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Overtourism: dove eravamo rimasti?

Il ritorno alla normalità post Covid ci riporta spesso al punto di dove eravamo rimasti.

In ambito turistico, uno dei temi che fino al 2020 mi stavano di più appassionando era l’overtourism, ovvero il sovraffollamento in alcune destinazioni turistiche. Da qualche anno, infatti, nel turismo si stava combattendo una nuova guerra: quella contro il turismo di massa.

A lottare contro l’overtourism non c’era più solo Venezia.

Carnevale Cannaregio

Anno dopo anno si sono via via moltiplicate le mete europee che hanno tentato di contrastare e regolare l’afflusso di turisti con nuovi divieti, volti a scoraggiare soprattutto il visitatore “mordi e fuggi”.

Il fenomeno, molto interessante, in questi giorni sta tornando trend topic.

Nel pre Covid abbiamo assistito a importanti e strani movimenti: vittime della loro stessa popolarità, molte città avevano addirittura smesso di farsi pubblicità.

In quei territori l’obiettivo era (e sta tornando a essere) molto chiaro: costruirsi un’immagine nuova, non più legata al turismo dell’eccesso, ma a quello di qualità, o culturale, con la conseguenza anche di ridare serenità ai residenti, soprattutto quelli dei centri storici.

Mi avevano molto colpito le azioni concrete portate avanti in varie località europee…

Ad Amsterdam, per evitare sovraffollamenti, in primis è stata rimossa la scritta I-AM-STERDAM con le varie lettere separate e disposte in diverse parti della città. Poi sono stati normati i tour in centro con gruppi al massimo di 15 persone e, udite udite, è stato dato lo stop ai tour a luci rosse…

A Dubrovnick è stata praticata una forte riduzione dello sbarco delle navi da crociera, chiuse l’80% delle bancarelle, nessuna autorizzazione all’apertura di nuovi ristoranti in centro, raddoppiata la tassa per gli airb’n’b, imposta una forte limitazione dei bus turistici e una tassa di 5 euro a passeggero…

Alle Baleari aboliti gli happy hour, vietate le modalità “open bar”, regolamentata la somministrazione di alcolici nei bar fino alle 21, stabilito il divieto di affitto camere e appartamenti ai turisti nei condomini…

A Barcellona si sono organizzati sia con lo stop totale alla pubblicità, puntando a promuovere gli altri centri della Catalogna, sia con il blocco delle aperture di nuovi hotel in centro.

Queste brevi info, raccolte in varie note sparse, hanno come fonti i vari giornali on line, specializzati e non, nonché gli appunti dai vari convegni a cui ho partecipato (uno dei quali sicuramente organizzato da Teamworks).

Per questioni legate al mio lavoro, ho invece avuto modo di toccare con mano e approfondire le problematiche relative a Sirmione, sul Lago di Garda.

Addirittura nei week-end di bel tempo, al fine di provare a governare i grossi picchi di affluenza, da tempo l’Amministrazione Comunale ha predisposto un senso unico pedonale, ovvero: se vuoi passeggiare attorno all’istmo o nel centro storico, devi per forza procedere nel senso di marcia che ti indicano i vigili urbani… e parliamo di traffico pedonale, non automobilistico. A Sirmione, in certi picchi primaverili, la concentrazione di escursionisti richiama veramente al concetto di congestione insostenibile.

In questi giorni si è discusso molto dell’assalto alle Cinque Terre, territorio a cui sono sentimentalmente legato. Le immagini e i titoloni ci rendono il senso dell’emergenza.

Credo sia abbastanza chiaro quali siano le controindicazioni che genera il fenomeno dell’overtourism. Lo sto capendo anch’io che sono romagnolo: per noi, l’overtoursim ha un po’ il sapore dell’ossimoro.

Il fenomeno da anni ha giustamente generato un dibattito che spesso mette sotto accusa chi ha avuto la miopia di aver buttato in vacca i vari patrimoni storici, paesaggistici, o naturali per ottenere arricchimenti immediati senza alcun tipo di strategia territoriale.

Quindi, al di là di Venezia, Firenze, Roma, ci sono una serie di borghi e isole che, in questa fase di ritorno alla normalità post Covid, più di prima – così sembra – stanno lanciando seri alert.

Vari autorevoli esperti, consulenti e imprenditori, si stanno ponendo la domanda di come valorizzare una risorsa come il turismo senza che questo possa andare a discapito della conservazione del patrimonio culturale, paesaggistico e naturale, nonché della qualità della vita delle popolazioni residenti, che quegli stessi luoghi li abitano per tutto l’anno.

In effetti se un luogo attira visitatori per l’atmosfera intima e delicata che possiede, come si può evitare che il turismo trasformi e banalizzi quell’assetto di così forte appeal?

In una conferenza a cui tempo fa ho partecipato, il Presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini snocciolò una serie di dati importanti e positivi di quanto generassero gli investimenti delle varie Film Commission regionali: d’altronde se mentre guardi una puntata di Montalbano attorno c’è una Sicilia che splende, è gioco facile aspettarsi degli arrivi turistici.

Non sono in possesso di dati, ma in rete non si fa altro che parlare dei benefici che ha ottenuto Taormina grazie a The White Lotus, la pluripremiata serie HBO in programmazione su Netflix, dove lo splendido scenario della “perla dello Ionio” fa da cornice a una serie di omicidi ambientati in hotel, spiagge, borghi, darsene e mercatini che stanno invogliando potenziali turisti da tutto il mondo.

Quindi da un lato il nostro paese sta investendo in immaginari da esportare, da un altro stiamo acquisendo la consapevolezza che senza un turismo limitato e di qualità (non solo in senso economico), i territori rischiano di deludere le aspettative dei visitatori.

Il turismo è veramente materia delicata e da anni ci sta dando delle indicazioni precise.

Chi sta osservando le dinamiche di questo ultimo decennio, ha acquisito la consapevolezza che sta crescendo esponenzialmente la domanda di quei turisti che ambiscono a quelle destinazioni che si caratterizzano come luoghi dove il residente ha sviluppato una elevata qualità della vita, parametrata secondo le nuove scale dei valori.

In più è in atto un fenomeno molto chiaro ed evidente: chi va a farsi un week-end a Madrid, o a Venezia, o a Gubbio, vuole immergersi in quella dimensione. Ovvero: non vuole essere un turista, ma diventare madrileno, veneziano o eugubino per quei 2 giorni.

Questi tuffi nell’autenticità sono un cortocircuito, in quanto a volte quelle experience tanto desiderate, non riesci proprio a viverle.

Mentre a Barcellona, Roma, New York, Riccione i grandi flussi fanno parte integrante dell’experience (credo che le Ramblas o la Broadway vuote non interessino a nessuno), altri territori più piccoli e delicati hanno bisogno della loro giusta e autentica dimensione.

E in più c’è un altro scenario da tenere presente: appena sarà terminata l’era di Xi, sicuramente sul mercato si affaccerà un altro miliardo di turisti cinesi (attualmente ce ne solo “solo” 400 milioni ogni anno) a cazzeggiare in giro per il mondo.

L’antropologo Marco Aime, interpellato in una puntata di “Tutta la città ne parla” su RadioTre, ha affermato che il numero chiuso è un male necessario. “Non è solo un problema di affollamento. Dagli studi fatti, un eccesso di turismo porta all’impoverimento e a lungo andare, toglie appetibilità alla destinazione“.

Ma qual è la molla che ci costringe a intrupparci verso una destinazione dove vanno tutti?

Secondo Aime si tratta di “effetto movida“: desideriamo andare dove vanno tutti gli altri, avvertiamo spesso il bisogno di voler esserci.

Ovviamente i social hanno amplificato il successo di alcune destinazioni, ma è anche vero che c’è sempre più gente che si muove.

C’è chi sta parlando di una deriva Disneyland.

La conseguenza? La banalizzazione degli spazi e dei luoghi e la gentryfication, grazie alla scellerata gestione delle affittanze brevi.

Eppure il turismo approfondisce la multiculturalità… o non è più così? Oppure porta all’imbruttimento dell’omogeneizzazione?

Secondo Aime, nel turismo manca il tempo affinché avvenga uno scambio.

Nulla da dire, la riflessione non è per niente male.

Va bè, però lui è un “filosofo”… invece che ne pensavo gli imprenditori?

Michil Costa, famosissimo albergatore altoatesino, interpellato sempre da “Tutta la città ne parla“, è ancora più categorico. “È giusto contingentare le presenze. A nessuno deve essere vietato di venire nelle Dolomiti, ma secondo le disposizioni che stabilisce la comunità che ti ospita. D’altronde quando ai concerti i biglietti sono finiti, che fai?

Addirittura ha affermato che, quanto prima, sarà la carbon footprint (l’impronta di emissioni di CO2) a determinare i flussi turistici.

Va bè, lui è un imprenditore illuminato…

E noi romagnoli?

Da noi, dopo dagli anni 90 in poi, non facciamo che rimpiangere l’overtourism che ci caratterizzava.

Pensate, io la sera di un Agosto del 1980 avevo pensato di arrivare da Rimini a Riccione con il mio Ciao: all’altezza di Rivazzurra decisi di tornare indietro, in quanto non ce la facevo a passare nel traffico.

Noi siamo nati per giocare un campionato differente: d’altronde è qui che è stato “inventato” il turismo di massa.

Ciò non toglie che deve essere sempre il padrone di casa a dettare le regole, sia quelle generali (ossia la buona educazione, l’inclusività e il rispetto per gli altri), sia quelle sartorializzate verso il pubblico a cui si vuole puntare.

Sta di fatto che il sovraffollamento turistico è un argomento su cui devono confrontarsi menti lucide, aperte e competenti.

E quanto prima è bene mettere in esecuzione le linee guida che potranno essere definite.

Tutto questo deve assolutamente succedere prima che monti una linea di pensiero per cui il turismo diventi non un’opportunità, ma un male da sopportare.

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