.

 

Venendo al nostro – “dov’è finita la Riviera di Club Culture” – come tutte le cose, se non le contestualizzi, ti ritrovi con un’analisi monca.

Ovvero, se leggi oggi la Club Culture attraverso lo stesso approccio con cui l’hai vissuta negli anni 80 e 90, fai fatica a cavarci fuori qualcosa.

 

La Club Culture di allora della nostra Riviera è riuscita ad essere anche subcultura, producendo contenuti (e prodotti) capaci di condizionare la contemporaneità.

In quella contemporaneità la nostra Riviera è entrata come un ariete.

Ricordiamoci che, se la Romagna (Rimini) ha inventato il turismo di massa, dagli anni 80 in poi, grazie al suo divertimentificio (con Riccione in testa) ha ufficializzato il turismo giovanile di massa.

Poi l’Italia si è fermata.

E così si è fermato anche quel certo fermento che affiancava l’industria del loisir.

 

Oggi la Club Culture vive in una rete globale internazionale, al cui interno è presente qualche nostra eccellenza nostrana, ancora in grado di intercettare ed interpretare linguaggi e codici delle nuove generazioni (sia di clienti, che di artisti).

 

Oggi la Club Culture ha sempre meno a che fare con la discoteca.

La fine degli anni 90 ce l’aveva fatto già capire: chi cercava in quel mondo ispirazione, era obbligato a bazzicare non soltanto i locali di Ibiza, ma anche – e soprattutto – le “nuove” spiagge, o certi strani ristoranti (il Buddha Bar?), o anche semplici barettini sugli scogli (il Cafè del Mar?).

Ma soprattutto quel “sentiment” lo si intercettava nei grandi eventi, come la Love Parade di Berlino e la Street Parade di Zurigo, oppure gli eventi Cream, Global Gathering o altri (confesso: non ne ho mai visto uno), figli più di quell’estetica Rave che dagli anni 90 ha cercato di far uscire quella subcultura dai limiti del Club.

 

Oggi lo sviluppo di tutti quei contenuti nati negli anni 80 e 90, sfocia in eventi che ancora in Italia non riusciamo ad immaginare, per motivi anche culturali.

Manifestazioni come il Tomorrowland e Kazantip, in un certo senso, rappresentano la Frontiera di quel sentiment che la Club Culture ha generato.

La Frontiera…

Noi, nella nostra Costa Est, lo siamo stati.

Grazie proprio alla Club Culture.

Grazie alla Baia degli Angeli di Giancarlo Tirotti e alla Baia Imperiale poi, all’Altro Mondo di Gilberto Amati prima e di Galli e Bevitori poi, al Paradiso di Gianni Fabbri, all’Embassy di Semprini, al Lady Godiva di Mauro Varriale, al New York di non ricordo chi, all’Aleph di Maurizio Innocenti, allo Slego di Garattoni, Corbelli, Fiori, Rinaldini, Bruschi e poi di Thomas, all’Insomnia della Nico, al Lex di Andreatta, al Bandiera Gialla di Bibì Ballandi, al Barcelona di Lucas Carrieri, al Cellophane sempre di Lucas Carrieri, al Ripadiscoscesa della Patty Bordoni, al Velvet di Thomas, al Pascià di Fabbri, Ricci e Billy Bilancia, all’Ethoes, al Vae Victis e all’Echoes di Tantini e Maurizio Monti, al Byblos della famiglia Gennari, alla Villa delle Rose di Dino e poi dei Buffagni, al Peter Pan di Gianni Nisticò e Artemio, al Prince di Marisa Lagrecacolonna, all’io di Willi e Italo, al Carnaby di Ennio, Alfredo e Giorgio, al Meeting di Ivano, al Rockhudson’s, al Ku e all’ECU, alla Mecca di Andrea Brighenti, al Life di Agostini, al Blow Up di Zanza e, ovviamente, al Cocoricò di Osvaldo e dei Palazzi.

Con il Walky Cup in Aquafan di Cecchetto prima e di Linus poi, concluderei questa carrellata, dove accanto ai locali che sono riuscito a ricordare, ho affiancato i personaggi che maggiormente hanno contribuito fattivamente alla creazione di ognuno di questi miti.

A questo scenario è sempre mancata un’analisi, che aiutasse – noi operatori – a capire e a capirci: insomma, a formarci e a renderci consapevoli che ciò che avevamo in mano non erano semplici locali da ballo.

Ma questo è un altro discorso, che ora, come prima, pochi hanno intenzione di ascoltare.

 

21 Settembre 2012

 

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Navi in porto e ansie democratiche

C’è quella famosa frase – spesso citata da Fabio Volo in radio – che ci fa riflettere sul fatto che sebbene le navi in porto siano al sicuro, comunque sono state costruite per andare incontro alle tempeste dei mari più burrascosi.

Ognuno, in questa frase, può ritrovare la metafora della vita che più gli aggrada.

Fatto sta che in questi tempi di crisi, prima di far uscire dal porto la nostra nave, avvertiamo in maniera più accentuata l’esigenza di volare bassi.

Però alcuni economisti, psicologi e psicoterapeuti in genere (anche quelli che trovi al bar, laureati sul campo) ti avvertono del rischio recessione, consigliando, come cura migliore, il reagire… magari volando alti.

 

Ma che significa volare alto?

Non certo fare cose che non ti puoi permettere, sennò, che bel consiglio sarebbe?

Direi piuttosto che significa dare maggiore, anzi, massima attenzione al sé, anche in relazione agli altri.

Nella migliore delle accezioni, può voler dire contribuire affinché la tua positività ed il tuo entusiasmo contaminino una comunità di persone.

 

Qualche anno fa mi ero divertito a dire che “gli Italiani non sono felici”, facendolo diventare lo slogan dell’Aquafan di Riccione.

D’altronde la situazione che avvertivo era chiara: ovunque ti potessi trovare (dall’aperitivo, alla passeggiata sul Corso) le persone avevano solo bisogno di parlare dei propri problemi, magari semplicemente elencandoli.

Con il tempo mi sono reso conto che questi elenchi acquisivano sempre più la caratteristica di perdere l’ordine delle priorità.

Se provate a notare, oggi siamo arrivati al punto che è avvertibile una certa “angoscia democratica” (non ricordo dove ho letto questo termine), per cui il problema che su Rai Uno le fiction fanno cagare, è equiparabile alla possibilità di rimanere senza lavoro.

 

Questa angoscia democratica è tipica di uno dei riti del nostro tempo, l’Happy Hour, dove i discorsi si susseguono random, senza ordine di importanza.

 

È possibile che la cultura dell’Happy Hour ci abbia condizionato a tal punto?

 

Una cosa è sicura: l’Happy Hour (come scrisse benissimo Marino Nioli su Repubblica) ha contribuito a trasformare alcune zone delle nostre città, dove strade e piazze sono diventati “bar diffusi”, “siti collettivi inattesi”.

Il paesaggio urbano è stato trasformato da quell’unione tra “drink e link”, attraverso relazioni di “un’umanità a banda larga”, “una rete in carne e ossa gettata nella polis”.

 

Il termine Happy Hour nasce negli anni 20 per indicare l’ora di intrattenimento concessa ai Marines imbarcati.

All’inizio degli anni 60, entra nel linguaggio comune dopo un articolo del Saturday Evening Post dedicato alla vita militare.

Solo negli anni 80 negli USA e in Gran Bretagna nasce l’uso di accompagnare il drink con stuzzichini, al fine di ridurre l’ebbrezza.

Happy Hour oggi è il rito che avviene più tardi dell’aperitivo, prima della cena: “è il vespro della regola globale, la giusta ricompensa dell’hora et labora quotidiano”.

 

Sempre Nioli ricorda come la nostra socialità sia passata dai Fori e dalle Agorà del mondo antico, alle piazze dei Comuni, fino ai Passages e alle Terrasses dei Caffè nella Parigi del XIX secolo, diventati i templi di un capitalismo che ha fretta, ma non rinuncia a vedere e farsi vedere.

 

Farsi vedere, appunto.

Quindi mostrarsi, vestirsi, accessoriarsi…

Ma questo come è opportuno che avvenga al tempo della crisi?

Può valere anche in questo caso la strategia, per cui “volare alti” sia la tecnica di sopravvivenza più efficace?

È proprio questo il momento per sfoggiare le piume più vistose (a proposito, avete visto quanti cappellini ai matrimoni!) o per scegliere dal sarto il tessuto “più migliore” per presentarci all’Happy Hour con i giusti segnali di positività ed entusiasmo?

C’è chi dice sì.

E non è detto che abbia torto.

Un Happy Hour felice (stando attenti al tasso alcolico) è, infatti, alla portata di tutti.

Come dice Ligabue, “Sei già dentro l’Happy Hour, vivere, ridere costa la metà”.

 

Probabilmente in questo tempo di crisi, troveremo finalmente necessario dare risposta alla fatidica domanda del Liga: “Quanto costa fare finta di essere una star?”

 

 

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli