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Tolleranza e quinta dimensione

Gli strumenti tecnologici odierni ci portano a misurarci con il concetto di interfaccia.

Più l’interfaccia è progredito, più riusciamo a costruire un rapporto simbiotico con lo strumento che abbiamo a disposizione.

Il futuro (ma già il presente) ci consegnerà una tecnologia dove lo strumento sarà sempre più invisibile, impalpabile…

Per capirci meglio: avremo un computer, ma senza il computer… telefoneremo senza il telefono… vedremo un film senza aver bisogno di un monitor…

 

Insomma, la migliore interfaccia sarà quella dove ci sei solo tu.

Ma se sono solo io, che interfaccia è?

La battuta è carina, ma ci siamo capiti…

 

Comunque, uno dei temi forti della nostra contemporaneità non credo sia il rapporto tecnico tra noi e lo strumento, bensì quanto questi incida nel rapporto tra noi umani.

È sotto gli occhi di tutti quanto la nostra attività relazionale sia condizionata dalla tecnologia… e questo spesso dà lo spunto per inquadrare la nostra modernità in una dimensione sclerotizzata.

Dai… le solite cose: il lato schizofrenico dei Social Network, l’uso eccessivo del telefonino, i matrimoni nati in chat…

Per tanti come me, la tecnologia è soprattutto un’opportunità.

Altri ne colgono soprattutto il lato delle controindicazioni.

 

Questo scenario ha quindi anche a che fare con l’aspetto della tolleranza.

Il rapporto che abbiamo con il progresso tecnologico, infatti, spesso ci mette nelle condizioni di misurare il nostro livello di tolleranza, viste le continue nuove sollecitazioni che il presente ci riserva.

 

La tecnologia quasi ogni giorno ci pone verso nuove dimensioni e opportunità, che a volte facciamo fatica ad accettare, sia razionalmente che emotivamente.

 

Mi viene in mente Flatlandia… avete presente?

Il protagonista che vive in un mondo bidimensionale (lui è una figura geometrica, esattamente un Quadrato) ad un certo punto scopre la tridimensionalità.

Però quando agli esseri tridimensionali pone il dubbio se possa esistere una eventuale quadri-dimensionalità, si scontra con la medesima intolleranza dei bidimensionali che credevano di essere l’unica realtà rappresentabile.

 

Qualche giorno fa ho assistito ad un’altra conferenza sul tema della fisica quantistica… e ogni volta che sento parlare della quarta e quinta dimensione, avverto un’emozione che sta tra il piacere della scoperta e il disagio di non arrivare a capire.

 

Ma noi, fino a quanto siamo disposti a modificare la nostra rappresentazione del futuro?

Il futuro è andato ben oltre ad HAL 9000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HAL lo ricordiamo tutti…

HAL è il protagonista non secondario del film “2001 odissea nello Spazio”: è il super-calcolatore-elettronico (allora, lo chiamavamo così…).

HAL, come si sa, è un gioco di parole che deriva da IBM: è una lettera avanti.

Gli astronauti diretti verso Giove, nel film di Kubrick parlavano con Hal.

In un possibile sequel del film, avrebbe senso che lo sceneggiatore pensasse ad Hal come un “qualcosa dentro” e non più esterno a noi.

 

Quanto siamo disposti ad accettare di avere un Hal addosso?

Proprio addosso, quasi appartenesse alla nostra aura…

Attraverso un comando vocale, anzi mentale, potremmo improvvisare un dialogo con Socrate… Hal ne sarebbe capace.

Potremmo suonare come Miles Davis, anzi… con Miles Davis.

Oppure potremmo stoppare tutte le informazioni per starcene in pace: ed anche in questo Hal sarebbe imbattibile.

 

Anche questo è uno dei tanti rompicapi etici con cui dobbiamo misurarci.

Con, allo stesso tempo, tanto entusiasmo e tanta paura.

 

 

 

 

 

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