Hipsters, Cosacchi e falsi miti

Era il 1975 e i Supertramp esplosero nelle hit parade di tutto il Pianeta.

Ricordate cosa cantavano? “Quand’ero giovane, la vita mi sembrava meravigliosa, magica… poi mi hanno insegnato a essere sensato, logico, responsabile, pratico e mi hanno mostrato un mondo dove sarei stato affidabile, intellettuale, clinico, cinico. A volte quando tutti dormono, da uomo semplice mi tormenta una domanda: vi prego, ditemi cosa abbiamo imparato. So che sembra assurdo, ma ditemi chi sono“.

The Logical Song” ha fatto parte della colonna sonora di una generazione che comunque aveva dei punti fermi, se non fermissimi.

Ricordo che ad un esame di Storia della Sociologia, che tenni nel 1980, il Professor Braghin mi fece una domanda sul Marxismo, sottolineando in premessa, come l’Unione Sovietica fosse una pentola a pressione.

Usciti dall’aula, con gli altri studenti si provò a ragionare sulla presunta follia di quell’affermazione: una pentola a pressione? L’Urss?!?

Noi avevamo chiaro (lo credevamo) di cosa fosse la Destra e la Sinistra, Ronald Reagan e Breznev, Berlino Est e Berlino Ovest, i Cattolici e gli atei… Su certe cose, vedevamo poche pentole a pressione. Eppure sappiamo tutti come è andata… e non solo in Russia.

Oggi è saltato tutto.

Viviamo la società liquida, dove abbiamo dovuto in fretta imparare a nuotare e navigare.

Ditemi chi sono” quindi cantavano i Supertramp.

L’identità dell’individuo non è certo tema nuovo.

Nelle caverne abitate dai primitivi, si sono trovate numerose tracce di impronte di mani. Citando Duccio Canestrini: “Cosa c’è di più individuale di una manata?“.

E questo vale più che mai oggi, nell’era del riconoscimento vocale, o dello studio del DNA, dove basta una traccia microscopica per sapere tutto di te.

Nella nostra ricerca individuale, abbiamo spesso trovato rifugio nello sguardo verso il passato, aggrappandoci alle tradizioni, agli antichi valori.

Come ha detto il grande Bernard Cova, il progresso ci ha portato dove volevamo arrivare per poi accorgerci che abbiamo bisogno anche di altro, che magari abbiamo perso per strada.

Quindi ecco il fenomeno del ri-radicamento, che comporta l’andare a ritroso, a rintracciare punti fermi a cui attaccarci. E pur di trovare qualcosa a noi utile, a volte le tradizioni addirittura ce le inventiamo.

C’è un libro che non ho letto, Eric HobsbawmL’invenzione della tradizione“, che sento spesso citare e che in sintesi (fonte Wikipedia) ci parla di tradizioni inventate come “l’elaborazione di una risposta a tempi di crisi, a epoche di rapido cambiamento sociale, alla necessità di dover fronteggiare nuove situazioni“. 

Questo aggrapparci al passato, ha a volte dei riscontri abbastanza buffi.

Un esempio illuminante l’ho ascoltato da Andrea Pollarini.

L’Aprilia ha lanciato anni fa l’Habana, lo scooter con un design spiccatamente retrò, quasi fosse il recupero della scocca di un motociclo tipico cubano degli anni 50… La cosa strana è che a Cuba non sono mai esistiti quel genere di motocicli. Ciò non toglie che il consumatore moderno abbia bisogno di immaginare che invece fosse così.

Barilla l’ha capito benissimo da tempo: nel surreale contesto che vede Antonio Banderas nei panni dello chef fornaio/pasticcere di campagna, il messaggio che Mulino Bianco vuol comunicare è che tutte le ricette sono frutto di un recupero di antiche tradizioni a rischio di sparizione.

Se facessimo una ricerca, potremmo scoprire che alcuni prodotti del Mulino Bianco non sono affatto legati alla tradizione… ma ciò non importerebbe più di tanto: quello che per il marketing conta è che l’idea possa reggere nell’immaginario collettivo.

Altro esempio, i Barbershop.

Riprendono in tutto e per tutto l’estetica delle antiche botteghe del barbiere… ma i saloni dei barbieri, una volta non erano così. Entrare in un Barbershop oggi significa vivere un’esperienza emotiva dal gusto retrò: oltre all’esigenza di aggiustarsi la barba, è questo che cercano i cosiddetti “nuovi hipster“, dando così forza alla loro identità condizionata dalle estetiche di moda.

Ok… ci troviamo quindi a volte a trovare consolazione in certezze inesatte: è un problema gravissimo?

Non saprei, ma ciò non toglie che ogni tanto ci farebbe bene dissacrare qualche mito, un po’ come ama fare il filosofo Galimberti.

Non certamente per il semplice gusto di polemizzare, ma giusto per dare un po’ più di credibilità e chance alla nostra contemporaneità.

Mi viene in mente Madagascar, il film di animazione in cui i pinguini riescono a scappare dalla zoo per tornare nella loro terra di origine, per poi, dopo varie peripezie, arrivare finalmente in Antartide… e scoprire che lì è uno schifo. Quindi abbandonano il freddo e il gelo per ritrovarsi a surfare alle Hawaii.

Sempre a proposito di miti da sfatare, tirerei in ballo i Cosacchi.

I Cosacchi sono quella popolazione (non è un’etnia, ma un popolazione formatasi da bande di mercenari meno di 2.000 anni fa) che, per vicissitudini storiche, si è trovata a far parte prima del grande impero sotto la Zar russo, poi sotto il comunismo di Lenin e Stalin.

Nel libro del mio illustre concittadino Stefano PivatoLe favole e la politica“, si ricorda come negli anni della Guerra Fredda (la più grande fiction della storia), era famosa la frase “Se passa il Comunismo, ci troveremo i Cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nella Fontana di Trevi“. La metafora è sicuramente azzeccata sul piano della comunicazione, il messaggio passa alla grande: la scuola Vaticana è maestra da millenni.

La cosa curiosa che rileva Pivato è che i Cosacchi sono sempre stati nemici della Russia Comunista e sono stati vittime degli stermini etnici stalinisti. Hanno addirittura stretto alleanza con Hitler nel tentativo di invasione nazista in Russia. Malgrado tutto questo, il mito dei Cosacchi è stato usato da Stalin per alimentare il mito del coraggio e il mito rurale della grande Russia.

Quindi in sintesi, “mentre il regime sovietico procedeva alla loro eliminazione, sul piano propagandistico continuava a esaltarne il mito romantico“.

Fortunatamente la Storia non perdona.

La questione però sta nel come noi dobbiamo difenderci da questa confusione, dai falsi miti, dalle tradizioni che non stanno in piedi, etc.

Da parte mia ho cominciato da tempo a chiedermi se siamo sicuri di dover rimpiangere il passato.

E poi ha acquisito la consapevolezza che sono quasi sempre le certezze, e non le incertezze, a generare i mostri.

I mostri delle certezze…

Diventa facile in questo discorso identificare gli Hitler, gli Stalin, le ragioni della razza, i credo religiosi, etc.

Risulta ben più difficile scovare le certezze farlocche su cui ci radichiamo nella quotidianità, che non ci permettono a volte né di ascoltare gli altri, né di allungare la Visione, né di crescere per il bene di tutti.

Come spesso succede, le parole più efficaci le ha Umberto Galimberti… Dobbiamo risvegliarci dalla quiete apparente delle nostre idee mitizzate, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo“.

 

20 Ottobre 2016

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L’attualità e gli opportunisti perpetui

Mi ha parecchio stimolato una bella chiacchierata con l’amico Gianluca Lo Vetro – giornalista, scrittore e grande esperto del settore moda – dove, da buon osservatore, mi ha fatto notare come da tempo l’attualità sia un valore che la moda non può più fare a meno di prendere in considerazione.

Più o meno, il suo discorso fila così: non siamo più nell’era in cui c’è un Valentino che “impone” il verde rigato… e di conseguenza tutti a fare il verde rigato.

Oggi le dritte le detta l’attualità.

In questo scenario, assume un ruolo determinante il consumatore post-moderno, il quale, grazie alla globalizzazione, è sempre più determinato a rimanere infedele e viziato… ed è quindi azzeccatissima la definizione di opportunista perpetuo, lanciata da Evgeny Morozov nel libro “Silicon Valley: i signori del silicio“, che mio figlio mi ha obbligato a leggere.

L’attualità mostra uno scenario in cui la moda è fortemente condizionata da una polarizzazione a forbice. Vale a dire che i brand del settore si stanno adoperando principalmente verso due richieste agli antipodi: da una parte l’extra lusso, dall’altra il lusso accessibile (low cost).

Qualche esempio significativo…

Chanel rimane sempre un brand di alto valore, anche se nel suo business assume sempre più rilevanza la sua cosmetica, come ad esempio i rossetti, accessibili (ovvero in vendita) al piano terra della Rinascente, così come in qualunque punto vendita Sephora del mondo.

D’altro canto, Laura Biagiotti continuerà sempre a investire nell’haute couture, al fine di tenere alto il proprio brand, funzionale alla crescita del suo fatturato, fortemente condizionato dal settore profumeria, accessibile a tutti almeno a Natale e a San Valentino.

In linea con questo sono le scarpe in corda di Dolce&Gabbana

E gli stivali di gomma di Valentino

Ovviamente il clou del concetto viene espresso dall’operazione di Lagerfeld per H&M… se ve lo siete perso, andatevi a vedere il video.

E che dire di quella di Jean Paul Gaultier per OVS?

Per carità, nella moda questo è sempre avvenuto: Dolce&Gabbana hanno giustamente creato D&G e non sono stati certo i primi a muoversi in questo senso.

Di lusso accessibile se ne parla da tempo anche nel mercato del gioiello, dopo lo “sdoganamento” dell’acciaio.

Per farsi un’idea definita del concetto, basta dare un’occhiata alla case-history di Marlù gioielli, oppure passare davanti a uno dei vari Marlù Store, come quello di Riccione sullo strategico viale Dante: l’immagine è quella di una moderna gioielleria… dove i prezzi in vetrina, ben evidenziati con gusto e maestria, riportano prezzi che spesso non arrivano a 20 euro per prodotti di forte appeal e di ottima fattura e qualità.

E acquistarli significa ricevere, compreso nel prezzo, un packaging regalo da fare invidia a Tiffany…


Ma la polarizzazione di questi anni sta veramente allargando la forbice.

Da una parte c’è sempre più gente che, pur seguendo e apprezzando la moda e i suoi prodotti di alto profilo, si chiede con che coraggio acquisto o indosso una borsa che costa più di 3 mila euro, anche se magari ne ho la possibilità.

Dall’altra, c’è invece chi mostra e ostenta… spesso senza possedere né gusto, nè stile.

La rincorsa all’attualità presuppone l’esigenza di cambiare.

E a volte sembra proprio una rincorsa… quasi che l’esigenza fosse di vivere un’attualità diversa ogni giorno.

Così come indossare un capo diverso ogni giorno sia un sogno che il mercato da tempo sta provando a concretizzare.

Per primo Zara, con il suo arrivo, ha modificato il concetto di riassortimento.

Lo Vetro faceva notare che se una volta gli arrivi erano massimo 4 all’anno, con Zara siamo passati ad almeno 12 ogni 6 mesi…

O Bag, con il suo franchising, e altri brand simili, ti permettono di cambiare capo (o almeno il suo aspetto) ogni volta che vuoi.

Intellettuali e osservatori come Lo Vetro è da un bel pezzo che ci fanno notare come il senso del tempo, soprattutto nei giovani, sia cambiato.

L’approccio liquido e epidermico si riflette in ogni aspetto.

Snapchat non è un fenomeno casuale.

Snapchat è l’applicazione che permette di scambiarsi foto e brevi video (max di 10 secondi) che vengono cancellati automaticamente al termine della visualizzazione. Permette inoltre di chattare con i propri amici in tempo reale e di condividere album pubblici di foto e video accessibili da tutti i propri contatti per un periodo di 24 ore. Come avrete saputo, nel 2016 è riuscito addirittura a superare Twitter in termini di utenti attivi giornalieri.

Per il lancio della campagna pubblicitaria della sua fragranza Guilty, Gucci ha utilizzato Snapchat, affidando la gestione del proprio account all’attore Jared Leto.

Guilty è solo presente, un presente continuo: è questo che vuole comunicare Gucci?


Esiste quindi una mal sopportazione del senso della storico?

Esiste una volontà di “vivere almeno un degno presente“, alla luce di un futuro che è meglio non svelare?

Come si spiega allora la ricerca estetica verso il passato che riscontriamo in tanti ragazzi e Millenials?

Potrei riferirmi a coloro che frequentano i Barber Shop, arredati con premurosa attenzione, dove, aggiustandoti la barba con 20/25 euro, vivi l’esperienza emotiva di varcare la soglia del tempo…

E sì: è un mondo complesso.

 

Vivere comunque il il senso dell’attualità ci affascina.

E questo l’hanno capito i grandi brand, applicando il Real Time Marketing, per cui l’attualità diventa contenuto.

È una case-history studiatissima il tweet di Oreo in occasione del black-out durante il Super Bowl del 2013.

Così come le iniziative social di Ceres… bellissimo il post all’indomani dell’assoluzione di Berlusconi nella sentenza Rudy bis

O quella famosa di Snickers, all’indomani di Uruguay-Italia…

O di Tom-Tom dopo Spagna-Italia agli ultimi Europei…

Il Real Time è l’occasione che hanno le aziende di mostrarci che c’è qualcuno dietro a un brand, che vive il nostro stesso mondo e che viene toccato nella sensibilità dalle stesse cose che stiamo vivendo.

L’operazione di umanizzazione del marketing è partita da un pezzo.

Il nuovo consumatore almeno merita questo.

 

10 Ottobre 2016

 

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È un mondo difficile…

Mi sono più volte chiesto come mai scrivo sempre più di rado i miei “segnali deboli“.

Qualche anno fa, appena mi imbattevo in qualcosa di abbastanza interessante e nuovo (almeno per me), mi prendevo del tempo e scrivevo… con l’orgoglio di condividere con altri le mie considerazioni e analisi.

L’arrivo di Facebook ha poi fatto sì che la pubblicazione di post, brevi e leggeri, rimpiazzasse in parte la scrittura sul blog… fino ad arrivare che adesso i “segnali deboli” non li scrivo più.

Ho provato a analizzare la cosa e mi sono detto che probabilmente anche questo è un segnale debole.

Quindi, cosa sta succedendo? Perché ho smesso di scrivere sul mio blog?

Al momento, mi sono venuti in mente due motivi.

 

Il primo…

Le informazioni che trovo interessanti e nuove, sono sempre di più… e non ci sto dietro.

Forse sono cambiato io e prima ascoltavo di meno, ma credo ci sia anche dell’altro.

Soprattutto credo il motivo vado trovato nella selezione alla grande quantità di informazioni e input che ci arrivano, attraverso tv, radio, giornali, web, social, conferenze, riunioni, cene tra amici, incontri casuali, etc.

Infatti, credo si sia attivato in noi un meccanismo di selezione naturale, della serie: sono costretto a scegliere con grande attenzione chi o cosa ascoltare, su cosa sintonizzarmi, da chi ricevere le telefonate, a chi dare l’amicizia social, a chi concedere il mio status di follower, e via di seguito.

D’altronde l’algoritmo di Facebook fa uguale: se non metti il Like al post di un amico, quell’amico non ti appare più in bacheca, in quanto viene giudicato dall’algoritmo del social, come un amico non interessante.

Quindi, è facile concludere che indirizzando le antenne verso obiettivi di tuo gusto, interesse e gradimento, gli input che ti arrivano abbiamo maggiore probabilità di produrre meraviglia nei tuoi confronti.

 

Il secondo motivo…

Quello che sta succedendo è veramente interessante.

Ogni giorno ce n’è una: questo mondo è sempre più strano e complesso e abbiamo sempre più strumenti per cogliere le sue stranezze, contraddizioni e rivoluzioni.

È curioso scoprire come i grandi professionisti dell’osservazione, in particolar modo i sociologi, i semiologi e gli antropologi, si sentano a volte spiazzati.

Qualche mese fa ho letto Antropop di Duccio Canestrini e credo sia un libro interessante per mettere in fila le stranezze.


Canestrini è un antropologo che ama prendersi in giro e fa notare come il suo mestiere sia costretto a modificare in continuazione l’angolo di lettura.

I nostri sistemi culturali sono infatti cambiati un bel po’.

Canestrini cita vari semplici esempi, tra cui… “una volta i rivoluzionari inneggiavano alla velocità (in primis i Futuristi), mentre oggi si infiammano per la lentezza“… “una volta le donne rivendicavano l’uguaglianza, oggi le femministe rivendicano la differenza“…

Antropop parla di mescolone planetario… “Quando un senegalese che vive a Firenze, vende a un americano un souvenir etrusco prodotto in Cina, è chiaro che il mestiere dell’antropologo o dell’etnologo ha bisogno di una rigenerazione culturale“.

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un prodotto come questo…


Se volete sapere cos’è e a cosa serve, andate a guardare la foto in fondo.

In un simile bollirone, è quindi facile rimanere frastornati e disorientati, ma anche divertiti e con la curiosità che gira in eterno movimento.

Da parte mia, non faccio a tempo a prendere uno spunto, che già me ne compare un altro, che magari contraddice quello precedente, ma è altrettanto interessante.

Quindi appena decido di ricavarmi il tempo per scrivere, vengo distratto da altro.

In continuazione.

E lo sforzo che faccio è magari quello di prendere qualche appunto, ma non quello di approfondire maggiormente, ovvero scrivere.

Perchè per me, approfondire è sinonimo di “scriverci sopra”.

 

Scrivere è una nobile modalità di confronto, non solo con gli altri, ma soprattutto con sé stessi.

E visto la complessità di questo mondo, è il caso che ognuno di noi ci metta del suo, per il bene di tutti.

Nella foto: accessorio natalizio per hipster simpatici.

6 Ottobre 2016

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Tolleranza e quinta dimensione

Gli strumenti tecnologici odierni ci portano a misurarci con il concetto di interfaccia.

Più l’interfaccia è progredito, più riusciamo a costruire un rapporto simbiotico con lo strumento che abbiamo a disposizione.

Il futuro (ma già il presente) ci consegnerà una tecnologia dove lo strumento sarà sempre più invisibile, impalpabile…

Per capirci meglio: avremo un computer, ma senza il computer… telefoneremo senza il telefono… vedremo un film senza aver bisogno di un monitor…

 

Insomma, la migliore interfaccia sarà quella dove ci sei solo tu.

Ma se sono solo io, che interfaccia è?

La battuta è carina, ma ci siamo capiti…

 

Comunque, uno dei temi forti della nostra contemporaneità non credo sia il rapporto tecnico tra noi e lo strumento, bensì quanto questi incida nel rapporto tra noi umani.

È sotto gli occhi di tutti quanto la nostra attività relazionale sia condizionata dalla tecnologia… e questo spesso dà lo spunto per inquadrare la nostra modernità in una dimensione sclerotizzata.

Dai… le solite cose: il lato schizofrenico dei Social Network, l’uso eccessivo del telefonino, i matrimoni nati in chat…

Per tanti come me, la tecnologia è soprattutto un’opportunità.

Altri ne colgono soprattutto il lato delle controindicazioni.

 

Questo scenario ha quindi anche a che fare con l’aspetto della tolleranza.

Il rapporto che abbiamo con il progresso tecnologico, infatti, spesso ci mette nelle condizioni di misurare il nostro livello di tolleranza, viste le continue nuove sollecitazioni che il presente ci riserva.

 

La tecnologia quasi ogni giorno ci pone verso nuove dimensioni e opportunità, che a volte facciamo fatica ad accettare, sia razionalmente che emotivamente.

 

Mi viene in mente Flatlandia… avete presente?

Il protagonista che vive in un mondo bidimensionale (lui è una figura geometrica, esattamente un Quadrato) ad un certo punto scopre la tridimensionalità.

Però quando agli esseri tridimensionali pone il dubbio se possa esistere una eventuale quadri-dimensionalità, si scontra con la medesima intolleranza dei bidimensionali che credevano di essere l’unica realtà rappresentabile.

 

Qualche giorno fa ho assistito ad un’altra conferenza sul tema della fisica quantistica… e ogni volta che sento parlare della quarta e quinta dimensione, avverto un’emozione che sta tra il piacere della scoperta e il disagio di non arrivare a capire.

 

Ma noi, fino a quanto siamo disposti a modificare la nostra rappresentazione del futuro?

Il futuro è andato ben oltre ad HAL 9000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HAL lo ricordiamo tutti…

HAL è il protagonista non secondario del film “2001 odissea nello Spazio”: è il super-calcolatore-elettronico (allora, lo chiamavamo così…).

HAL, come si sa, è un gioco di parole che deriva da IBM: è una lettera avanti.

Gli astronauti diretti verso Giove, nel film di Kubrick parlavano con Hal.

In un possibile sequel del film, avrebbe senso che lo sceneggiatore pensasse ad Hal come un “qualcosa dentro” e non più esterno a noi.

 

Quanto siamo disposti ad accettare di avere un Hal addosso?

Proprio addosso, quasi appartenesse alla nostra aura…

Attraverso un comando vocale, anzi mentale, potremmo improvvisare un dialogo con Socrate… Hal ne sarebbe capace.

Potremmo suonare come Miles Davis, anzi… con Miles Davis.

Oppure potremmo stoppare tutte le informazioni per starcene in pace: ed anche in questo Hal sarebbe imbattibile.

 

Anche questo è uno dei tanti rompicapi etici con cui dobbiamo misurarci.

Con, allo stesso tempo, tanto entusiasmo e tanta paura.

 

 

 

 

 

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Animali silenziosi

Siamo diventati silenziosi perché attorno c’è tanto rumore” (Franco Battiato).

A proposito di silenzio…

Potrà sembrare strano, ma la tecnologia ci ha reso silenziosi.

Socializziamo in silenzio davanti ad uno schermo.

O meglio… urliamo, sbraitiamo, sentenziamo, discutiamo animatamente e simultaneamente attorno a mille argomenti, ma tenendo la bocca chiusa e muovendo solo le dita delle mani.

Sul piano dei comportamenti, affrontiamo in silenzio anche le nostre riscosse o ingiustizie.

È infatti in silenzio che usciamo da un hotel o da un ristorante… senza dire nulla, salutando normalmente.

E poi sul web ci scateniamo con le critiche, a volte urlando (sempre con la tastiera) la nostra delusione e rabbia.

Al Be-Wizard del Marzo scorso (la due giorni di studio sul web, organizzata a Rimini da Titanka), tra i tanti ottimi interventi, mi è rimasto impresso anche quello di Paolo Zanzottera, un vero personaggio, che potrei definire una via di mezzo tra un esperto di web ed un coach.

A lui è spettato il compito di introdurre il tema dell’edizione: Human2Human.

Zanzottera ha iniziato il suo intervento così: “Gli animali più pericolosi sono proprio quelli silenziosi…”.

Quelli che ti tendono l’agguato appena sbagli mossa.

E, in quel mondo lì, la Savana si chiama Tripadvisor, oppure Facebook, Twitter…

E da qui è poi partito il ragionamento attorno all’H2H, Human to Human marketing.

Il teorema di Zanzottera non fa una piega…

“A queste persone silenziose, possiamo rispondere solo da persona a persona… sapendo bene che non si risponde solo a quella persona, ma a tutti quelli che potrebbero leggere”.

In questo silenzio, secondo Zanzottera, è determinante far sentire che dietro a un sito, a una App, etc, ci siano delle persone.

Il suo consiglio è chiaro e lampante: umanizzare tutta la strategia digitale.

D’altronde l’Umanesimo è nel nostro Dna di Italiani… “e questo è il momento storico in cui si può avere un nuovo Umanesimo digitale”.

Quindi: parlare a persone e non utenti, portare avanti conversazioni e non comunicazione, rivolgersi a un pubblico e non a un target.

E i testi digitali non dovrebbero essere testi, ma storie… soprattutto nei punti critici.

E in tutto questo, i social network dovrebbero essere gli strumenti funzionali.

Ad esempio, Lego utilizza Twitter non certo per vendere o mostrare i propri prodotti o per lanciare promozioni.

Il progetto “Builder of tomorrow” nasce per ispirare e sviluppare i costruttori di domani… i nostri figli.

Figo, vero?

Zanzottera poi ha fatto riferimento anche all’inferno di Dante, dimostrando come anche le immagini siano storie.

È stato infatti l’Inferno di Botticelli che ha ispirato Dante, e la sua immagine ha condizionato l’immaginario collettivo per secoli.

 

 

 

 

 

 

Sul concetto che anche le immagini siano storie, Barilla ha fatto scuola.

Come sappiamo, ha fatto scuola sia nel bene…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E sia nel male…

 

 

 

 

 

 

Se da una parte, attraverso una bellissima idea di marketing, ha ben interagito con la settimana della moda milanese, da un altra ha ricevuto, nella stessa lingua, quel che si meritava in relazione all’infelice uscita sui gay.

Un altro bellissimo esempio ce lo mostra Snickers, all’indomani del morso di Suarez a Chiellini nella partita dei Mondiali brasiliani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oppure la sempre incredibile e attenta Ceres, all’indomani dell’assoluzione di Berlusconi nella sentenza Ruby bis:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il messaggio è semplice: dimostrare che dietro a quell’attività di comunicazione web, ci sono persone che rispettano il tempo che metti a disposizione come utente, premiandoti con il loro impegno nel darti contenuti che meritano attenzione.

Dunque ci siamo finalmente resi conto che l’Umanesimo è bene che irrompa nella tecnologia.

Adesso non ci sono più scuse, nel marketing, per non mettere le persone di nuovo al centro.

 

21 Agosto 2015

 

 

 

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Fino a che punto…

Nel dibattito relativo al Cocoricò, mi sono trovato ad assumere un atteggiamento distaccato.

Ho provato a capire da cosa potesse derivare questo mio starne fuori.

Sicuramente che non è stato menefreghismo.

Forse un atteggiamento snob? Può darsi, ma sarebbe inconfessabile.

Direi piuttosto una volontà di puro ascolto e di osservazione su ciò che stava succedendo, accompagnata da una massiccia dose di sana rassegnazione.

Per spiegare meglio questo mio stato, mi viene in mente la modalità che adottano Stanlio & Ollio nelle loro comiche… come in quella scena – una delle tante, giusto per fare un esempio – in cui qualcuno si avvicina loro e, con una bella pennellessa, li spalma di vernice fresca da destra a sinistra, dall’alto al basso… e loro lì, a subire con l’atteggiamento di chi osserva per vedere fino a che punto quel tipo può arrivare…

Ecco, questa cosa qua la chiamerei “effetto fino a che punto…”.

Nel contesto di “fino a che punto…”, i campioni in carica sono sicuramente quelli de “La Zanzara“: programma interessantissimo.

Con La Zanzara, in onda nel drive-time di Radio24, Cruciani e Parenzo da anni stanno portando avanti un esperimento antropologico/sociale di grandissima rilevanza scientifica… almeno secondo me.

L’esperimento consta nel dimostrare che, malgrado tutti gli strumenti di analisi a disposizione per migliorare la nostra conoscenza (l’istruzione, il web, i tanti media, etc), la nostra capacità di analisi può arrivare a livelli di bassezza preoccupanti.

Cruciani, in ogni momento della sua trasmissione, vuole farci capire che c’è in tutti noi un lato (e quindi non un piccolo pertugio) che, se ben stuzzicato, può generare ragionamenti sconsiderati.

La Zanzara, insomma, è lo specchio che noi possiamo essere, e siamo, anche quella roba lì.

E ogni volta che credi che la trasmissione abbia ospitato qualcuno che sia riuscito a toccare il cosiddetto “fondo del barile”, il geniale Cruciani è pronto a dimostrarti che non è così… Della serie: oggi, se voglio, posso mostrarti e dimostrarti che c’è di peggio rispetto a ieri.

Da qui poi parte il cortocircuito verso il quale non riesco ancora a prendere le misure, per cui, anche se ti senti una persona intelligente, se quel programma non ospitasse il senso del becero, sicuramente non lo ascolteresti…

E mi rendo conto che più “La Zanzara” scava nel becero, nell’estremità delle posizioni rigide, o nelle sfuriate da cui poi dialetticamente non può più tornare indietro, più il programma vince negli ascolti e, soprattutto, nella fidelizzazione dei suoi ascoltatori.

Detto questo, se elaboriamo un mix tra Stanlio & Ollio e Cruciani, ne esce un “osservatore” rassegnato che, senza reagire, acquisisce il desiderio masochista di cercare di comprendere fin dove si riesca ad arrivare…

Ecco… durante il recente dibattito su droga/divertimento/giovani/sballo, spesso mi sono riconosciuto in quel genere di “osservatore”.

Conseguentemente, invece di reagire, ho preferito sentirmi inerme.

Probabilmente è l’atteggiamento di chi avverte che questa non sia più la sua battaglia.

 

16 Agosto 2015

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Si balla con le braccia

L’avrete notato anche voi.

Magari anche molto prima di me.

A dir la verità, è stata Monica ad aprirmi gli occhi: “guarda, ballano con le braccia…”.

Andiamo con ordine.

 

Da un po’ di tempo è mutata la mappatura del loisir legato al divertimento notturno.

I grandi appuntamenti del cosiddetto “popolo della notte “ (c’è ancora qualcuno che lo chiama così..) non vedono più le discoteche e i Super Club in primo piano.

E neanche le One-Night itineranti (Cream, Global Gathering, etc), o le varie Love e Street Parade.

Da qualche anno abbiamo potuto notare che si sono affacciati nuovi luoghi e nuove mète.

In primis, direi il Belgio (grazie all’evento Tomorrowland), l’Ucraina (vedi il raduno Kazantip)…

A posizionarsi sul top dell’attenzione sarebbero quindi quel genere di eventi che rappresentano lo sviluppo ultimo del fenomeno Club Culture.

 

Come sta succedendo nelle politiche di marketing territoriale, i flussi turistici sono sempre più emotivamente condizionati dallo strumento dell’evento.

L’evento che – come mi ha insegnato l’amico Andrea Pollarini – è il più antico strumento di comunicazione sociale dell’essere umano, continua ad essere anche il più moderno.

Caratteristica di eventi come il Tomorrowland – così come negli altri simili che vengono organizzati in tutto il Pianeta – è che il protagonista assoluto è il DJ, quello di caratura internazionale…

Insomma, quello che ha le hits in tutte le classifiche, trasmesse in tutte le radio, suonate in tutte le disco, ballate in tutte le spiagge…

Questi eventi stanno consacrando il DJ come elemento di richiamo molto di più di quanto è accaduto nelle discoteche dagli anni 90 in poi.

Nella realtà di Aquafan, grazie alla partnership con il Cocoricò, abbiamo avuto modo di ospitarne tre: Paul Kalkbrenner, Martin Solveig e Avicii.

Quest’ultimo, il 10 agosto scorso, ci ha permesso di realizzare il record nella storia del nostro parco: ben16 mila presenze con un incasso di circa mezzo milione di euro (guarda il video).

Per la cronaca, l’artista aveva un cachet di 180 mila euro e la sua scheda tecnica ha comportato un costo di produzione di oltre 70 mila euro (dando lavoro a ben 5 ditte italiane).

Per avere un’idea più generale sui compensi di questi artisti, guardatevi questo pezzo uscito sulla versione italiana dell’Huffington Post.

I Super DJ nel mondo sono ormai diverse decine.

Per capire chi sono, basta leggere DJ Mag, oppure dare un’occhiata a chi suona al Tomorrowland, oppure scorrere il calendario dei locali di Ibiza, o quello del Cocoricò.

Sempre per avere un’idea più chiara, il “Cocco”, per la sua programmazione, investe ogni anno circa un milione e duecento mila euro in DJs…

Il fenomeno è in continua crescita.

Per cui oggi, quando un ragazzo afferma di andare ad un concerto, non sempre significa che sul palco poi ci sia un cantante, un chitarrista, un batterista…

Spesso c’è una consolle…

 

Senza entrare nel merito se sia più bello o più interessante assistere ad un live act di Springsteen, dei Muse, oppure a quello di Skrillex, Calvin Harris o di Deadmau5 (si legge “dedmaus”, è un canadese che si esibisce con una ultratecnologica testa da topo), va detto che il fenomeno dei mega show prodotti dai Super DJ sta da anni condizionando la modalità di vivere gli eventi musicali.

 

Siamo di fronte ad una nuova modalità di rito collettivo.

Tutti ballano ma, come nei concerti rock, sono comunque disposti stretti a ridosso del palco.

Ma c’è di più: tutti sono consapevoli di far parte – all’interno dello stesso show – di una scenografia/coreografia che si muove a ritmo di hertz, regalando emozioni sia a chi partecipa, sia a quei pochi che assistono passivamente.

 

Ma veniamo al punto… al ballo.

Siamo abituati a inquadrare il ballo come ad un movimento che parte dal basso, ovvero dal rapporto che i piedi ed i passi hanno con il terreno e con il ritmo.

Siamo spesso affascinati dalle danze tribali che proprio dal battere e spingere i piedi sulla Terra sembra puntino a raccogliere l’energia che il Pianeta genera.

Con l’arrivo della nuova musica elettronica (teckno, house) già le discoteche mostravano negli anni 90 il popolo della notte muoversi con nuove dinamiche attorno al ballo.

Il movimento delle braccia, sempre più spesso in alto, ha cominciato ad assumere più importanza rispetto a quello degli arti inferiori.

 

Oggi, i grandi eventi house e teckno ci mostrano due precisi soggetti protagonisti…

Da una parte il Dj, che, come un Messia, è sul palco insieme ai suoi sempre più straordinari effetti speciali: mega schermi video, effetti pirotecnici, cannoni di CO2, laser, etc…

Dall’altra parte il pubblico… migliaia di persone tutte con le mani al cielo, che si muovono a ritmo, ondulandosi, abbassandosi, creando effetti scenografici non di semplice contorno, ma, al contrario, capaci di essere parte integrante dello spettacolo stesso.

Quindi piedi fermi, o che saltellano, e le mani al cielo, con l’avambraccio che si muove su e giù e il palmo della mano unito, come il saluto degli Apache…

 

È importante rilevare questo fenomeno?

Volendolo trovare, un qualche significato simbolico potrebbe anche scappare fuori.

E anche se non fosse particolarmente interessante, sarebbe comunque un importantissimo segnale che le fenomenologie giovanili sono sotto osservazione e non solo per fini commerciali, ma anche perché semplicemente incuriosiscono.

La cosa strana è che mentre sui balli etnici c’è una letteratura avanzatissima, al contrario, sulle nuove dinamiche espressive della musica nella nostra contemporaneità, nessuno pare sia interessato.

E così quando i giovani entrano nella sfera della cronaca e dell’emergenza, continuiamo a trovare osservatori ed esperti impreparati, o fermi a qualche decennio fa.

 

Comunque, per uno come me che di libri di antropologia forse ne ha letti due (di cui uno sicuramente lasciato a metà), questa modalità di ballare che dà meno peso al contatto con il terreno, potrebbe benissimo essere specchio di una necessità di “sollevarsi”.

Forse dalle responsabilità?

D’altronde oggi, chi sta dando opportunità di responsabilità a chi ha meno di 35 anni?

 

24 Agosto 2013

 

 

 

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solo se serve

Non scopro certo nulla di nuovo se sentenzio che una delle sfide più grandi che abbiamo di fronte è quella che riguarda un possibile sviluppo senza crescita.

Il ritornello è sempre quello: il nostro stile di vita deve essere inderogabilmente più sostenibile e dobbiamo dare uno stop al modello che prevede la crescita infinita.

Ho letto Bauman.

Ho letto Latouche.

Ho ascoltato Stefano Zamagni.

Ho clickato anch’io MiPiace e ho condiviso “il discorso più bello del mondo” di Josè Mujica, il Presidente dell’Uruguay.

Ho letto qualche capitolo sulla regola di San Benedetto.

Seguo la Critical Mass

Sto insomma preparandomi il terreno per quel giorno in cui succederà il grande fatto: ovvero quando l’essere umano comincerà a bere la Coca-Cola solo quando avrà sete.

 

Credo che quell’atto lì, potrà essere identificato come il segnale di un passaggio chiave verso un diverso modello di approccio al consumo.

Da lì in poi, tutto cambierà…

Bere la Coca-Cola solo se si ha sete… comprare un telefono nuovo, solo se l’altro è inutilizzabile… acquistare una casa solo se ci vado ad abitare…

Tutto ciò non avrà a che fare con la rinuncia: si tratterà di avere un approccio culturale diverso.

È un po’ come se qualcuno mi chiedesse perché non mi cucino i gatti che vivono con me…

Semplice: perché non mi passa neanche per la testa e non è un argomento.

 

Qualche mutamento importante, in questo senso, lo stiamo già avvertendo: il mercato dell’auto è in crisi anche perché noi (cioè il mercato) abbiamo deciso che, per un bel po’, invece di comprare la macchina nuova, ci sta bene quella che abbiamo già.

 

Il principio dominante, quindi, sarà: “solo se serve”, “solo se è utile”.

E la nostra soddisfazione non sarà subordinata solo al consumo (a volte banale e quindi inutile) delle merci.

 

Sviluppo senza crescita, quindi.

Qualcuno, o meglio, qualche patacca come me si chiederà: ma ci si divertirà uguale?

Credo proprio di sì.

Basta entrare nella logica – come dice Josè Mujica – per cui non è povero chi non ha nulla, ma chi ha bisogno di comprare tutto.

 

Il passaggio ha a che fare con il nostro approccio culturale: i modelli cambiano se l’estetica dominante cambia.

 

A proposito di estetica dominante…

 

Mi è sempre piaciuta la descrizione che ha dato Andrea Pollarini in merito alla differenza tra Tamarro e Coatto.

Ovvero: mentre il Coatto è consapevolmente “periferico”, brutto, rassegnato nel suo stile ai margini, il Tamarro ha la consapevolezza di far parte dell’estetica dominante, si vede bello e si sente destinato ai vertici della giungla che può solo premiare i migliori a sopravvivere.

 

Ieri, in un suo pezzo, Gramellini è stato, come suo solito, particolarmente efficace.

Il tema era l’arresto di Corona, il quale, con i Tamarri ci azzecca un bel po’.

 

Scrive Gramellini: “Corona ha aderito in toto al sistema a cui appartiene, fino alle conseguenze più parossistiche”.  Corona ci induce “a rivalutare le conquiste materiali della società dei consumi”. E “ce le rivela per quello che sono: fiori sfavillanti nel vuoto, destinati ad appassire se non ci decidiamo a riempire quel vuoto”.

 

L’arresto di Corona può rappresentare la fine di quell’estetica dominante.

Per accelerare il processo, forse servirebbe un gesto eclatante…

E io ho un’idea: proporrei un monumento al Tamarro.

Fossi il Sindaco di Riccione, lo commissionerei (spending review permettendo) a Cattelan: sarebbe il segno della fine di un’epoca.

 

25 gennaio 2013

 

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Club Culture, la Frontiera

C’è stato un momento della mia vita in cui ho creduto di essere più avanti della vita che stavo vivendo.

Posso dire che ho visto il mondo andare più lento di come la pensavo e di avere tutti i giorni la sensazione che grazie a me, questo mondo marciasse ad una velocità superiore.

 

Vera Bessone, del Corriere di Rimini, mi ha chiesto “Dov’è finita la Riviera di Club Culture?”, alla luce del libro di Pierfrancesco Pacoda (“Riviera Club Culture“ edito da NdA) uscito poco tempo fa.

Per affrontare l’argomento sono partito da come mi sentivo nel delirio dei “miei” anni 80.

Quel “mio” decennio (il decennio che ho sentito più mio della mia vita) è stato caratterizzato soprattutto da un grande individualismo.

Era, ed è stato, un individualismo conformista.

Ho ragione di credere che sia stato questo aspetto a rappresentare l’humus ideale affinché il divertimento notturno, con tutto il suo contorno, diventasse un’estetica dominante.

 

Era questa la vita che sognavo da bambino: un po’ di Apocalisse, un po’ di Topolino…”.

Siamo stati in tanti ad inventarci un lavoro partendo dalla nostra passione: per me era la musica (ho iniziato organizzando concerti rock), per poi scoprire che in realtà ciò che mi stimolava era la comunicazione e quella cosa che poi ho imparato si chiamasse Marketing.

A volte mi rivedo… Ragazzo di 20 anni o poco più, insicuro e imbranato, che comunque tenta una nuova strada…

E inizia a fare impresa con quello che gli piace, firmando contratti con artisti, facendo opinione nel suo settore, vedendo il suo nome sui giornali.

Questo in Italia allora poteva succedere: se eri giovane, con qualche buona idea, avevi delle chance.

 

È nata negli anni 80 quella che qualcuno inizialmente chiamò “il Nightclubbing” e successivamente “la Club Culture”.

Ossia – provando a dare una definizione – quell’estetica generata dal divertimento notturno, in grado di influenzare la quotidianità.

 

Sia chiaro: il nostro territorio l’ha sempre subita, cavalcandola controvoglia e senza alcuna strategia.

Poi quel fenomeno è diventato il Divertimentificio…

Già, qualcuno l’ha decifrato anche così.

Sarò impopolare, ma quel fenomeno rappresenta ancora la più convincente immagine (non dico la migliore, ma la più convincente ed efficace) che la nostra Riviera abbia saputo offrire, dopo il turismo balneare di massa.

Poi, se quel modello è stato “ufficialmente” abbandonato (senza che mai sia stato ufficialmente sposato), non significa che ancora non incida, anzi…

Ma questo è un altro discorso.

 

Venendo al nostro – “dov’è finita la Riviera di Club Culture” – come tutte le cose, se non le contestualizzi, ti ritrovi con un’analisi monca.

Ovvero, se leggi oggi la Club Culture attraverso lo stesso approccio con cui l’hai vissuta negli anni 80 e 90, fai fatica a cavarci fuori qualcosa.

 

La Club Culture di allora della nostra Riviera è riuscita ad essere anche subcultura, producendo contenuti (e prodotti) capaci di condizionare la contemporaneità.

In quella contemporaneità la nostra Riviera è entrata come un ariete.

Ricordiamoci che, se la Romagna (Rimini) ha inventato il turismo di massa, dagli anni 80 in poi, grazie al suo divertimentificio (con Riccione in testa) ha ufficializzato il turismo giovanile di massa.

Poi l’Italia si è fermata.

E così si è fermato anche quel certo fermento che affiancava l’industria del loisir.

 

Oggi la Club Culture vive in una rete globale internazionale, al cui interno è presente qualche nostra eccellenza nostrana, ancora in grado di intercettare ed interpretare linguaggi e codici delle nuove generazioni (sia di clienti, che di artisti).

 

Oggi la Club Culture ha sempre meno a che fare con la discoteca.

La fine degli anni 90 ce l’aveva fatto già capire: chi cercava in quel mondo ispirazione, era obbligato a bazzicare non soltanto i locali di Ibiza, ma anche – e soprattutto – le “nuove” spiagge, o certi strani ristoranti (il Buddha Bar?), o anche semplici barettini sugli scogli (il Cafè del Mar?).

Ma soprattutto quel “sentiment” lo si intercettava nei grandi eventi, come la Love Parade di Berlino e la Street Parade di Zurigo, oppure gli eventi Cream, Global Gathering o altri (confesso: non ne ho mai visto uno), figli più di quell’estetica Rave che dagli anni 90 ha cercato di far uscire quella subcultura dai limiti del Club.

 

Oggi lo sviluppo di tutti quei contenuti nati negli anni 80 e 90, sfocia in eventi che ancora in Italia non riusciamo ad immaginare, per motivi anche culturali.

Manifestazioni come il Tomorrowland e Kazantip, in un certo senso, rappresentano la Frontiera di quel sentiment che la Club Culture ha generato.

La Frontiera…

Noi, nella nostra Costa Est, lo siamo stati.

Grazie proprio alla Club Culture.

Grazie alla Baia degli Angeli di Giancarlo Tirotti e alla Baia Imperiale poi, all’Altro Mondo di Gilberto Amati prima e di Galli e Bevitori poi, al Paradiso di Gianni Fabbri, all’Embassy di Semprini, al Lady Godiva di Mauro Varriale, al New York di non ricordo chi, all’Aleph di Maurizio Innocenti, allo Slego di Garattoni, Corbelli, Fiori, Rinaldini, Bruschi e poi di Thomas, all’Insomnia della Nico, al Lex di Andreatta, al Bandiera Gialla di Bibì Ballandi, al Barcelona di Lucas Carrieri, al Cellophane sempre di Lucas Carrieri, al Ripadiscoscesa della Patty Bordoni, al Velvet di Thomas, al Pascià di Fabbri, Ricci e Billy Bilancia, all’Ethoes, al Vae Victis e all’Echoes di Tantini e Maurizio Monti, al Byblos della famiglia Gennari, alla Villa delle Rose di Dino e poi dei Buffagni, al Peter Pan di Gianni Nisticò e Artemio, al Prince di Marisa Lagrecacolonna, all’io di Willi e Italo, al Carnaby di Ennio, Alfredo e Giorgio, al Meeting di Ivano, al Rockhudson’s, al Ku e all’ECU, alla Mecca di Andrea Brighenti, al Life di Agostini, al Blow Up di Zanza e, ovviamente, al Cocoricò di Osvaldo e dei Palazzi.

Con il Walky Cup in Aquafan di Cecchetto prima e di Linus poi, concluderei questa carrellata, dove accanto ai locali che sono riuscito a ricordare, ho affiancato i personaggi che maggiormente hanno contribuito fattivamente alla creazione di ognuno di questi miti.

A questo scenario è sempre mancata un’analisi, che aiutasse – noi operatori – a capire e a capirci: insomma, a formarci e a renderci consapevoli che ciò che avevamo in mano non erano semplici locali da ballo.

Ma questo è un altro discorso, che ora, come prima, pochi hanno intenzione di ascoltare.

 

21 Settembre 2012

 

 

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Navi in porto e ansie democratiche

C’è quella famosa frase – spesso citata da Fabio Volo in radio – che ci fa riflettere sul fatto che sebbene le navi in porto siano al sicuro, comunque sono state costruite per andare incontro alle tempeste dei mari più burrascosi.

Ognuno, in questa frase, può ritrovare la metafora della vita che più gli aggrada.

Fatto sta che in questi tempi di crisi, prima di far uscire dal porto la nostra nave, avvertiamo in maniera più accentuata l’esigenza di volare bassi.

Però alcuni economisti, psicologi e psicoterapeuti in genere (anche quelli che trovi al bar, laureati sul campo) ti avvertono del rischio recessione, consigliando, come cura migliore, il reagire… magari volando alti.

 

Ma che significa volare alto?

Non certo fare cose che non ti puoi permettere, sennò, che bel consiglio sarebbe?

Direi piuttosto che significa dare maggiore, anzi, massima attenzione al sé, anche in relazione agli altri.

Nella migliore delle accezioni, può voler dire contribuire affinché la tua positività ed il tuo entusiasmo contaminino una comunità di persone.

 

Qualche anno fa mi ero divertito a dire che “gli Italiani non sono felici”, facendolo diventare lo slogan dell’Aquafan di Riccione.

D’altronde la situazione che avvertivo era chiara: ovunque ti potessi trovare (dall’aperitivo, alla passeggiata sul Corso) le persone avevano solo bisogno di parlare dei propri problemi, magari semplicemente elencandoli.

Con il tempo mi sono reso conto che questi elenchi acquisivano sempre più la caratteristica di perdere l’ordine delle priorità.

Se provate a notare, oggi siamo arrivati al punto che è avvertibile una certa “angoscia democratica” (non ricordo dove ho letto questo termine), per cui il problema che su Rai Uno le fiction fanno cagare, è equiparabile alla possibilità di rimanere senza lavoro.

 

Questa angoscia democratica è tipica di uno dei riti del nostro tempo, l’Happy Hour, dove i discorsi si susseguono random, senza ordine di importanza.

 

È possibile che la cultura dell’Happy Hour ci abbia condizionato a tal punto?

 

Una cosa è sicura: l’Happy Hour (come scrisse benissimo Marino Nioli su Repubblica) ha contribuito a trasformare alcune zone delle nostre città, dove strade e piazze sono diventati “bar diffusi”, “siti collettivi inattesi”.

Il paesaggio urbano è stato trasformato da quell’unione tra “drink e link”, attraverso relazioni di “un’umanità a banda larga”, “una rete in carne e ossa gettata nella polis”.

 

Il termine Happy Hour nasce negli anni 20 per indicare l’ora di intrattenimento concessa ai Marines imbarcati.

All’inizio degli anni 60, entra nel linguaggio comune dopo un articolo del Saturday Evening Post dedicato alla vita militare.

Solo negli anni 80 negli USA e in Gran Bretagna nasce l’uso di accompagnare il drink con stuzzichini, al fine di ridurre l’ebbrezza.

Happy Hour oggi è il rito che avviene più tardi dell’aperitivo, prima della cena: “è il vespro della regola globale, la giusta ricompensa dell’hora et labora quotidiano”.

 

Sempre Nioli ricorda come la nostra socialità sia passata dai Fori e dalle Agorà del mondo antico, alle piazze dei Comuni, fino ai Passages e alle Terrasses dei Caffè nella Parigi del XIX secolo, diventati i templi di un capitalismo che ha fretta, ma non rinuncia a vedere e farsi vedere.

 

Farsi vedere, appunto.

Quindi mostrarsi, vestirsi, accessoriarsi…

Ma questo come è opportuno che avvenga al tempo della crisi?

Può valere anche in questo caso la strategia, per cui “volare alti” sia la tecnica di sopravvivenza più efficace?

È proprio questo il momento per sfoggiare le piume più vistose (a proposito, avete visto quanti cappellini ai matrimoni!) o per scegliere dal sarto il tessuto “più migliore” per presentarci all’Happy Hour con i giusti segnali di positività ed entusiasmo?

C’è chi dice sì.

E non è detto che abbia torto.

Un Happy Hour felice (stando attenti al tasso alcolico) è, infatti, alla portata di tutti.

Come dice Ligabue, “Sei già dentro l’Happy Hour, vivere, ridere costa la metà”.

 

Probabilmente in questo tempo di crisi, troveremo finalmente necessario dare risposta alla fatidica domanda del Liga: “Quanto costa fare finta di essere una star?”

 

 

 

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L’inatteso

Dobbiamo fare i conti con l’inatteso.

Avvertiamo il bisogno di inatteso, sia nella politica, sia nell’economia, sia nell’amore.

Sia nel bene che nel male.

L’ha detto il grande Wayne Shorter, uno dei padri del jazz contemporaneo, in un’intervista su La Repubblica.

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Essere di moda

Essere di moda, nei decenni precedenti, significava seguire una moda.

Negli anni 80 è successa una mezza rivoluzione: abbiamo imparato ad utilizzare uno stile.

Ovvero, invece che seguire una moda, andava di moda seguire uno stile.

Tant’è che dagli anni 80 in poi, sono tante le mode che vanno di moda.

 

PS. Tra qualche giorno rileggerò quanto ho scritto per vedere se lo capirò ancora.

 

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Insoddisfazione

Al contrario di altri periodi storici, credo che i soggetti più insoddisfatti, oggi, non siano i giovani, ma gli adulti.

A guardare in giro, almeno sembra così…

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Il cliente porta guai

Oggi il cliente pretende più di quello che si può permettere.

Il guaio è che il mercato deve accontentarlo…

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Pensieri e opinioni

Ha ragione chi ha detto che ci sono troppe opinioni e pochi pensieri.

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Il piano simbolico

Malgrado la musica rappresenti solo l’1% dei consumi, sul piano simbolico abbiamo la consapevolezza che pesi molto, molto di più.

Questo dato lo dobbiamo tenere come esempio quando vogliamo misurare le cose, qualunque siano.

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Rivoluzioni

Credo sia inutile illudersi…

Oggi le rivoluzioni giovanili non sono più collettive.

Le rivoluzioni dei giovani oggi sono soprattutto individuali.

 

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Certezze depresse

La merce più venduta in questi anni è la certezza: siamo affamati di certezze.

E’ curioso notare che le certezze che accettiamo di più sono quelle che parlano il linguaggio del pessimismo.

Quindi è facile arrivare alla conclusione che vivremo in futuro in una società depressa.

 

 

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Rompicapo etico

Il termine “rompicapo etico” è affascinante.

Un esempio di rompicapo etico è la gravidanza di Gianna Nannini a 53 anni.

Però direi che ognuno ha il suo.

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Mezzi infiniti

Siamo passati da una Società che aveva fini precisi e pochi mezzi, ad una Società con infiniti mezzi, ma con obiettivi per niente chiari.

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Geometri

I geometri demoliscono costruendo.

Qui l’abbiamo chiamata Riminizzazione.

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