Mezzi infiniti

Siamo passati da una Società che aveva fini precisi e pochi mezzi, ad una Società con infiniti mezzi, ma con obiettivi per niente chiari.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Geometri

I geometri demoliscono costruendo.

Qui l’abbiamo chiamata Riminizzazione.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

L’eterna fase

Non abbiamo ancora fatto tesoro dei Valori del passato.

Mentre i valori del futura ancora non li conosciamo.

Forse per questo abbiamo la sensazione di vivere in un’eterna fase di trapasso.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

L’esca

“Nell’amo metti l’esca che piace ai pesci.

Poi, forse, con il passare degli anni, puoi provare a mettere l’esca che piace anche a te”.

L’ho sentita da Fabio Volo.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

L’ha detto De Chirico

“L’architettura completa la natura”.

L’ha detto De Chirico.

Passeggiando per Rimini, non ho avuto questa sensazione.

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Brutti scherzi della Tv

In tutta Europa e in mezzo mondo le televisioni trasmettono format come “Il Grande Fratello”.

In Italia ho però la sensazione che – forse più che in altri paesi – passi il messaggio per cui quello che avviene nei reality coincida con quello che succede nella vita cosiddetta reale.

Dobbiamo abituarci: la tv però fa brutti scherzi.

Ad esempio, con Elisa di Rivombrosa, è uscito un romanzo che si è ispirato alla fiction, mentre di solito è il contrario…

 

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Il momento migliore

“Il momento migliore per piantare un albero è 20 anni fa.

Il secondo momento migliore è adesso.”

Semplice e geniale.

 

 

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Scherzo…

Riccione, 2 aprile 2009.  La Domus del Bagnino è stato un gran bel pesce d’aprile.  Chi vuole sapere com’è andata, clikki qua ….     

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

la Domus del Bagnino

Riccione, 1 Aprile 2009

Il ritrovamento di ieri pomeriggio in Aquafan, dobbiamo confessarlo, ci ha spiazzato, e non poco.

E più prendiamo possesso dell’avvenimento, più scopriamo che il mosaico ritrovato ha in sé una serie di misteri….

In primo luogo, ci stiamo ponendo la più ovvia delle domande: è uno scherzo o no?

In fondo in fondo, speriamo di sì: se il mosaico risultasse originale, si aprirebbe uno scenario che non abbiamo ancora osato immaginare.

Nel caso di uno scherzo, tra l’altro figureremmo vittime della celebre legge del contrappasso, per cui siamo proprio noi a subire ciò che solitamente procuriamo ad altri.

Comunque, la domanda vera che non ci fa dormire è: se è una burla, chi è l’autore?

Mano a mano che analizziamo la cosa, affiora una strategia complessa, un disegno sottile, figlio di una azione da veri professionisti: lo scavo, la profondità, ma soprattutto, il contenuto del mosaico stesso.

Il mosaico ritrovato, infatti, una volta analizzato con calma, rappresenta un tema addirittura pertinente con Aquafan.

Come si può notare anche dalle foto apparse sui quotidiani locali, dalla grande testa del personaggio rappresentato, quella che a prima vista sembrava una lunga lingua (il nostro Silvano Balducci l’aveva interpretata come una lunga scia di vomito…) in effetti è un fiume in discesa.

Ma la cosa incredibile è che giù da questo fiume scendono delle persone… così come succede con gli scivoli di Aquafan !

Se è uno scherzo, l’hanno proprio pensato bene.

Da persona che si occupa di comunicazione, la tentazione di cavalcare l’onda – giusto  per rimanere in tema – è troppo forte.

Quindi provo ad immaginare questa Domus del Bagnino,  controaltare riccionese della Domus del Chirurgo dell’Ariminum di duemila anni fa.

Oppure, provo ad ipotizzare, come ha fatto qualcuno di noi, che il primo proprietario del parco, quando ha acquistato il terreno, ha proprio costruito l’Aquafan prendendo spunto dal ritrovamento casuale del mosaico, che poi avrebbe opportunamente coperto e nascosto.

Comunque sia e comunque andrà – ovvero scherzo o non scherzo – la vedo già l’area delimitata, con tanto di copertura e lastra di cristallo a protezione, con i nostri turisti in fila con il costume, ad ammirare tra uno scivolo e l’altro il tratto tardo romanico bizantino, o le magie del Photoshop…

So già che non mancherà la brochure che illustrerà la storia del dio Aquafan, dalla cui bocca nasce il fiume da cui si scivola felici.

Una sorta di metafora, su come il linguaggio del divertimento, che nasce dalle labbra dei saggi, possa rendere in eterno le persone più felici e contente. 

Share

1 Comment

Filed under appunti

i-Phon….

Questo non lo avevo ancora visto…………………………………………….iphon.jpg 

Share

1 Comment

Filed under appunti

Videogiochi rilassanti

 

 

Più di un anno fa, era il dicembre del 2007, avrete letto anche voi che un gruppo di ricercatori irlandesi ha messo a punto un videogioco in cui si vince solo se ci si rilassa.

Il gioco consiste nel far volare un drago: più si sta tranquilli, più il drago vola veloce.

Il tutto funziona attraverso sensori applicati alle dita della mano, chiamando in causa il galvanismo della pelle, cioè la capacità di trasmettere elettricità, la cui intensità dipende appunto dal grado di rilassatezza o tensione.

Parlare di videogiochi rilassanti è un po’ come giocare con le dicotomie: di solito i videogame sono sinonimo di adrenalina.

Ma la cosa non può spaventare.

Anzi…

Proviamo a pensare alle declinazioni possibili…

 

Per prima cosa, applicherei questo sistema al campanello di casa mia: tu suoni e se sei stressato, te ne torni a casina tua.

Ovviamente proverei anche ad applicarlo all’ingresso dei locali pubblici: ci troveremo discoteche senza risse e ristoranti dove la pausa pranzo non potrà essere frenetica. Ma sicuramente la declinazione di quanto hanno inventato i ricercatori irlandesi, potrebbe avere incredibili risposte sul piano turistico.

In spiaggia una selezione di tal genere potrebbe garantire la scomparsa di tutte quelle persone che hanno la compulsione della telefonata, i quali, poveretti, abituati all’adrenalina dell’ufficio, cominciano a chiamare tutti gli indirizzi in rubrica perchè non sanno stare senza fare niente.

Oppure pensiamo a quei territori magici, dove la tranquillità è il motivo che produce turismo.

Non so… il Maine, la Cornovaglia, la Bretagna, le campagne umbre con i percorsi di San Francesco….

Insomma, se sei stressato non entri!

Ma qualcuno potrebbe dire: “ma appunto perché sono luoghi rilassanti, io, persona stressata, ho bisogno più di altri di viverli”.

Bene: a tal proposito, si potrebbero attrezzare spazi di decompressione.

Pensate che figata: prima di entrare ad esempio in quei paesini stupendi in mezzo alle crete senesi, avere l’obbligo di decomprimersi…

Musica rilassante, profumi, sapori, massaggi…

 

Però…

Cavolo! Se cominciassero i commercialisti, gli avvocati, gli uffici postali ad esigere i test per la rilassatezza – altrimenti non ti ricevono – ma ci pensate in che casini ci metteremmo?

 

 

 

17 gennaio 2009

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Il telefonino dei sogni

 

Sarò grato finché campo all’amico Lucio per avermi mostrato il telefonino dei miei (nostri) sogni.

Si chiama pomegranatephone (telefono melograno) ed è in grado di fare tutto.

Quando dico tutto, intendo proprio tutto!

Andatelo a vedere sul sito web: è un’esperienza unica (http://www.pomegranatephone.com/).

Guardate ogni sua funzione, dalla prima all’ultima, e mi raccomando: non perdetene una!

Una volta visto il tutto, clickate su I’ve seen enough (ho visto abbastanza) e capirete il motivo per il quale questo telefonino è nato: comunicare un territorio…

…Precisamente la Nuova Scozia, l’affascinante provincia canadese che affaccia sull’Atlantico.

 

Dai, che aspettate, continuerete a leggere dopo: clickate qui e correte a vedere il tutto.

 

 

Incredibile, vero?

Tra le diverse cose che mi hanno stupito in quello che ho visto, in primis c’è la convivenza tra l’idea creativa di alto linguaggio tecnologico e il committente, ovvero la Nuova Scozia, territorio ad alta vocazione naturalistica.

Una bella operazione di marketing, particolarmente creativa.

E’ proprio vero: il marketing si concede ogni possibilità, ogni connubio.

Eppure a volte è proprio in nome del marketing che alcuni collegamenti si vogliono ritenere inappropriati.

Poi ogni tanto notiamo che accade che il successo e la forza di una campagna di comunicazione (e di conseguenza del prodotto che promuove) sono dovuti a scelte coraggiosissime, sulla carta strategicamente non opportune.

Sarò esagerato, ma possiamo considerare il marketing come una scienza esatta solo se siamo pigri.

Quando invece lo facciamo diventare l’arte del possibile, allora riusciamo a trovare anche il gusto di lavorare.

E la vita appare più bella.

 

7 Gennaio 2009

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Deve essere successo qualcosa

Mi sono iscritto a Facebook diversi mesi fa (mi sembra all’inizio del 2008). A parte due o tre richieste di amicizia, per mesi e mesi nessun segno di vita. Poi qualcosa è successo verso la metà di novembre: è come se Facebook fosse scoppiato coinvolgendo anche utenti lessi come me. Ho provato a capire se c’è stato qualche causa determinante in quel periodo, ma non mi viene in mente nulla. Qualcuno ha un’idea? 

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Ma Feisbuuk è obbligatorio?

Stasera, la mia amica Giovanna ha posato la sua tisana sul tavolino e ha cominciato a fissare gli ultimi 5 avventori (più io) del relax day di inizio d’anno che abbiamo organizzato a casa nostra. Poi ci ha posto in maniera categorica la seguente domanda: “Ma avere Feisbuuk è obbligatorio?”. Nessuno le ha risposto: ci siamo tutti limitati a ringraziarla.  

Share

1 Comment

Filed under appunti

la crisi è un mercato

L’ha detto ieri il mio amico Claudio Villa.

E’ un punto di vista concreto e positivo…. oltre che ovviamente oggettivo.

Può essere un interessante punto di partenza.

Ci può aiutare a non fare casino.

Pier 

 

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

I pauarpoint hanno rotto le palle

 

Sporcarsi le mani…

 

Come non mai, oggi bisogna “stare sul pezzo”.

 

Soprattutto per coloro che hanno piacere, interesse o bisogno di capire come gira il mondo, sporcarsi le mani con la realtà di tutti giorni è oggi un esercizio assolutamente indispensabile.

Un esercizio però da svolgere individualmente e direttamente in prima persona.

Senza demandarlo a nessuno…

Neanche ai Powerpoint.

Siamo soffocati dai powerpoint…

 

…tutti densi di informazioni, contenuti, elementi, charts, grafici a torte, sondaggi…

…tutti realizzati con massimo rigore, tutti necessariamente visionati con grande rispetto.

Oggi se vogliamo dire qualcosa di importante facciamo un powerpoint.

 

Quindi occhio: se qualcuno si cimenta in un ppt, è segno che sta per rivelare notizie determinanti…

E così dalla mattina alla sera produciamo e visioniamo powerpoint come fossero le uniche finestre sulla verità…

 

…in un turbine di incontri, meeting, convegni…

E mentre nei nostri uffici, le slides avanzano, lampeggiano, si dissolvono, entrano veloci e si colorano, là fuori il mondo va avanti con le sue verità…

 

 

‘Sti powerpoint hanno rotto le palle.

 

Per carità, Microsoft ha creato un programma bello, pratico e utile.

 

Quindi, in questo caso,  pace a Bill Gates, anzi: grazie tanto!

I powerpoint probabilmente sono nati per fare bella figura con il Direttore Generale o l’Amministratore Delegato: “Sai, con delle belle slaids, il capo capisce meglio…”.

 

Il guaio è che a volte gli uffici marketing si dedicano a produrre bellissime presentazioni, piuttosto che a concentrarsi sul progetto in sé.

 

C’è chi giura che i progetti sbagliati nascono proprio dai powerpoint più belli, capaci di raccontare bellissime verità, che non corrispondono però a quello che il mercato richiede.

 

Sbagliare le strategie troppo spesso corrisponde a mettere le aziende in crisi.

Quello che scriviamo e leggiamo nelle slides non è sempre verità…

 

Le cose le capiamo a volte molto più facilmente (e soprattutto molto prima) se invece di stare chiusi in ufficio, andiamo ad annusare in giro cosa succede nel mondo.

 

E non è mica sempre necessario prendere 10 aerei al mese…

A volte basta parlare un po’ più con gli amici di tuo figlio, ascoltare la gente sull’autobus, dialogare con il taxista, chiacchierare con il parcheggiatore della discoteca, fare due gags con gli amici all’aperitivo…

 

O meglio ancora, andare a fare la spesa, partecipare alle riunioni di condominio, guardare Canale 5, partecipare alla vita di Parrocchia, frequentare le sale giochi, passeggiare per i Centri Commerciali…

 

Ovvero, cercare di vivere la tua vita in maniera accettabile e allo stesso tempo dare un’occhiata a come altri riescono a vivere la propria.

 

Anche così, a mio parere, significa sporcarsi le mani (e magari si diventa anche più tolleranti).

Però tutto questo è difficile: non siamo dotati di una spiccata capacità di ascoltare.

 

Anzi, citando Gaber, vorremmo essere Dio, per poi ritirarci in campagna, “perché la lontananza è l’unica vendetta, l’unico perdono”.

Questa frase è bella: pensate se Gaber, invece di scriverla, ci avesse fatto un powerpoint…

 

 

Buon 2009 a tutti!

30 dicembre 2008

 

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Gli italiani non sono felici

 

Questa volta il segnale debole che ho pensato di riportare nel blog, riguarda proprio Aquafan, ovvero il luogo che da 12 anni rappresenta la mia quotidianità.La campagna pubblicitaria del nostro Parco, di questa estate 2008 è un po’ particolare.

Il claim cita “Gli italiani non sono felici”.

Credo quindi di fare cosa gradita nel riportare il “pensiero” ed il percorso che ci ha portato a tale scelta.

In basso troverete anche l’immagine del poster 6×3 metri che verrà affisso qui in Romagna e in qualche altro territorio.

Mentre il video virale che abbiamo dedicato alla campagna, lo troverete al seguente indirizzo:

http://www.youtube.com/watch?v=P4o5Sx7SnJE

Pier

GLI ITALIANI NON SONO FELICI

Il marketing spesso induce ad utilizzare la provocazione di messaggi forti al fine di ottenere risultati di visibilità.

In 22 anni di attività, Aquafan non ha mai intrapreso questa strada.

Nella sua comunicazione, Aquafan trasmette positività, solarità e a volte ironia (nonché autoironia).

La campagna “Gli italiani non sono felici” rappresenta quindi un’eccezione e, anche se nasce da un ufficio marketing (quello interno di Aquafan), crediamo contenga qualcosa in più di una fredda strategia.

Crediamo che il ruolo di un territorio come il nostro e di una struttura come Aquafan sia particolarmente importante: far stare bene le persone, contribuire a renderle felici, non è cosa da poco.

Ma avvertiamo una necessità: probabilmente, oggi più che mai, per fare al meglio il nostro lavoro occorre acquisire la consapevolezza dello scenario in cui si opera…… e lo scenario ci mostra che il pubblico a cui ci rivolgiamo si sente sempre meno felice.

Quanto detto non è una rivelazione: è un fatto noto, non stiamo scoprendo nulla.

L’ha capito persino la politica, che da destra e da sinistra, ha lanciato mille segnali di quanto sia necessario poter/dover cambiare le cose per uscire da questa fase.

Abbiamo voluto questa campagna perché abbiamo la responsabilità del nostro ruolo di osservatorio dei segnali che arrivano dal mondo.

Noi non abbiamo la capacità, né gli strumenti, né il ruolo per capire e valutare il reale grado di felicità degli italiani: noi “ascoltiamo” che la percezione che avvertono è quella.

In palestra, dal parucchiere, durante il rito dell’aperitivo… il vociare delle persone è fatto di pensieri e parole sempre più “pesanti”, anche quando in ballo non ci sono problemi concretamente seri.

Chiamiamolo malessere.

Per noi che vendiamo il divertimento, quest’anno è stato difficile pensare ad una comunicazione che in maniera disinvolta potesse “vendere” serenità e felicità in formato 6×3 oppure 70×100.

“Gli italiani non sono felici” vorremmo fosse interpretato come un messaggio rivolto al nostro pubblico, ovvero: ce la metteremo tutta per farvi stare bene.

Ma vorremmo anche che “Gli italiani non sono felici” venisse recepito anche come un avvertimento…… un avvertimento soprattutto verso noi stessi.

Chi paga il biglietto in Aquafan sappiamo che trascorrerà una giornata indimenticabile, che ricorderà con piacere.

Ogni estate ci impegniamo affinché la nostra offerta di divertimento sano sia sempre più all’altezza.

Questa è la nostra responsabilità: non deludere le aspettative verso chi riversa su di noi l’opportunità di trovare benessere.

E così, attraverso l’immagine positiva che Aquafan sa emanare, abbiamo sentito il bisogno di urlare che “Gli italiani non sono felici”, con il fine di affermare che noi faremo la nostra parte.

31 maggio 2008

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Treno, privacy e pisello

 

Per lavoro, o magari casualmente, ci siamo più volte imbattuti nelle reti della famosa Legge sulla Privacy.

Per carità, non voglio entrare nel merito dove sia giusta o meno.

In questo senso posso solo dire che, nel momento in cui la mia posizione è quella del cittadino passivo, la trovo opportuna.

Non avverto gli stessi sentimenti quando invece mi pongo dal punto dell’impresa.

Comunque, ritengo la Legge sulla Privacy un segno di una società sempre più civile.

 

Un po’ in tutto il mondo, le tecniche di tutela dei propri interessi privati stanno diventando sempre più raffinate.

Non vorrei sbagliarmi, ma dall’elusione fiscale (sempre più complessa), alle abitudini sessuali (a volte inconfessabili), la nostra necessità di protezione mi sembra sia particolarmente aumentata…

… finchè non si sale sul treno.

 

Quasi a dispetto di tutti gli studi che hanno portato a creare al legislatore cavilli complessissimi, sul treno la Privacy rompe tutte le barriere.

Durante i miei viaggi in prima classe, in mezzo a tantissimi uomini d’affari, è facile farsi un’idea di quale sia la situazione.

A volte sono stato tentato di prendere un po’ di appunti.

Lo scenario è interessante: in treno si parla di tutto, anzi, si rivela tutto a gran voce mentre si parla con il telefonino.

Persone che a gran voce si identificano lasciando e-mail e numeri di cellulare…

Trattative ai quattro venti, dove un albergo a Bellaria venduto con una caparra in nero di oltre 200 mila euro…

Strategie segrete diffuse per tutto il vagone, per cui a quel determinato capogruppo occorreva  smuovendogli contro proprio la sua corrente…

Esternazioni riguardo a dati di una ricerca del tutto improvvisati…

 

Mentre inizialmente credevo si trattasse di disattenzione ed ingenuità, pian piano mi è sorto il dubbio che dietro ci fosse altro.

E cioè la sciagurata voglia di avere una platea in ascolto.

L’identikit dell’esternatore medio è semplice: maschio, età tra i 35 e i 50.

La fascia perfetta di chi ha necessità di adottare strategie ai fini del cosiddetto prolungamento del pisello.

E’ un po’ come durante il rito dell’aperitivo in Centro, dove si sente spesso intonare “sai cos’ho fatto ieri sera”, “sai che macchina ho deciso di acquistare”, “sai con chi sono uscita ieri sera”, e via di seguito…

In treno è leggermente diverso: chi deve fare lo “sburrone” – come diciamo noi in Romagna – distribuisce consulenze professionali ad alta voce, elargisce cazziatoni con toni paterni risoluti, vomita esiti positivi di riunioni.

 

Chissà, probabilmente non ne sono consapevole, ma forse faccio parte anch’io di questa squadra: gente a caccia di prestigio nel vagone in prima classe, in un mondo in cui il “valore personale” sembra venga calcolato con parametri sempre più intollerabili.

Come tante altre cose, anche questo è il segnale di un malessere.

Ce la faremo mai ad uscire da questa fase?

Ma soprattutto, questa è una fase, oppure è diventata (o è sempre stata) una caratteristica nel nostro dna?

Potremmo nel frattempo lanciarci in un tentativo: ovvero provare a calibrare bene la differenza tra i significati di prestigio, consenso, notorietà.

Potrebbe essere l’inizio di un percorso.

Credo siano necessari tempi lunghi.

Speriamo nell’Alta Velocità.

 

 

 

20 marzo 2008

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Semplicità

Mi sento una persona poco adatta a parlare di semplicità.
Ma visto che sono un casinaro, è un po’ un mio standard entrare in ambiti non opportuni.

Come si può ben notare, l’essere umano post-moderno ha piacere, ma soprattutto avverte la necessità, di plasmare la realtà: quando è complessa ha bisogno di semplificarla, mentre quando è armoniosa cerca in tutti i modi di incasinarla.
Mi piace sempre sottolineare la nostra tendenza nel surfare nei nostri modi di vivere: in questo caso facciamo surf tra lo star bene e il complicarci la vita, tra lo star male e rendere le cose più semplici…

Banalizzando – come amo fare – potrei portare qualche esempio…

Nei campi di cotone del Sud, la vita era veramente dura… così nacque il Blues, un suono molto semplice.
Appena i neri migliorarono la loro condizione di vita, cominciarono a suonare il Jazz, e il suono cominciò ad essere assai più complesso.
Quando le metropoli hanno poi cominciato a mostrare tutta le loro difficoltà, prende vita l’Hip-Hop:semplice da capire, facile da comporre.

Un altro banale esempio…. Una volta risolto il problema della fame, abbiamo inventato la Nouvelle Cousine… per poi tornare ad apprezzare nei ristoranti alla moda la polenta e i fagioli bolliti.

Mantenersi in forma correndo non dovrebbe presentare derive di complessità: i miei amici della Nike mi hanno parlato dellojogging semantico

La situazione attuale ci vede insicuri, timorosi delle insidie, poco coraggiosi nel rischiare, poco lucidi per capire cosa fare: tutti sintomi di una situazione complessa.

Bernard Cova, nel suo libro Il marketing Tribale, cita la teoria del camion impazzito, per cui la società sarebbe un enorme camion lanciato a grande velocità, con il conducente sbalzato fuori.
Il conducente rappresenterebbe il Senso (nel senso più Cristiano del termine) che non avvertiamo più nel progresso, che comunque va avanti con le sue scoperte scomode (il nucleare, la biogenetica, etc).
Secondo Cova, il progresso sta correndo in avanti come per inerzia… e ognuno di noi avverte il bisogno di salvare il mondo.

Anthony Giddens, il filosofo musa ispiratrice di Tony Blair, ha elaborato la teoria del Secondo Moderno, per cui il concetto di progresso è mutato e non è più legato all’avanzamento delle tecnologie: diventa addirittura moderno l’atteggiamento di stoppare il cammino.

Per capire meglio il concetto, mi è servito l’esempio che ho letto sull’ex proprietario dell’Esprit che ha acquistato nella Terra del Fuoco in Cile, un territorio vasto come il Lussemburgo, pieno di larici millenari a rischio disboscamento.
Una volta acquistate quelle terre, con il diritto della proprietà privata (da sempre giudicata anti-moderna) si è avvalso della facoltà di fermare ogni azione dell’uomo: un atteggiamento da Ancient-Regime che però appare immediatamente un grande segno di progresso.

Questa è la riprova che c’è e ci dev’essere un nuovo modo con cui deve essere inteso il progresso dell’Umanità.

In questa situazione stiamo cercando di salvarci la vita costruendo tentativi di ri-radicamento, ad esempio rappresentati dallo Slow Food, dalle ideologie ecologiste e no-global.

Per convincerci di questo, possiamo notare notare alcuni evidenti “passaggi“: dalla libertà individuale alle community(pensiamo a Internet, il regno delle tribù), dalla libertà al legame, dall’universalità alla vicinanza (dal global al local), dall’innovazione all’autenticità (oggi ha più peso un telefonino innovativo o un formaggio artigianale?).

Tra i tanti paradossi che viviamo, ce n’è uno che mi ha sempre “affascinato”: ci crediamo liberi perché possiamo consumare un prodotto unico a nostra misura, eppure abbiamo bisogno della sicurezza di consumare tutti la stessa cosa.

Siamo arrivati a questo non certo per sbaglio…

Sempre citando Bernard Cova, probabilmente dopo che abbiamo raggiunto l’obiettivo di creare una società libera – dove davvero siamo in grado di realizzare e vivere la condizione di uomini liberi – ci siamo accorti che la situazione non è poi così entusiasmante.

E quindi abbiamo bisogno di correre ai ripari (riparo = protezione).

Sicuramente, in questa condizione, abbiamo più che mai bisogno di dare un po’ di ordine alle idee, cominciando a mettere ordine alle cose (come mi dice sempre un amico di Marrakesh).

Ed ecco come si arriva al bisogno di semplicità.

Una curiosità…
Ho fatto una ricerca su Google digitando la parola “semplice”, ed è venuto fuori un elenco di circa 41 milioni e 700 mila voci, con ai primi 3 posti:
semplice.it (viaggi last minute)
futurosemplice.it (onlus che si occupa di persone con problemi mentali)
ubuntusemplice.org (Ubuntu è un sistema operativo libero e gratuito).

A lato, dove Google vende pubblicità, non c’è nessuna inserzione: nessuno investe sulla semplicità perché nessuno la va a cercare?

Pier
1 Novembre 2007

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

il Web Semantico

il Web Semantico: l’incoerenza ci aiuterà

Prendendo spunto a piene mani da un pezzo uscito un mesetto fa sul sito del Corriere della Sera a firma Hanay Raya, vorrei condividere con voi l’ultima idea di un personaggio importante del nostro tempo, Tim Berners-Lee, considerato l’inventore di Internet.

Quando Berners-Lee, giovane fisico inglese del CERN di Ginevra, presentò il progetto del World Wide Web (selvaggio mondo della rete, facendo eco ai pionieri dell’Ovest americano) erano i primi di Agosto del 1991.
In realtà, Internet esisteva da oltre vent’anni, con il nome di Arpanet: c’erano già le e-mail, i protocolli per il trasferimento dei dati come l’Ftp, si usava Telnet per collegarsi ai computer remoti…
Ma tutto questo era confinato in un mondo estremamente tecnico, universitario e industriale.
Fu con gli anni ’80 che Internet cominciò la sua crescita e nei ’90 la sua espansione.
Per essere quindi precisi, lo scienziato non ha inventato Internet, bensì il Web (la rete), ossia gli ipertesti Html con i quali visualizziamo le pagine e il protocollo Http, quello attraverso cui le possiamo raggiungere.
Il giovane Berners-Lee, insignito nel 2004 del titolo di Baronetto dalla Regina d’Inghilterra, ha inventato anche il primo Browser, che ci permette di sfogliare la pagine Html inserendo gli indirizzi Http.

Uscito dal CERN di Ginevra, ha trovato lavoro al MIT (Massachusset Institute of Technology) di Boston dove nel 1994 ha fondato il World Wide Web Consortium, conosciuto semplicemente come W3C.
Un’associazione senza fini di lucro che si basa su semplici indicazioni:
– il Web è unico perché è libero.
– chiunque può creare un documento e metterlo gratuitamente online.
– il W3C cerca di evitare che interessi di qualsiasi genere possano porre un freno a questa assoluta libertà.

La notizia è che il Consorzio sta lavorando da alcuni anni alla progettazione del cosiddetto WEB SEMANTICO, che già è stato etichettato come il futuro della rete.
Ci vorranno ancora degli anni prima che noi utenti ne vedremo la realizzazione, tuttavia questa nuova idea sta già facendo discutere.
Si tratta di una visione completamente nuova dell’information technology e si basa sul concetto che ognuno (ogni creatore di contenuti) possa determinare una propria ontologia delle informazioni, determinare cioè a livello informatico gli attributi di una richiesta, sia essa un sentimento, un oggetto, un’idea.
Dopo il mondo interconnesso, avremo l’individuo intercollegato, capace di creare mondi e influenzare quello (o quelli) degli altri.
Non una verità ma molte, non un’opzione di ricerca generalista, ma un pullulare di specificità.

Avremo computer in grado di capire i dati che utilizza, così che i dati sul Web possano essere definiti ed utilizzati non soltanto per la loro “visualizzazione”, ma per la loro piena automazione, integrazione e riutilizzo.
Si prospetta un futuro in cui potremo fissare una visita medica alla mamma anziana utilizzando alcuni agenti semantici (programmi in grado di esplorare ed interagire autonomamente con i sistemi informatici per ricercare informazioni) capaci di capire la patologia, contattare i centri in grado di curarla e di richiedere un appuntamento, salvo poi lasciarci la decisione di confermare.

Il web, come si presenta oggi, richiede troppo sforzo e troppo impegno.
Abbiamo bisogno di strumenti di lavoro più progrediti, per facilitare e velocizzare la navigazione attraverso il labirinto degli innumerevoli documenti consegnati alla pubblicazione multimediale.
Per il futuro, il Web Semantico si propone di dare un senso alle pagine web ed ai collegamenti ipertestuali, dando la possibilità di cercare solo ciò che è realmente richiesto.

Non sempre la Rete ci porta dove ci serve: scorrere una lunga quantità di elenchi alla ricerca dell’informazione desiderata è ormai quotidianità, soprattutto quando la ricerca interessa un termine piuttosto comune.
Con il Semantic Web possiamo aggiungere alle nostre pagine un senso compiuto, un significato che va oltre le parole scritte, una personalità che può aiutare ogni motore di ricerca ad individuare ciò che stiamo cercando.
Tutto questo non in virtù di sistemi di intelligenza artificiale, ma di un linguaggio gestibile da tutte le applicazioni, di un’informazione strutturata e di nuove relative regole di deduzione.

La cosa comunque straordinaria, da Tim Berners-Lee sottolineata, è che uno degli elementi fondamentali del web semantico sarà la compresenza di più ontologie.
Quindi, se si vuole un sistema dinamico in grado di raffinarsi e funzionare su scala universale, bisognerà per forza accettare una certa dose di incoerenza.

Che figata…

La ricerca di informazione diventa così sinonimo di viaggio verso territori estranei, diversi, a volte fastidiosi.
Chi crede che la verità sia solo una, è servito.

Grazie al Web Semantico, possiamo quindi affermare che è terminata la fase in cui asserire che il Web 2.0 e i Social Network sono il futuro: semmai rappresentano “solo” il presente e al limite possono “accontentarsi” di rappresentare l’eco di un mondo a venire, dove ricercare significherà accettare (senza più accorgercene) di affacciarci verso pensieri diversi e posizioni lontane.
E’ forse anche per questo che la rete fa così paura?

settembre 2007

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Verità comode

Rimini, 25 agosto 2007

Interrogarsi sul significato di verità è un esercizio che dovrebbe diventare obbligatorio.
Il tema è complesso, di quelli in cui si arriva a parlare di tutto… e di niente.
E’ un tema su cui non mi sento pronto.
E probabilmente non lo sarò mai.
Ma se per verità, parliamo della verità degli altri, beh, allora lì sono un campione, come probabilmente tutti.

Il Meeting per l’Amicizia dei Popoli, l’evento che si svolge ogni fine agosto a Rimini, quest’anno tocca proprio questo argomento.
“La verità è il destino per cui siamo stati fatti”.

Obiettivo del Meeting è porre l’attenzione sulla sfiducia di oggi circa la possibilità di conoscere la verità, con la conseguenza di una vita mancante di certezze, quindi opaca ed esposta a violenza e sopraffazione.

Il concetto di verità mi rimanda sempre a quello di certezza.
Non so se l’avete notato, ma i prodotti più ricercati al mondo, in questi decenni, sono proprio le certezze.
Il guaio è che sono anche i più venduti.
La politica vende certezze… e siamo in tanti a comprarle.
I consulenti economici vendono certezze.
Anche chi vende biscotti ha bisogno di affiancarne qualcuna, compresa nel prezzo.
Pure Wanna Marchi l’ha fatto e sembra che continuerà a farlo.

Dal sito web del Meeting, estraggo le parole del Santo Padre Benedetto XVI, durante un dialogo avvenuto con gli studenti dell’Università Lateranense: “Se si lascia cadere la domanda sulla verità e la concreta possibilità per ogni persona di poterla raggiungere, la vita finisce per essere ridotta ad un ventaglio di ipotesi, prive di riferimenti certi”.

Citando sempre il sito del Meeting:
“La nostra epoca è profondamente segnata da correnti di pensiero che, non riconoscendo più la realtà nella sua oggettività, come qualcosa che si pone davanti all’uomo e che l’uomo può riconoscere, pretendono che sia la ragione a dare consistenza alla realtà.
La sola alternativa è che la verità sia qualcosa o qualcuno che all’uomo può accadere di incontrare, qualcosa che succede: unavvenimento per l’appunto”.

L’altro giorno passeggiando per Rimini, sono incappato, appunto, in un avvenimento: questo manifesto che vi allego.
Mi piace pensare che, attraverso un gesto di sofferto coraggio, l’abbiano affisso proprio i due personaggi ritratti nella foto: altrimenti mettere in luce una verità scomoda solo per gli altri, siamo capaci tutti.

meeting-gay-x-sito.jpg

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Second Life? Un bluff (per ora…)

Rimini, 20 agosto 2007

Il marketing dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di non essere una scienza esatta.
Il marketing vive di creatività, rivoluzioni, stravolgimenti.
Ma, secondo alcuni, molti uffici del settore operano investendo energie economiche ed umane semplicemente con il fine di esistere.

Il marketing è nato il giorno dopo la scoperta del posizionamento di mercato: una volta analizzato il rapporto tra domanda ed offerta, si presenta la necessità di capire come meglio posizionare il prodotto che si desidera piazzare.
E quindi si pensa al prezzo, al packaging, alla pubblicità, etc.

I luminari del marketing (mi ricordo di Claudio Nutrito), già a metà degli anni 80 avevano lanciato l’allarme verso la tendenza di sostituire il posizionamento con la “banale guerriglia”, ovvero: si investe semplicemente sul posizionamento che va di moda, a prescindere dalle necessità del prodotto.

Gli uffici di marketing, che gestiscono i budget di grosse aziende, poco tempo fa sembra abbiano “scoperto” Second Life e si sono buttati a capofitto.
Con risultati pessimi.

E così Wired – l’autorevole rivista nata da menti illuminate del MIT di Boston e dove tra gli altri scrive Nicholas Negroponte – si è interessato di quanto stava succedendo, pubblicando l’articolo “quel bluff chiamato Second Life”.

Secondo Wired – basandomi sul pezzo scritto da Jaime D’Alessandro il 13 agosto su repubblica.it – Second Life ormai vive solo sulla carta stampata.
L’originale, quello aperto in Rete nel 2003 dalla Linden Lab, è un luogo solitario pieno di cattedrali nel deserto sempre vuote.
Diecimila isole, campionario di edifici strabilianti messi in piedi da multinazionali di ogni dove per attirare orde di consumatori, tutte o quasi abbandonate.
Sembra infatti che gli abitanti di Second Life, appena 300 mila, preferiscano di gran lunga affollare sex shop e discoteche.
Ma solo 70 alla volta: assembramenti maggiori i server proprio non possono gestirli.

L’articolo è apparso sul numero di agosto e mette in dubbio i dati forniti dalla Linden Lab come già aveva fatto l’inglese The Guardian il 21 dicembre scorso.
Dei quasi 9 milioni di residenti, circa l’85% sarebbero entrati una sola volta in questo mondo virtuale, senza tornarci più.
Dei restanti bisognerebbe depennarne almeno la metà, perché avere due o più “Avatar” in Second Life è una pratica comune.
Il che porta a una popolazione reale di 300 mila persone circa.
Poca cosa rispetto ad altri mondi virtuali frequentati da milioni di utenti, nulla se paragonata alle comunità che animano espressioni del Web 2.0 come YouTube (chi non c’è ancora stato?) e Flickr, il sito multilingue di proprietà di Yahoo! che permette ai propri iscritti di condividere le proprie foto con la comunità di fotoamatori più grande del mondo (ogni minuto più di duemila nuove foto inserite da parte dei suoi 7 milioni di utenti).

E pensare che aziende del calibro di Coca Cola, Nike, Ibm, Microsoft, Nissan, Sony, hanno speso milioni per costruire le loro splendide e desolate sedi virtuali in Second Life.
Si va dai 10.000 dollari per una presentazione e un concerto, al mezzo milione all’anno per un’isola superaccessoriata e colma di grattacieli sfavillanti, almeno stando al prezzario della Electric Sheep o della Milions of Us, specializzate nel business delle costruzioni virtuali.

“Mi sembrava di essere entrato nel film Shining. Non c’era nessuno e non c’era nulla da fare” ricorda Michael Donnelly, capo della divisione interactive marketing della Coca Cola. Eppure Donnelly ha comunque deciso di spendere centinaia di migliaia di dollari per il Coke’s Virtual Thirst Pavillion.
Perché?
“Perché di Second Life se ne parla molto”, ammette.
Ma nonostante la popolarità sui media, è un investimento che non sembra avere molto senso.
Soprattutto se si pensa che lo stesso Donnelly ha sponsorizzato un concorso su Yahoo! Video guardato da quasi 6 milioni di persone, mentre sulla sua isola virtuale di Second Life passano sì e no 15 utenti al giorno.

“Molti dirigenti vivono nel terrore”, spiega Joseph Plummer della Advertising Research Foundation, che dagli anni ’60 studia il mondo della pubblicità.
“Sono cresciuti con un modello elementare, quello degli spot da trenta secondi da mandare in televisione, che oggi non funziona più”.
Di qui la necessità di trovare nuovi veicoli per raggiungere i consumatori.
E non sapendo che pesci prendere, si buttano a capofitto in qualunque cosa gli capiti a tiro anche se non ne capiscono limiti e potenzialità.

“Ecco come si è arrivati ad avere due Second Life diversi”, sintetizza Mario Gerosa, giornalista che frequenta l’universo della Linden Lab da anni e sul quale ha scritto un ottimo libro (Second Life, edizioni Melteni):
“Una versione sul Web e una sui media. Ed è la seconda la più interessante. E’ nata a ottobre scorso quando si venne a sapere che l’agenzia stampa Reuters stava aprendo una sua sede su Second Life. Poi arrivò la notizia che Anshe Chung, una giocatrice cinese che vive in Germania, era riuscita a guadagnare 1 milione di dollari vendendo proprietà immobiliari. Da allora il flusso di articoli non si è mai fermato, ingrandendo e modificando la realtà di Second Life. A quel punto aziende grandi e piccole, musei, politici, televisioni, etichette musicali, case cinematografiche hanno iniziato a spendere soldi senza alcun criterio alimentandone il mito al di fuori della Rete”.

Insomma, il MONDO VIRTUALE di Second Life sarebbe il primo ad essere diventato un MONDO DI FANTASIA.
E non è esattamente la stessa cosa.

second-live-screenshot1.jpg

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Il modello è finito?

Le occasioni di confronto con gli altri non sono mai abbastanza.
Nel lavoro, ho notato che mio malgrado, ho, come molti, irrimediabilmente intrapreso un percorso che tende a ricercare solo strade dritte e brevi, veloci ed economiche.
Proseguendo questa allegoria stradale, denuncio il fatto che trovo sempre meno il tempo per consultare mappe e stradari, oppure per sperimentare e rischiare nuovi percorsi.
Per dirla come piace a me, quello che succede è semplice: nei processi aziendali, le tappe della riflessione (e della creatività) sono sempre più brevi.
Questo stato di cose produce prodotti sempre più omologati e poca crescita nell’ambito del lavoro creativo, ma soprattutto legittima un modello non vincente.
Il guaio, è che questo è il modello dominante.
E non ho il coraggio di starne fuori…

Rimini, agosto 2007

Share

Leave a Comment

Filed under appunti

Sono mode, anzi mutazioni

Se con il termine intimità intendiamo una maggiore attenzione verso la sfera privata, nell’ambito del loisir, la notte sta tornando ad essere il luogo dell’intimità.

Il divertimento sta vivendo da qualche anno una profonda mutazione.
Non è necessario essere attenti osservatori per notare che sempre più ragazzi si incontrano in osterie, discobar, case private, feste in spiaggia, piazze e gradinate: sembra passino le serate semplicemente ad incontrarsi.
Altra cosa che non può passare inosservata, è che stanno nascendo sempre più luoghi dedicati ai non più giovanissimi.
Sempre nel rimanere nel “sembra”, la nuova parola d’ordine sembra sia “appartenere a sé stessi”.
Ed è come scomparso (almeno così … sembra) il bisogno di andare a cercare l’appartenenza da qualche altra parte: vi ricordate gli anni d’oro della megadiscoteca?

Oggi le cose vanno diversamente: basta pensare che la discoteca più famosa al mondo è un ristorante, il luogo più trendy di Ibiza è una spiaggia e alcuni dei luoghi più frequentati delle notti romagnole sono spiagge e parchi acquatici.
Nell’immaginario collettivo, oggi in Italia un luogo che richiami vacanza, moda e divertimento serale, è facile che sia una spiaggia.
A questo punto mi viene da dire che se esistono nuovi luoghi dell’aggregazione, di solito significa che si vivono nuovi desideri di appartenenza.

Caratteristica di questi “luoghi dell’intimità” sta nel non essere ancora identificati da un termine che ne determini il genere.
Qualcuno ha provato ad identificarli come luoghi Chill Out.
Il termine Chill Out nasce negli anni 90 per identificare una zona di relax all’interno degli spazi (discoteche o rave party), dove si consuma la musica elettronica ad elevati bpm (battute musicali per minuto).
Chill Out oggi è un genere, una way of life.
Un cosiddetto locale Chill Out è un corversation bar, un luogo di incontro con musica di qualità (in principal modo elettronica a bassi bpm e lounge).
Ad esempio la realtà del Buddha Bar di Parigi appartiene al mondo Chill Out.

Sicuramente è utile appioppare un nome a questi luoghi dove si consuma questo modo di incontrarsi.
Ma, a mio parere, è molto più importante comprendere che qui siamo di fronte ad una mutazione e non ad una semplice moda.
Per dirla come mi viene, finalmente sul divertimento non si sta standardizzando tutto verso un prodotto indirizzato ai soli giovanissimi (ovvero quelli che giustamente sono in continua ricerca di qualunque cosa fuori da loro stessi).
C’è trend che sta riguardando anche (ripeto: anche!) chi ha esigenze di divertimento ed incontro diverse da quelle di un diciassettenne.
Ci sarebbe da approfondire molto questo discorso.
Lo lascerei fare a chi ne è capace.
Mi accontento di dire, in qualità di ultraquarantenne, che questa cosa mi fa molto, molto piacere.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Adamo e l’ombelico

La mia amica Angela, mi ha fatto notare che esistono domande che già di per sé possono essere esaustive.
Domande quindi che nascono non per avere risposta, ma per rimanere …. domande.
Riuscendo, a volte, ad aprire varchi nella nostra sfera creativiva, emotiva, intellettiva, …..

So di non aver detto niente di nuovo.
comunque io ve ne pongo una:

< adamo aveva l’ombelico? >

Rimini, 2001

Share

2 Comments

Filed under appunti

Alessia Fabiani e l’Armarium Unguentum

Uno dei siti web più curiosi è sicuramente www.youtube.com.
Poco tempo fa alcuni giovani informatici californiani hanno avuto l’idea di invitare gli utenti della rete a fare ognuno la sua parte al fine di creare il più grande e strampalato archivio video (si tratta della cosiddetta filosofia “broadcast yourself“).
Il sito raccoglie, tra le altre cose, le immagini più curiose e imprevedibili successe nelle varie tv del mondo.

Tra le varie scene presenti nel sito, il mio amico Pietro mi ha indicato un’incredibile gag che vede coinvolta Alessia Fabiani, ex letterina di Jerry Scotti e protagonista dell’ultima edizione de La Fattoria.
Il filmato – intitolato “The madness of Italian TV” – presenta Alessia in stretta minigonna mentre a Buona Domenica, spicca un salto in alto con tanto di asticella e tappeto.
Sembra una sorta di gara modello Giochi Senza Frontiere… ma forse sarebbe meglio dire Giochi Senza Mutande (vedere per credere: andate su www.youtube.com e nel motore di ricerca interno al sito digitate “alessia fabiani”).
Dubito si tratti di casualità: quelle chiappe al vento (e altro ancora che si vede) rappresentano vera e propria intenzione.
Addirittura qualcuno potrebbe ironicamente parlare di profonda ricerca di contenuto televisivo.
Così, chi quel pomeriggio ha avuto la costanza di seguire il programma condotto da Costanzo, si è gustato almeno 10 secondi di emozione.

Però a pensarci bene, è una bella condanna: prima di vedere qualcosa di televisivamente emozionante, spesso è necessario sorbirsi ore di tv noiosa.
Allora ha ragione chi pensa che la televisione commerciale del futuro sarà quella che raccoglie tutto il meglio (e/o peggio) che succede.
L’obiettivo di miriadi di programmi inguardabili è destino che sia quello di costruire almeno 20 secondi capaci di fare il giro del mondo.
Tutto il resto non conta.

Questo non è certo uno scenario di cui andar fieri.
Anzi…
Da anni c’è un movimento di opinione che ritiene la televisione come un malato da curare.
E di questo spesso ne parla la tv stessa.
A questo “ammalato” manca una diagnosi che metta tutti d’accordo e ovviamente manca la cura.

Qualche giorno fa ho letto una cosa curiosa di Daniel Beckher, sostenitore dell’Armarium Unguentum:
“Se la ferita è grande, l’arma che l’ha provocata andrebbe unta quotidianamente d’olio, in caso contrario basterà ripetere l’operazione ogni tre giorni. L’arma andrebbe poi avvolta in un tessuto di lino e tenuta in un luogo tiepido e soprattutto pulito perché il paziente non senta dolore”.

L’Armarium Unguentum è una teoria del 1622, particolarmente diffusa a quel tempo, in base alla quale, anziché curare direttamente la ferita, si preferiva occuparsi dell’arma che l’aveva provocata.
Non vorrei che coccolando il mio televisore, si riescano ad ottenere risultati sorprendenti…
…se non addirittura emozionanti.
Oppure dovrei ungere l’Alessia Fabiani?

Rimini, 21 agosto 2006

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Laif is nau

Non me ne intendo, però, da quello che ho capito, in televisione vige una regola precisa, ovvero: ” deve sempre succedere qualcosa”.

Il lavoro dei vari autori televisivi verte molto spesso a creare quelle situazioni dove tutto può precipitare.
Tutto questo, nei cosiddetti programmi leggeri – parliamo di show, reality, intrattenimento, ma anche di certi talk show impegnati – significa far litigare la gente.
E’ un fenomeno che abbiamo tutti notato da anni.
Il meccanismo è semplice, anche se richiede competenze elevate: si va a pescare nei lati più oscuri delle personalità dei personaggi o “casi umani” coinvolti e quindi si creano contesti e dinamiche opportune al fine di scatenare crisi, incidenti relazionali, fraintendimenti.
I conseguenti scontri vengono poi gestiti più o meno bene dal conduttore di turno.

Perché tutto ciò accada, vengono utilizzate competenze di alto livello: coloro che lavorano dietro le quinte della tv, raramente sono persone banali (almeno secondo la mia esperienza).

Comunque il dato che emerge è che siamo come inconsapevolmente attirati dallo scontro.
E questa non è certo una novità.
Quello che è curioso è il contesto…

Proviamo a riflettere su questa cosa: la stragrande maggioranza delle pubblicità che intermezzano questi programmi “urlati”, ci offrono serenità e certezze.
E’ sicuramente uno strano processo: nello stesso strumento mediatico – ovvero la tv – siamo attirati dalle urla al fine di diventare consumatori di merci che ci indicano la strada del benessere (automobili sempre più affascinati, cibo sano, fondi pensioni rassicuranti, creme rivitalizzanti, vacanze scacciapensieri…).

La strategia è alquanto curiosa: la TV è costretta a far litigare la gente, altrimenti le multinazionali non possono essere messe nelle condizioni di pubblicizzare che “Life is Now”, “Più sorrisi, meno stress”, “Il gusto pieno della vita”, etc etc.

Bisogna capire se questa è magari solo una semplice contraddizione (beh, anche se lo fosse?) oppure anche una schizofrenia o qualcosa del genere che può nel futuro, magari immediato, portarci verso scenari vantaggiosi o meno.

Proviamo a pensare…
…se la tv fosse un tantino più moderata, più costruttiva e meno “deficiente”, la Fiat venderebbe le stessa quantità di auto?
Qualora fosse, le auto sarebbero le stesse?
Qualora fosse, quali plus differenti dovrebbero avere?

Proviamo a trasferire queste domande in altri ambiti, ad esempio il turismo…
La nostra Riviera di Rimini e Riccione, se si urlasse di meno, come sarebbe differente?
Se la nostra società fosse meno televisiva (tutti mi hanno insegnato che lo è), come dovremmo pensare le nostre spiagge, i nostri alberghi, i nostri parchi?
Nella stessa maniera?

Forse, riflettendoci s,u potremmo trovare un ulteriore modo di pensare al futuro delle nostre cose.
E questo non guasterebbe.

Rimini, 28 maggio 2006

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli