Navi in porto e ansie democratiche

C’è quella famosa frase – spesso citata da Fabio Volo in radio – che ci fa riflettere sul fatto che sebbene le navi in porto siano al sicuro, comunque sono state costruite per andare incontro alle tempeste dei mari più burrascosi.

Ognuno, in questa frase, può ritrovare la metafora della vita che più gli aggrada.

Fatto sta che in questi tempi di crisi, prima di far uscire dal porto la nostra nave, avvertiamo in maniera più accentuata l’esigenza di volare bassi.

Però alcuni economisti, psicologi e psicoterapeuti in genere (anche quelli che trovi al bar, laureati sul campo) ti avvertono del rischio recessione, consigliando, come cura migliore, il reagire… magari volando alti.

 

Ma che significa volare alto?

Non certo fare cose che non ti puoi permettere, sennò, che bel consiglio sarebbe?

Direi piuttosto che significa dare maggiore, anzi, massima attenzione al sé, anche in relazione agli altri.

Nella migliore delle accezioni, può voler dire contribuire affinché la tua positività ed il tuo entusiasmo contaminino una comunità di persone.

 

Qualche anno fa mi ero divertito a dire che “gli Italiani non sono felici”, facendolo diventare lo slogan dell’Aquafan di Riccione.

D’altronde la situazione che avvertivo era chiara: ovunque ti potessi trovare (dall’aperitivo, alla passeggiata sul Corso) le persone avevano solo bisogno di parlare dei propri problemi, magari semplicemente elencandoli.

Con il tempo mi sono reso conto che questi elenchi acquisivano sempre più la caratteristica di perdere l’ordine delle priorità.

Se provate a notare, oggi siamo arrivati al punto che è avvertibile una certa “angoscia democratica” (non ricordo dove ho letto questo termine), per cui il problema che su Rai Uno le fiction fanno cagare, è equiparabile alla possibilità di rimanere senza lavoro.

 

Questa angoscia democratica è tipica di uno dei riti del nostro tempo, l’Happy Hour, dove i discorsi si susseguono random, senza ordine di importanza.

 

È possibile che la cultura dell’Happy Hour ci abbia condizionato a tal punto?

 

Una cosa è sicura: l’Happy Hour (come scrisse benissimo Marino Nioli su Repubblica) ha contribuito a trasformare alcune zone delle nostre città, dove strade e piazze sono diventati “bar diffusi”, “siti collettivi inattesi”.

Il paesaggio urbano è stato trasformato da quell’unione tra “drink e link”, attraverso relazioni di “un’umanità a banda larga”, “una rete in carne e ossa gettata nella polis”.

 

Il termine Happy Hour nasce negli anni 20 per indicare l’ora di intrattenimento concessa ai Marines imbarcati.

All’inizio degli anni 60, entra nel linguaggio comune dopo un articolo del Saturday Evening Post dedicato alla vita militare.

Solo negli anni 80 negli USA e in Gran Bretagna nasce l’uso di accompagnare il drink con stuzzichini, al fine di ridurre l’ebbrezza.

Happy Hour oggi è il rito che avviene più tardi dell’aperitivo, prima della cena: “è il vespro della regola globale, la giusta ricompensa dell’hora et labora quotidiano”.

 

Sempre Nioli ricorda come la nostra socialità sia passata dai Fori e dalle Agorà del mondo antico, alle piazze dei Comuni, fino ai Passages e alle Terrasses dei Caffè nella Parigi del XIX secolo, diventati i templi di un capitalismo che ha fretta, ma non rinuncia a vedere e farsi vedere.

 

Farsi vedere, appunto.

Quindi mostrarsi, vestirsi, accessoriarsi…

Ma questo come è opportuno che avvenga al tempo della crisi?

Può valere anche in questo caso la strategia, per cui “volare alti” sia la tecnica di sopravvivenza più efficace?

È proprio questo il momento per sfoggiare le piume più vistose (a proposito, avete visto quanti cappellini ai matrimoni!) o per scegliere dal sarto il tessuto “più migliore” per presentarci all’Happy Hour con i giusti segnali di positività ed entusiasmo?

C’è chi dice sì.

E non è detto che abbia torto.

Un Happy Hour felice (stando attenti al tasso alcolico) è, infatti, alla portata di tutti.

Come dice Ligabue, “Sei già dentro l’Happy Hour, vivere, ridere costa la metà”.

 

Probabilmente in questo tempo di crisi, troveremo finalmente necessario dare risposta alla fatidica domanda del Liga: “Quanto costa fare finta di essere una star?”

 

 

 

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