Category Archives: Segnali Deboli

la Domus del Bagnino

Riccione, 1 Aprile 2009

Il ritrovamento di ieri pomeriggio in Aquafan, dobbiamo confessarlo, ci ha spiazzato, e non poco.

E più prendiamo possesso dell’avvenimento, più scopriamo che il mosaico ritrovato ha in sé una serie di misteri….

In primo luogo, ci stiamo ponendo la più ovvia delle domande: è uno scherzo o no?

In fondo in fondo, speriamo di sì: se il mosaico risultasse originale, si aprirebbe uno scenario che non abbiamo ancora osato immaginare.

Nel caso di uno scherzo, tra l’altro figureremmo vittime della celebre legge del contrappasso, per cui siamo proprio noi a subire ciò che solitamente procuriamo ad altri.

Comunque, la domanda vera che non ci fa dormire è: se è una burla, chi è l’autore?

Mano a mano che analizziamo la cosa, affiora una strategia complessa, un disegno sottile, figlio di una azione da veri professionisti: lo scavo, la profondità, ma soprattutto, il contenuto del mosaico stesso.

Il mosaico ritrovato, infatti, una volta analizzato con calma, rappresenta un tema addirittura pertinente con Aquafan.

Come si può notare anche dalle foto apparse sui quotidiani locali, dalla grande testa del personaggio rappresentato, quella che a prima vista sembrava una lunga lingua (il nostro Silvano Balducci l’aveva interpretata come una lunga scia di vomito…) in effetti è un fiume in discesa.

Ma la cosa incredibile è che giù da questo fiume scendono delle persone… così come succede con gli scivoli di Aquafan !

Se è uno scherzo, l’hanno proprio pensato bene.

Da persona che si occupa di comunicazione, la tentazione di cavalcare l’onda – giusto  per rimanere in tema – è troppo forte.

Quindi provo ad immaginare questa Domus del Bagnino,  controaltare riccionese della Domus del Chirurgo dell’Ariminum di duemila anni fa.

Oppure, provo ad ipotizzare, come ha fatto qualcuno di noi, che il primo proprietario del parco, quando ha acquistato il terreno, ha proprio costruito l’Aquafan prendendo spunto dal ritrovamento casuale del mosaico, che poi avrebbe opportunamente coperto e nascosto.

Comunque sia e comunque andrà – ovvero scherzo o non scherzo – la vedo già l’area delimitata, con tanto di copertura e lastra di cristallo a protezione, con i nostri turisti in fila con il costume, ad ammirare tra uno scivolo e l’altro il tratto tardo romanico bizantino, o le magie del Photoshop…

So già che non mancherà la brochure che illustrerà la storia del dio Aquafan, dalla cui bocca nasce il fiume da cui si scivola felici.

Una sorta di metafora, su come il linguaggio del divertimento, che nasce dalle labbra dei saggi, possa rendere in eterno le persone più felici e contente. 

Share

1 Comment

Filed under Segnali Deboli

Videogiochi rilassanti

 

 

Più di un anno fa, era il dicembre del 2007, avrete letto anche voi che un gruppo di ricercatori irlandesi ha messo a punto un videogioco in cui si vince solo se ci si rilassa.

Il gioco consiste nel far volare un drago: più si sta tranquilli, più il drago vola veloce.

Il tutto funziona attraverso sensori applicati alle dita della mano, chiamando in causa il galvanismo della pelle, cioè la capacità di trasmettere elettricità, la cui intensità dipende appunto dal grado di rilassatezza o tensione.

Parlare di videogiochi rilassanti è un po’ come giocare con le dicotomie: di solito i videogame sono sinonimo di adrenalina.

Ma la cosa non può spaventare.

Anzi…

Proviamo a pensare alle declinazioni possibili…

 

Per prima cosa, applicherei questo sistema al campanello di casa mia: tu suoni e se sei stressato, te ne torni a casina tua.

Ovviamente proverei anche ad applicarlo all’ingresso dei locali pubblici: ci troveremo discoteche senza risse e ristoranti dove la pausa pranzo non potrà essere frenetica. Ma sicuramente la declinazione di quanto hanno inventato i ricercatori irlandesi, potrebbe avere incredibili risposte sul piano turistico.

In spiaggia una selezione di tal genere potrebbe garantire la scomparsa di tutte quelle persone che hanno la compulsione della telefonata, i quali, poveretti, abituati all’adrenalina dell’ufficio, cominciano a chiamare tutti gli indirizzi in rubrica perchè non sanno stare senza fare niente.

Oppure pensiamo a quei territori magici, dove la tranquillità è il motivo che produce turismo.

Non so… il Maine, la Cornovaglia, la Bretagna, le campagne umbre con i percorsi di San Francesco….

Insomma, se sei stressato non entri!

Ma qualcuno potrebbe dire: “ma appunto perché sono luoghi rilassanti, io, persona stressata, ho bisogno più di altri di viverli”.

Bene: a tal proposito, si potrebbero attrezzare spazi di decompressione.

Pensate che figata: prima di entrare ad esempio in quei paesini stupendi in mezzo alle crete senesi, avere l’obbligo di decomprimersi…

Musica rilassante, profumi, sapori, massaggi…

 

Però…

Cavolo! Se cominciassero i commercialisti, gli avvocati, gli uffici postali ad esigere i test per la rilassatezza – altrimenti non ti ricevono – ma ci pensate in che casini ci metteremmo?

 

 

 

17 gennaio 2009

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Il telefonino dei sogni

 

Sarò grato finché campo all’amico Lucio per avermi mostrato il telefonino dei miei (nostri) sogni.

Si chiama pomegranatephone (telefono melograno) ed è in grado di fare tutto.

Quando dico tutto, intendo proprio tutto!

Andatelo a vedere sul sito web: è un’esperienza unica (http://www.pomegranatephone.com/).

Guardate ogni sua funzione, dalla prima all’ultima, e mi raccomando: non perdetene una!

Una volta visto il tutto, clickate su I’ve seen enough (ho visto abbastanza) e capirete il motivo per il quale questo telefonino è nato: comunicare un territorio…

…Precisamente la Nuova Scozia, l’affascinante provincia canadese che affaccia sull’Atlantico.

 

Dai, che aspettate, continuerete a leggere dopo: clickate qui e correte a vedere il tutto.

 

 

Incredibile, vero?

Tra le diverse cose che mi hanno stupito in quello che ho visto, in primis c’è la convivenza tra l’idea creativa di alto linguaggio tecnologico e il committente, ovvero la Nuova Scozia, territorio ad alta vocazione naturalistica.

Una bella operazione di marketing, particolarmente creativa.

E’ proprio vero: il marketing si concede ogni possibilità, ogni connubio.

Eppure a volte è proprio in nome del marketing che alcuni collegamenti si vogliono ritenere inappropriati.

Poi ogni tanto notiamo che accade che il successo e la forza di una campagna di comunicazione (e di conseguenza del prodotto che promuove) sono dovuti a scelte coraggiosissime, sulla carta strategicamente non opportune.

Sarò esagerato, ma possiamo considerare il marketing come una scienza esatta solo se siamo pigri.

Quando invece lo facciamo diventare l’arte del possibile, allora riusciamo a trovare anche il gusto di lavorare.

E la vita appare più bella.

 

7 Gennaio 2009

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

I pauarpoint hanno rotto le palle

 

Sporcarsi le mani…

 

Come non mai, oggi bisogna “stare sul pezzo”.

 

Soprattutto per coloro che hanno piacere, interesse o bisogno di capire come gira il mondo, sporcarsi le mani con la realtà di tutti giorni è oggi un esercizio assolutamente indispensabile.

Un esercizio però da svolgere individualmente e direttamente in prima persona.

Senza demandarlo a nessuno…

Neanche ai Powerpoint.

Siamo soffocati dai powerpoint…

 

…tutti densi di informazioni, contenuti, elementi, charts, grafici a torte, sondaggi…

…tutti realizzati con massimo rigore, tutti necessariamente visionati con grande rispetto.

Oggi se vogliamo dire qualcosa di importante facciamo un powerpoint.

 

Quindi occhio: se qualcuno si cimenta in un ppt, è segno che sta per rivelare notizie determinanti…

E così dalla mattina alla sera produciamo e visioniamo powerpoint come fossero le uniche finestre sulla verità…

 

…in un turbine di incontri, meeting, convegni…

E mentre nei nostri uffici, le slides avanzano, lampeggiano, si dissolvono, entrano veloci e si colorano, là fuori il mondo va avanti con le sue verità…

 

 

‘Sti powerpoint hanno rotto le palle.

 

Per carità, Microsoft ha creato un programma bello, pratico e utile.

 

Quindi, in questo caso,  pace a Bill Gates, anzi: grazie tanto!

I powerpoint probabilmente sono nati per fare bella figura con il Direttore Generale o l’Amministratore Delegato: “Sai, con delle belle slaids, il capo capisce meglio…”.

 

Il guaio è che a volte gli uffici marketing si dedicano a produrre bellissime presentazioni, piuttosto che a concentrarsi sul progetto in sé.

 

C’è chi giura che i progetti sbagliati nascono proprio dai powerpoint più belli, capaci di raccontare bellissime verità, che non corrispondono però a quello che il mercato richiede.

 

Sbagliare le strategie troppo spesso corrisponde a mettere le aziende in crisi.

Quello che scriviamo e leggiamo nelle slides non è sempre verità…

 

Le cose le capiamo a volte molto più facilmente (e soprattutto molto prima) se invece di stare chiusi in ufficio, andiamo ad annusare in giro cosa succede nel mondo.

 

E non è mica sempre necessario prendere 10 aerei al mese…

A volte basta parlare un po’ più con gli amici di tuo figlio, ascoltare la gente sull’autobus, dialogare con il taxista, chiacchierare con il parcheggiatore della discoteca, fare due gags con gli amici all’aperitivo…

 

O meglio ancora, andare a fare la spesa, partecipare alle riunioni di condominio, guardare Canale 5, partecipare alla vita di Parrocchia, frequentare le sale giochi, passeggiare per i Centri Commerciali…

 

Ovvero, cercare di vivere la tua vita in maniera accettabile e allo stesso tempo dare un’occhiata a come altri riescono a vivere la propria.

 

Anche così, a mio parere, significa sporcarsi le mani (e magari si diventa anche più tolleranti).

Però tutto questo è difficile: non siamo dotati di una spiccata capacità di ascoltare.

 

Anzi, citando Gaber, vorremmo essere Dio, per poi ritirarci in campagna, “perché la lontananza è l’unica vendetta, l’unico perdono”.

Questa frase è bella: pensate se Gaber, invece di scriverla, ci avesse fatto un powerpoint…

 

 

Buon 2009 a tutti!

30 dicembre 2008

 

 

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Gli italiani non sono felici

 

Questa volta il segnale debole che ho pensato di riportare nel blog, riguarda proprio Aquafan, ovvero il luogo che da 12 anni rappresenta la mia quotidianità.La campagna pubblicitaria del nostro Parco, di questa estate 2008 è un po’ particolare.

Il claim cita “Gli italiani non sono felici”.

Credo quindi di fare cosa gradita nel riportare il “pensiero” ed il percorso che ci ha portato a tale scelta.

In basso troverete anche l’immagine del poster 6×3 metri che verrà affisso qui in Romagna e in qualche altro territorio.

Mentre il video virale che abbiamo dedicato alla campagna, lo troverete al seguente indirizzo:

http://www.youtube.com/watch?v=P4o5Sx7SnJE

Pier

GLI ITALIANI NON SONO FELICI

Il marketing spesso induce ad utilizzare la provocazione di messaggi forti al fine di ottenere risultati di visibilità.

In 22 anni di attività, Aquafan non ha mai intrapreso questa strada.

Nella sua comunicazione, Aquafan trasmette positività, solarità e a volte ironia (nonché autoironia).

La campagna “Gli italiani non sono felici” rappresenta quindi un’eccezione e, anche se nasce da un ufficio marketing (quello interno di Aquafan), crediamo contenga qualcosa in più di una fredda strategia.

Crediamo che il ruolo di un territorio come il nostro e di una struttura come Aquafan sia particolarmente importante: far stare bene le persone, contribuire a renderle felici, non è cosa da poco.

Ma avvertiamo una necessità: probabilmente, oggi più che mai, per fare al meglio il nostro lavoro occorre acquisire la consapevolezza dello scenario in cui si opera…… e lo scenario ci mostra che il pubblico a cui ci rivolgiamo si sente sempre meno felice.

Quanto detto non è una rivelazione: è un fatto noto, non stiamo scoprendo nulla.

L’ha capito persino la politica, che da destra e da sinistra, ha lanciato mille segnali di quanto sia necessario poter/dover cambiare le cose per uscire da questa fase.

Abbiamo voluto questa campagna perché abbiamo la responsabilità del nostro ruolo di osservatorio dei segnali che arrivano dal mondo.

Noi non abbiamo la capacità, né gli strumenti, né il ruolo per capire e valutare il reale grado di felicità degli italiani: noi “ascoltiamo” che la percezione che avvertono è quella.

In palestra, dal parucchiere, durante il rito dell’aperitivo… il vociare delle persone è fatto di pensieri e parole sempre più “pesanti”, anche quando in ballo non ci sono problemi concretamente seri.

Chiamiamolo malessere.

Per noi che vendiamo il divertimento, quest’anno è stato difficile pensare ad una comunicazione che in maniera disinvolta potesse “vendere” serenità e felicità in formato 6×3 oppure 70×100.

“Gli italiani non sono felici” vorremmo fosse interpretato come un messaggio rivolto al nostro pubblico, ovvero: ce la metteremo tutta per farvi stare bene.

Ma vorremmo anche che “Gli italiani non sono felici” venisse recepito anche come un avvertimento…… un avvertimento soprattutto verso noi stessi.

Chi paga il biglietto in Aquafan sappiamo che trascorrerà una giornata indimenticabile, che ricorderà con piacere.

Ogni estate ci impegniamo affinché la nostra offerta di divertimento sano sia sempre più all’altezza.

Questa è la nostra responsabilità: non deludere le aspettative verso chi riversa su di noi l’opportunità di trovare benessere.

E così, attraverso l’immagine positiva che Aquafan sa emanare, abbiamo sentito il bisogno di urlare che “Gli italiani non sono felici”, con il fine di affermare che noi faremo la nostra parte.

31 maggio 2008

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Treno, privacy e pisello

 

Per lavoro, o magari casualmente, ci siamo più volte imbattuti nelle reti della famosa Legge sulla Privacy.

Per carità, non voglio entrare nel merito dove sia giusta o meno.

In questo senso posso solo dire che, nel momento in cui la mia posizione è quella del cittadino passivo, la trovo opportuna.

Non avverto gli stessi sentimenti quando invece mi pongo dal punto dell’impresa.

Comunque, ritengo la Legge sulla Privacy un segno di una società sempre più civile.

 

Un po’ in tutto il mondo, le tecniche di tutela dei propri interessi privati stanno diventando sempre più raffinate.

Non vorrei sbagliarmi, ma dall’elusione fiscale (sempre più complessa), alle abitudini sessuali (a volte inconfessabili), la nostra necessità di protezione mi sembra sia particolarmente aumentata…

… finchè non si sale sul treno.

 

Quasi a dispetto di tutti gli studi che hanno portato a creare al legislatore cavilli complessissimi, sul treno la Privacy rompe tutte le barriere.

Durante i miei viaggi in prima classe, in mezzo a tantissimi uomini d’affari, è facile farsi un’idea di quale sia la situazione.

A volte sono stato tentato di prendere un po’ di appunti.

Lo scenario è interessante: in treno si parla di tutto, anzi, si rivela tutto a gran voce mentre si parla con il telefonino.

Persone che a gran voce si identificano lasciando e-mail e numeri di cellulare…

Trattative ai quattro venti, dove un albergo a Bellaria venduto con una caparra in nero di oltre 200 mila euro…

Strategie segrete diffuse per tutto il vagone, per cui a quel determinato capogruppo occorreva  smuovendogli contro proprio la sua corrente…

Esternazioni riguardo a dati di una ricerca del tutto improvvisati…

 

Mentre inizialmente credevo si trattasse di disattenzione ed ingenuità, pian piano mi è sorto il dubbio che dietro ci fosse altro.

E cioè la sciagurata voglia di avere una platea in ascolto.

L’identikit dell’esternatore medio è semplice: maschio, età tra i 35 e i 50.

La fascia perfetta di chi ha necessità di adottare strategie ai fini del cosiddetto prolungamento del pisello.

E’ un po’ come durante il rito dell’aperitivo in Centro, dove si sente spesso intonare “sai cos’ho fatto ieri sera”, “sai che macchina ho deciso di acquistare”, “sai con chi sono uscita ieri sera”, e via di seguito…

In treno è leggermente diverso: chi deve fare lo “sburrone” – come diciamo noi in Romagna – distribuisce consulenze professionali ad alta voce, elargisce cazziatoni con toni paterni risoluti, vomita esiti positivi di riunioni.

 

Chissà, probabilmente non ne sono consapevole, ma forse faccio parte anch’io di questa squadra: gente a caccia di prestigio nel vagone in prima classe, in un mondo in cui il “valore personale” sembra venga calcolato con parametri sempre più intollerabili.

Come tante altre cose, anche questo è il segnale di un malessere.

Ce la faremo mai ad uscire da questa fase?

Ma soprattutto, questa è una fase, oppure è diventata (o è sempre stata) una caratteristica nel nostro dna?

Potremmo nel frattempo lanciarci in un tentativo: ovvero provare a calibrare bene la differenza tra i significati di prestigio, consenso, notorietà.

Potrebbe essere l’inizio di un percorso.

Credo siano necessari tempi lunghi.

Speriamo nell’Alta Velocità.

 

 

 

20 marzo 2008

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Semplicità

Mi sento una persona poco adatta a parlare di semplicità.
Ma visto che sono un casinaro, è un po’ un mio standard entrare in ambiti non opportuni.

Come si può ben notare, l’essere umano post-moderno ha piacere, ma soprattutto avverte la necessità, di plasmare la realtà: quando è complessa ha bisogno di semplificarla, mentre quando è armoniosa cerca in tutti i modi di incasinarla.
Mi piace sempre sottolineare la nostra tendenza nel surfare nei nostri modi di vivere: in questo caso facciamo surf tra lo star bene e il complicarci la vita, tra lo star male e rendere le cose più semplici…

Banalizzando – come amo fare – potrei portare qualche esempio…

Nei campi di cotone del Sud, la vita era veramente dura… così nacque il Blues, un suono molto semplice.
Appena i neri migliorarono la loro condizione di vita, cominciarono a suonare il Jazz, e il suono cominciò ad essere assai più complesso.
Quando le metropoli hanno poi cominciato a mostrare tutta le loro difficoltà, prende vita l’Hip-Hop:semplice da capire, facile da comporre.

Un altro banale esempio…. Una volta risolto il problema della fame, abbiamo inventato la Nouvelle Cousine… per poi tornare ad apprezzare nei ristoranti alla moda la polenta e i fagioli bolliti.

Mantenersi in forma correndo non dovrebbe presentare derive di complessità: i miei amici della Nike mi hanno parlato dellojogging semantico

La situazione attuale ci vede insicuri, timorosi delle insidie, poco coraggiosi nel rischiare, poco lucidi per capire cosa fare: tutti sintomi di una situazione complessa.

Bernard Cova, nel suo libro Il marketing Tribale, cita la teoria del camion impazzito, per cui la società sarebbe un enorme camion lanciato a grande velocità, con il conducente sbalzato fuori.
Il conducente rappresenterebbe il Senso (nel senso più Cristiano del termine) che non avvertiamo più nel progresso, che comunque va avanti con le sue scoperte scomode (il nucleare, la biogenetica, etc).
Secondo Cova, il progresso sta correndo in avanti come per inerzia… e ognuno di noi avverte il bisogno di salvare il mondo.

Anthony Giddens, il filosofo musa ispiratrice di Tony Blair, ha elaborato la teoria del Secondo Moderno, per cui il concetto di progresso è mutato e non è più legato all’avanzamento delle tecnologie: diventa addirittura moderno l’atteggiamento di stoppare il cammino.

Per capire meglio il concetto, mi è servito l’esempio che ho letto sull’ex proprietario dell’Esprit che ha acquistato nella Terra del Fuoco in Cile, un territorio vasto come il Lussemburgo, pieno di larici millenari a rischio disboscamento.
Una volta acquistate quelle terre, con il diritto della proprietà privata (da sempre giudicata anti-moderna) si è avvalso della facoltà di fermare ogni azione dell’uomo: un atteggiamento da Ancient-Regime che però appare immediatamente un grande segno di progresso.

Questa è la riprova che c’è e ci dev’essere un nuovo modo con cui deve essere inteso il progresso dell’Umanità.

In questa situazione stiamo cercando di salvarci la vita costruendo tentativi di ri-radicamento, ad esempio rappresentati dallo Slow Food, dalle ideologie ecologiste e no-global.

Per convincerci di questo, possiamo notare notare alcuni evidenti “passaggi“: dalla libertà individuale alle community(pensiamo a Internet, il regno delle tribù), dalla libertà al legame, dall’universalità alla vicinanza (dal global al local), dall’innovazione all’autenticità (oggi ha più peso un telefonino innovativo o un formaggio artigianale?).

Tra i tanti paradossi che viviamo, ce n’è uno che mi ha sempre “affascinato”: ci crediamo liberi perché possiamo consumare un prodotto unico a nostra misura, eppure abbiamo bisogno della sicurezza di consumare tutti la stessa cosa.

Siamo arrivati a questo non certo per sbaglio…

Sempre citando Bernard Cova, probabilmente dopo che abbiamo raggiunto l’obiettivo di creare una società libera – dove davvero siamo in grado di realizzare e vivere la condizione di uomini liberi – ci siamo accorti che la situazione non è poi così entusiasmante.

E quindi abbiamo bisogno di correre ai ripari (riparo = protezione).

Sicuramente, in questa condizione, abbiamo più che mai bisogno di dare un po’ di ordine alle idee, cominciando a mettere ordine alle cose (come mi dice sempre un amico di Marrakesh).

Ed ecco come si arriva al bisogno di semplicità.

Una curiosità…
Ho fatto una ricerca su Google digitando la parola “semplice”, ed è venuto fuori un elenco di circa 41 milioni e 700 mila voci, con ai primi 3 posti:
semplice.it (viaggi last minute)
futurosemplice.it (onlus che si occupa di persone con problemi mentali)
ubuntusemplice.org (Ubuntu è un sistema operativo libero e gratuito).

A lato, dove Google vende pubblicità, non c’è nessuna inserzione: nessuno investe sulla semplicità perché nessuno la va a cercare?

Pier
1 Novembre 2007

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

il Web Semantico

il Web Semantico: l’incoerenza ci aiuterà

Prendendo spunto a piene mani da un pezzo uscito un mesetto fa sul sito del Corriere della Sera a firma Hanay Raya, vorrei condividere con voi l’ultima idea di un personaggio importante del nostro tempo, Tim Berners-Lee, considerato l’inventore di Internet.

Quando Berners-Lee, giovane fisico inglese del CERN di Ginevra, presentò il progetto del World Wide Web (selvaggio mondo della rete, facendo eco ai pionieri dell’Ovest americano) erano i primi di Agosto del 1991.
In realtà, Internet esisteva da oltre vent’anni, con il nome di Arpanet: c’erano già le e-mail, i protocolli per il trasferimento dei dati come l’Ftp, si usava Telnet per collegarsi ai computer remoti…
Ma tutto questo era confinato in un mondo estremamente tecnico, universitario e industriale.
Fu con gli anni ’80 che Internet cominciò la sua crescita e nei ’90 la sua espansione.
Per essere quindi precisi, lo scienziato non ha inventato Internet, bensì il Web (la rete), ossia gli ipertesti Html con i quali visualizziamo le pagine e il protocollo Http, quello attraverso cui le possiamo raggiungere.
Il giovane Berners-Lee, insignito nel 2004 del titolo di Baronetto dalla Regina d’Inghilterra, ha inventato anche il primo Browser, che ci permette di sfogliare la pagine Html inserendo gli indirizzi Http.

Uscito dal CERN di Ginevra, ha trovato lavoro al MIT (Massachusset Institute of Technology) di Boston dove nel 1994 ha fondato il World Wide Web Consortium, conosciuto semplicemente come W3C.
Un’associazione senza fini di lucro che si basa su semplici indicazioni:
– il Web è unico perché è libero.
– chiunque può creare un documento e metterlo gratuitamente online.
– il W3C cerca di evitare che interessi di qualsiasi genere possano porre un freno a questa assoluta libertà.

La notizia è che il Consorzio sta lavorando da alcuni anni alla progettazione del cosiddetto WEB SEMANTICO, che già è stato etichettato come il futuro della rete.
Ci vorranno ancora degli anni prima che noi utenti ne vedremo la realizzazione, tuttavia questa nuova idea sta già facendo discutere.
Si tratta di una visione completamente nuova dell’information technology e si basa sul concetto che ognuno (ogni creatore di contenuti) possa determinare una propria ontologia delle informazioni, determinare cioè a livello informatico gli attributi di una richiesta, sia essa un sentimento, un oggetto, un’idea.
Dopo il mondo interconnesso, avremo l’individuo intercollegato, capace di creare mondi e influenzare quello (o quelli) degli altri.
Non una verità ma molte, non un’opzione di ricerca generalista, ma un pullulare di specificità.

Avremo computer in grado di capire i dati che utilizza, così che i dati sul Web possano essere definiti ed utilizzati non soltanto per la loro “visualizzazione”, ma per la loro piena automazione, integrazione e riutilizzo.
Si prospetta un futuro in cui potremo fissare una visita medica alla mamma anziana utilizzando alcuni agenti semantici (programmi in grado di esplorare ed interagire autonomamente con i sistemi informatici per ricercare informazioni) capaci di capire la patologia, contattare i centri in grado di curarla e di richiedere un appuntamento, salvo poi lasciarci la decisione di confermare.

Il web, come si presenta oggi, richiede troppo sforzo e troppo impegno.
Abbiamo bisogno di strumenti di lavoro più progrediti, per facilitare e velocizzare la navigazione attraverso il labirinto degli innumerevoli documenti consegnati alla pubblicazione multimediale.
Per il futuro, il Web Semantico si propone di dare un senso alle pagine web ed ai collegamenti ipertestuali, dando la possibilità di cercare solo ciò che è realmente richiesto.

Non sempre la Rete ci porta dove ci serve: scorrere una lunga quantità di elenchi alla ricerca dell’informazione desiderata è ormai quotidianità, soprattutto quando la ricerca interessa un termine piuttosto comune.
Con il Semantic Web possiamo aggiungere alle nostre pagine un senso compiuto, un significato che va oltre le parole scritte, una personalità che può aiutare ogni motore di ricerca ad individuare ciò che stiamo cercando.
Tutto questo non in virtù di sistemi di intelligenza artificiale, ma di un linguaggio gestibile da tutte le applicazioni, di un’informazione strutturata e di nuove relative regole di deduzione.

La cosa comunque straordinaria, da Tim Berners-Lee sottolineata, è che uno degli elementi fondamentali del web semantico sarà la compresenza di più ontologie.
Quindi, se si vuole un sistema dinamico in grado di raffinarsi e funzionare su scala universale, bisognerà per forza accettare una certa dose di incoerenza.

Che figata…

La ricerca di informazione diventa così sinonimo di viaggio verso territori estranei, diversi, a volte fastidiosi.
Chi crede che la verità sia solo una, è servito.

Grazie al Web Semantico, possiamo quindi affermare che è terminata la fase in cui asserire che il Web 2.0 e i Social Network sono il futuro: semmai rappresentano “solo” il presente e al limite possono “accontentarsi” di rappresentare l’eco di un mondo a venire, dove ricercare significherà accettare (senza più accorgercene) di affacciarci verso pensieri diversi e posizioni lontane.
E’ forse anche per questo che la rete fa così paura?

settembre 2007

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Verità comode

Rimini, 25 agosto 2007

Interrogarsi sul significato di verità è un esercizio che dovrebbe diventare obbligatorio.
Il tema è complesso, di quelli in cui si arriva a parlare di tutto… e di niente.
E’ un tema su cui non mi sento pronto.
E probabilmente non lo sarò mai.
Ma se per verità, parliamo della verità degli altri, beh, allora lì sono un campione, come probabilmente tutti.

Il Meeting per l’Amicizia dei Popoli, l’evento che si svolge ogni fine agosto a Rimini, quest’anno tocca proprio questo argomento.
“La verità è il destino per cui siamo stati fatti”.

Obiettivo del Meeting è porre l’attenzione sulla sfiducia di oggi circa la possibilità di conoscere la verità, con la conseguenza di una vita mancante di certezze, quindi opaca ed esposta a violenza e sopraffazione.

Il concetto di verità mi rimanda sempre a quello di certezza.
Non so se l’avete notato, ma i prodotti più ricercati al mondo, in questi decenni, sono proprio le certezze.
Il guaio è che sono anche i più venduti.
La politica vende certezze… e siamo in tanti a comprarle.
I consulenti economici vendono certezze.
Anche chi vende biscotti ha bisogno di affiancarne qualcuna, compresa nel prezzo.
Pure Wanna Marchi l’ha fatto e sembra che continuerà a farlo.

Dal sito web del Meeting, estraggo le parole del Santo Padre Benedetto XVI, durante un dialogo avvenuto con gli studenti dell’Università Lateranense: “Se si lascia cadere la domanda sulla verità e la concreta possibilità per ogni persona di poterla raggiungere, la vita finisce per essere ridotta ad un ventaglio di ipotesi, prive di riferimenti certi”.

Citando sempre il sito del Meeting:
“La nostra epoca è profondamente segnata da correnti di pensiero che, non riconoscendo più la realtà nella sua oggettività, come qualcosa che si pone davanti all’uomo e che l’uomo può riconoscere, pretendono che sia la ragione a dare consistenza alla realtà.
La sola alternativa è che la verità sia qualcosa o qualcuno che all’uomo può accadere di incontrare, qualcosa che succede: unavvenimento per l’appunto”.

L’altro giorno passeggiando per Rimini, sono incappato, appunto, in un avvenimento: questo manifesto che vi allego.
Mi piace pensare che, attraverso un gesto di sofferto coraggio, l’abbiano affisso proprio i due personaggi ritratti nella foto: altrimenti mettere in luce una verità scomoda solo per gli altri, siamo capaci tutti.

meeting-gay-x-sito.jpg

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Second Life? Un bluff (per ora…)

Rimini, 20 agosto 2007

Il marketing dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di non essere una scienza esatta.
Il marketing vive di creatività, rivoluzioni, stravolgimenti.
Ma, secondo alcuni, molti uffici del settore operano investendo energie economiche ed umane semplicemente con il fine di esistere.

Il marketing è nato il giorno dopo la scoperta del posizionamento di mercato: una volta analizzato il rapporto tra domanda ed offerta, si presenta la necessità di capire come meglio posizionare il prodotto che si desidera piazzare.
E quindi si pensa al prezzo, al packaging, alla pubblicità, etc.

I luminari del marketing (mi ricordo di Claudio Nutrito), già a metà degli anni 80 avevano lanciato l’allarme verso la tendenza di sostituire il posizionamento con la “banale guerriglia”, ovvero: si investe semplicemente sul posizionamento che va di moda, a prescindere dalle necessità del prodotto.

Gli uffici di marketing, che gestiscono i budget di grosse aziende, poco tempo fa sembra abbiano “scoperto” Second Life e si sono buttati a capofitto.
Con risultati pessimi.

E così Wired – l’autorevole rivista nata da menti illuminate del MIT di Boston e dove tra gli altri scrive Nicholas Negroponte – si è interessato di quanto stava succedendo, pubblicando l’articolo “quel bluff chiamato Second Life”.

Secondo Wired – basandomi sul pezzo scritto da Jaime D’Alessandro il 13 agosto su repubblica.it – Second Life ormai vive solo sulla carta stampata.
L’originale, quello aperto in Rete nel 2003 dalla Linden Lab, è un luogo solitario pieno di cattedrali nel deserto sempre vuote.
Diecimila isole, campionario di edifici strabilianti messi in piedi da multinazionali di ogni dove per attirare orde di consumatori, tutte o quasi abbandonate.
Sembra infatti che gli abitanti di Second Life, appena 300 mila, preferiscano di gran lunga affollare sex shop e discoteche.
Ma solo 70 alla volta: assembramenti maggiori i server proprio non possono gestirli.

L’articolo è apparso sul numero di agosto e mette in dubbio i dati forniti dalla Linden Lab come già aveva fatto l’inglese The Guardian il 21 dicembre scorso.
Dei quasi 9 milioni di residenti, circa l’85% sarebbero entrati una sola volta in questo mondo virtuale, senza tornarci più.
Dei restanti bisognerebbe depennarne almeno la metà, perché avere due o più “Avatar” in Second Life è una pratica comune.
Il che porta a una popolazione reale di 300 mila persone circa.
Poca cosa rispetto ad altri mondi virtuali frequentati da milioni di utenti, nulla se paragonata alle comunità che animano espressioni del Web 2.0 come YouTube (chi non c’è ancora stato?) e Flickr, il sito multilingue di proprietà di Yahoo! che permette ai propri iscritti di condividere le proprie foto con la comunità di fotoamatori più grande del mondo (ogni minuto più di duemila nuove foto inserite da parte dei suoi 7 milioni di utenti).

E pensare che aziende del calibro di Coca Cola, Nike, Ibm, Microsoft, Nissan, Sony, hanno speso milioni per costruire le loro splendide e desolate sedi virtuali in Second Life.
Si va dai 10.000 dollari per una presentazione e un concerto, al mezzo milione all’anno per un’isola superaccessoriata e colma di grattacieli sfavillanti, almeno stando al prezzario della Electric Sheep o della Milions of Us, specializzate nel business delle costruzioni virtuali.

“Mi sembrava di essere entrato nel film Shining. Non c’era nessuno e non c’era nulla da fare” ricorda Michael Donnelly, capo della divisione interactive marketing della Coca Cola. Eppure Donnelly ha comunque deciso di spendere centinaia di migliaia di dollari per il Coke’s Virtual Thirst Pavillion.
Perché?
“Perché di Second Life se ne parla molto”, ammette.
Ma nonostante la popolarità sui media, è un investimento che non sembra avere molto senso.
Soprattutto se si pensa che lo stesso Donnelly ha sponsorizzato un concorso su Yahoo! Video guardato da quasi 6 milioni di persone, mentre sulla sua isola virtuale di Second Life passano sì e no 15 utenti al giorno.

“Molti dirigenti vivono nel terrore”, spiega Joseph Plummer della Advertising Research Foundation, che dagli anni ’60 studia il mondo della pubblicità.
“Sono cresciuti con un modello elementare, quello degli spot da trenta secondi da mandare in televisione, che oggi non funziona più”.
Di qui la necessità di trovare nuovi veicoli per raggiungere i consumatori.
E non sapendo che pesci prendere, si buttano a capofitto in qualunque cosa gli capiti a tiro anche se non ne capiscono limiti e potenzialità.

“Ecco come si è arrivati ad avere due Second Life diversi”, sintetizza Mario Gerosa, giornalista che frequenta l’universo della Linden Lab da anni e sul quale ha scritto un ottimo libro (Second Life, edizioni Melteni):
“Una versione sul Web e una sui media. Ed è la seconda la più interessante. E’ nata a ottobre scorso quando si venne a sapere che l’agenzia stampa Reuters stava aprendo una sua sede su Second Life. Poi arrivò la notizia che Anshe Chung, una giocatrice cinese che vive in Germania, era riuscita a guadagnare 1 milione di dollari vendendo proprietà immobiliari. Da allora il flusso di articoli non si è mai fermato, ingrandendo e modificando la realtà di Second Life. A quel punto aziende grandi e piccole, musei, politici, televisioni, etichette musicali, case cinematografiche hanno iniziato a spendere soldi senza alcun criterio alimentandone il mito al di fuori della Rete”.

Insomma, il MONDO VIRTUALE di Second Life sarebbe il primo ad essere diventato un MONDO DI FANTASIA.
E non è esattamente la stessa cosa.

second-live-screenshot1.jpg

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Sono mode, anzi mutazioni

Se con il termine intimità intendiamo una maggiore attenzione verso la sfera privata, nell’ambito del loisir, la notte sta tornando ad essere il luogo dell’intimità.

Il divertimento sta vivendo da qualche anno una profonda mutazione.
Non è necessario essere attenti osservatori per notare che sempre più ragazzi si incontrano in osterie, discobar, case private, feste in spiaggia, piazze e gradinate: sembra passino le serate semplicemente ad incontrarsi.
Altra cosa che non può passare inosservata, è che stanno nascendo sempre più luoghi dedicati ai non più giovanissimi.
Sempre nel rimanere nel “sembra”, la nuova parola d’ordine sembra sia “appartenere a sé stessi”.
Ed è come scomparso (almeno così … sembra) il bisogno di andare a cercare l’appartenenza da qualche altra parte: vi ricordate gli anni d’oro della megadiscoteca?

Oggi le cose vanno diversamente: basta pensare che la discoteca più famosa al mondo è un ristorante, il luogo più trendy di Ibiza è una spiaggia e alcuni dei luoghi più frequentati delle notti romagnole sono spiagge e parchi acquatici.
Nell’immaginario collettivo, oggi in Italia un luogo che richiami vacanza, moda e divertimento serale, è facile che sia una spiaggia.
A questo punto mi viene da dire che se esistono nuovi luoghi dell’aggregazione, di solito significa che si vivono nuovi desideri di appartenenza.

Caratteristica di questi “luoghi dell’intimità” sta nel non essere ancora identificati da un termine che ne determini il genere.
Qualcuno ha provato ad identificarli come luoghi Chill Out.
Il termine Chill Out nasce negli anni 90 per identificare una zona di relax all’interno degli spazi (discoteche o rave party), dove si consuma la musica elettronica ad elevati bpm (battute musicali per minuto).
Chill Out oggi è un genere, una way of life.
Un cosiddetto locale Chill Out è un corversation bar, un luogo di incontro con musica di qualità (in principal modo elettronica a bassi bpm e lounge).
Ad esempio la realtà del Buddha Bar di Parigi appartiene al mondo Chill Out.

Sicuramente è utile appioppare un nome a questi luoghi dove si consuma questo modo di incontrarsi.
Ma, a mio parere, è molto più importante comprendere che qui siamo di fronte ad una mutazione e non ad una semplice moda.
Per dirla come mi viene, finalmente sul divertimento non si sta standardizzando tutto verso un prodotto indirizzato ai soli giovanissimi (ovvero quelli che giustamente sono in continua ricerca di qualunque cosa fuori da loro stessi).
C’è trend che sta riguardando anche (ripeto: anche!) chi ha esigenze di divertimento ed incontro diverse da quelle di un diciassettenne.
Ci sarebbe da approfondire molto questo discorso.
Lo lascerei fare a chi ne è capace.
Mi accontento di dire, in qualità di ultraquarantenne, che questa cosa mi fa molto, molto piacere.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Alessia Fabiani e l’Armarium Unguentum

Uno dei siti web più curiosi è sicuramente www.youtube.com.
Poco tempo fa alcuni giovani informatici californiani hanno avuto l’idea di invitare gli utenti della rete a fare ognuno la sua parte al fine di creare il più grande e strampalato archivio video (si tratta della cosiddetta filosofia “broadcast yourself“).
Il sito raccoglie, tra le altre cose, le immagini più curiose e imprevedibili successe nelle varie tv del mondo.

Tra le varie scene presenti nel sito, il mio amico Pietro mi ha indicato un’incredibile gag che vede coinvolta Alessia Fabiani, ex letterina di Jerry Scotti e protagonista dell’ultima edizione de La Fattoria.
Il filmato – intitolato “The madness of Italian TV” – presenta Alessia in stretta minigonna mentre a Buona Domenica, spicca un salto in alto con tanto di asticella e tappeto.
Sembra una sorta di gara modello Giochi Senza Frontiere… ma forse sarebbe meglio dire Giochi Senza Mutande (vedere per credere: andate su www.youtube.com e nel motore di ricerca interno al sito digitate “alessia fabiani”).
Dubito si tratti di casualità: quelle chiappe al vento (e altro ancora che si vede) rappresentano vera e propria intenzione.
Addirittura qualcuno potrebbe ironicamente parlare di profonda ricerca di contenuto televisivo.
Così, chi quel pomeriggio ha avuto la costanza di seguire il programma condotto da Costanzo, si è gustato almeno 10 secondi di emozione.

Però a pensarci bene, è una bella condanna: prima di vedere qualcosa di televisivamente emozionante, spesso è necessario sorbirsi ore di tv noiosa.
Allora ha ragione chi pensa che la televisione commerciale del futuro sarà quella che raccoglie tutto il meglio (e/o peggio) che succede.
L’obiettivo di miriadi di programmi inguardabili è destino che sia quello di costruire almeno 20 secondi capaci di fare il giro del mondo.
Tutto il resto non conta.

Questo non è certo uno scenario di cui andar fieri.
Anzi…
Da anni c’è un movimento di opinione che ritiene la televisione come un malato da curare.
E di questo spesso ne parla la tv stessa.
A questo “ammalato” manca una diagnosi che metta tutti d’accordo e ovviamente manca la cura.

Qualche giorno fa ho letto una cosa curiosa di Daniel Beckher, sostenitore dell’Armarium Unguentum:
“Se la ferita è grande, l’arma che l’ha provocata andrebbe unta quotidianamente d’olio, in caso contrario basterà ripetere l’operazione ogni tre giorni. L’arma andrebbe poi avvolta in un tessuto di lino e tenuta in un luogo tiepido e soprattutto pulito perché il paziente non senta dolore”.

L’Armarium Unguentum è una teoria del 1622, particolarmente diffusa a quel tempo, in base alla quale, anziché curare direttamente la ferita, si preferiva occuparsi dell’arma che l’aveva provocata.
Non vorrei che coccolando il mio televisore, si riescano ad ottenere risultati sorprendenti…
…se non addirittura emozionanti.
Oppure dovrei ungere l’Alessia Fabiani?

Rimini, 21 agosto 2006

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Laif is nau

Non me ne intendo, però, da quello che ho capito, in televisione vige una regola precisa, ovvero: ” deve sempre succedere qualcosa”.

Il lavoro dei vari autori televisivi verte molto spesso a creare quelle situazioni dove tutto può precipitare.
Tutto questo, nei cosiddetti programmi leggeri – parliamo di show, reality, intrattenimento, ma anche di certi talk show impegnati – significa far litigare la gente.
E’ un fenomeno che abbiamo tutti notato da anni.
Il meccanismo è semplice, anche se richiede competenze elevate: si va a pescare nei lati più oscuri delle personalità dei personaggi o “casi umani” coinvolti e quindi si creano contesti e dinamiche opportune al fine di scatenare crisi, incidenti relazionali, fraintendimenti.
I conseguenti scontri vengono poi gestiti più o meno bene dal conduttore di turno.

Perché tutto ciò accada, vengono utilizzate competenze di alto livello: coloro che lavorano dietro le quinte della tv, raramente sono persone banali (almeno secondo la mia esperienza).

Comunque il dato che emerge è che siamo come inconsapevolmente attirati dallo scontro.
E questa non è certo una novità.
Quello che è curioso è il contesto…

Proviamo a riflettere su questa cosa: la stragrande maggioranza delle pubblicità che intermezzano questi programmi “urlati”, ci offrono serenità e certezze.
E’ sicuramente uno strano processo: nello stesso strumento mediatico – ovvero la tv – siamo attirati dalle urla al fine di diventare consumatori di merci che ci indicano la strada del benessere (automobili sempre più affascinati, cibo sano, fondi pensioni rassicuranti, creme rivitalizzanti, vacanze scacciapensieri…).

La strategia è alquanto curiosa: la TV è costretta a far litigare la gente, altrimenti le multinazionali non possono essere messe nelle condizioni di pubblicizzare che “Life is Now”, “Più sorrisi, meno stress”, “Il gusto pieno della vita”, etc etc.

Bisogna capire se questa è magari solo una semplice contraddizione (beh, anche se lo fosse?) oppure anche una schizofrenia o qualcosa del genere che può nel futuro, magari immediato, portarci verso scenari vantaggiosi o meno.

Proviamo a pensare…
…se la tv fosse un tantino più moderata, più costruttiva e meno “deficiente”, la Fiat venderebbe le stessa quantità di auto?
Qualora fosse, le auto sarebbero le stesse?
Qualora fosse, quali plus differenti dovrebbero avere?

Proviamo a trasferire queste domande in altri ambiti, ad esempio il turismo…
La nostra Riviera di Rimini e Riccione, se si urlasse di meno, come sarebbe differente?
Se la nostra società fosse meno televisiva (tutti mi hanno insegnato che lo è), come dovremmo pensare le nostre spiagge, i nostri alberghi, i nostri parchi?
Nella stessa maniera?

Forse, riflettendoci s,u potremmo trovare un ulteriore modo di pensare al futuro delle nostre cose.
E questo non guasterebbe.

Rimini, 28 maggio 2006

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Tutti Star da hit-parade

Dalla newsletter che mi invia ZEUSNEWS (consiglio di iscrivervi) vi riporto la notizia che riguarda il signor Salvatore Zedda, 58 anni, dipendente Anas, sardo, residente a Ortacesus, l’unico con questo cognome in elenco telefonico.
E’ per questo che, nel giro di pochi giorni, ha ricevuto centinaia di telefonate a tutte le ore, di notte e di giorno, perfino dal Messico, fino al punto di dover staccare il telefono, esasperato.
Il signor Zedda ha scoperto (secondo ZEUSNEWS, perfino Striscia La Notizia se ne è occupata) che due sue chiamate al call center dell’assistenza di Tiscali erano state registrate e diffuse via e-mail a decine di persone che, a loro volta, le hanno inviate ad altre migliaia, fino al punto di essere usate come suoneria del cellulare da alcuni giovani cagliaritani.

In queste conversazioni Zedda, con forte inflessione sarda, chiedeva informazioni al call center, minacciando di dare la disdetta all’abbonamento, utilizzando espressioni tipiche dialettali, come “Rinci fazzu ficchiri” e “Cittudì pagu pagu”, rivolto ai suoi familiari, tipo “fate silenzio”.
In più, Salvatore Zedda è anche balbuziente…

Gli operatori di Tiscali che hanno diffuso (spammato, come si dice in gergo) i file della registrazione delle due telefonate, non hanno coperto con bip, né hanno cancellato, il nome e cognome del cliente, che è così risultato facilmente rintracciabile.

In passato erano già circolati in Rete brani di registrazioni di chiamate di utenti Tim al 119 che, parlando con il risponditore automatico o con l’operatore, si esprimevano con espressioni assolutamente ridicole: ma l’identità dei clienti rimaneva ignota.
Seat Pagine Gialle – cita sempre ZEUSNEWS – aveva addirittura raccolto le storielle più divertenti delle conversazioni operatori-utenti in due fortunate antologie umoristiche, sempre rigorosamente anonime.

Invece in questo caso non è avvenuto: il povero Zedda – ma soprattutto sua moglie – si è trovato a rispondere a telefonate scherzose di ragazzi che chiedevano se aveva la “passauord”.
Per questo motivo Tiscali ha chiesto scusa al cliente ridicolizzato e ha sospeso gli operatori responsabili del gesto.

Nel mio piccolo, in qualche maniera, sono riuscito a recuperare sia le registrazioni delle telefonate, sia i due brani musicali che le hanno campionate.

La cosa entusiasmante è mettere a confronto le telefonate originali con i due brani.
Lo sconosciuto dj che li ha composti ha fatto veramente un bel lavoro.
Chi non se ne intende di campionamenti, può capire molte cose.
Ad esempio che “qualunque contenuto” può diventare un prodotto appetibile, qualora “sistemato” nel linguaggio appropriato (la voce e le espressioni dialettali di Salvatore Zedda sono diventate una hit nelle discoteche sarde, oltre che una suoneria per i cellulari).

La vicenda mi conferma che siamo in una fase in cui la creatività è al servizio della manipolazione.
Quasi come se non stessimo cercando prodotti nuovi, bensì nuovi modi di vedere le cose che abbiamo davanti.
In tutto questo le tecnologie ci stanno aiutando molto.
Anche perché queste tecnologie sono sempre più facili, friendly.

E così, mentre al parcheggio malediciamo i vigili per una multa, se lì capita un ragazzino con in tasca un semplice telefonino di nuova generazione (o un lettore mp3, una cinepresa portatile, una fotocamera digitale, un orologio multifunzione…), può succedere che in seguito riconosciamo la nostra voce mentre passa a Top of the Pops, su una base house che l’ha fatta diventare il tormentone dell’estate.

Il problema, in quel caso, non sarà la privacy, bensì convincere i figli, compresi gli amichetti, che è papà che è andato in classifica.

PS.
Chi è interessato a ricevere le registrazioni, mi lanci un fischio…
Sono 3 mega di roba.
Vi riporto di seguito il testo delle due chiamate.

Prima telefonata:

<< Buonasera,
allora sono Salvatore Zedda di Ortacesus,
ho sollecitato di mandarmi le mail la passaword del flat notturno
salv punto zedda chiocciola tiscali punto it.
Ancora a…aspetto.
Allora?
Che cosa sono…dobbiamo fare?
Eh?
Se non posso entrare con la posta elettronica
dò la disdetta eh… non scherzo eh.
Buona serata 
>>

E poi in chiusura: << Rinci fazzu ficchir >>.

Seconda telefonata:

<< Sollecito nuovamente >>.

Poi si rivolge a qualcuno in casa: << Cittudì pagu pagu >>.

E riprende: << Sollecito nuovamente
sono Salvatore Zedda di Ortacesus:
vorrei la passaword eh… di supermail flat notturno
salv punto zedda chiocciola tiscali punto it.
Non poss… non poss… ho mandato un email per niente,
allora se c’ho supermail che cosa… eppure
col flat notturno ci entro in internet eh… eh
non posso accedere alla posta.. eh non è possibile..
eh oh come fare? 
>>.

Rimini, 23 marzo 2005

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Ho visto un mondo senza bagnini

È un mare innocente, l’Adriatico.
E te ne accorgi in Croazia.
Acque limpide, profumi e tante, tantissime isole.
Soprattutto le Kornati, che noi chiamiamo Incoronate.

Gli astronauti dello Shuttle hanno detto, non ricordo dove l’ho letto, che dallo spazio il mare più azzurro è proprio su quelle isole.

E ho letto anche che la Croazia non ha ancora raggiunto la metà dei turisti che c’erano prima della guerra civile.

La Croazia è un paese che importa tutto, è senza industrie e con uno scarsissimo artigianato.
Punta, ovviamente, tutto sul turismo.

Ma gli alberghi come sono? Scadenti.
L’organizzazione? Ce la mettono tutta, ma…
L’entusiasmo? Da invidia.
E i prezzi? Anche quando ti fregano, sempre e comunque bassi.

E in più, c’è qualcosa che non torna…
Da una parte, panfili, velieri, catamarani da favola: il turismo lì lo fanno le darsene e le marine, che spuntano come funghi ad ogni panorama.
E da un’altra parte, quando questa gente “scende”, sembra non cerchi nulla, come se avesse già tutto: sole, mare, aria buona e il pesce che è per forza sempre buono.

D’altronde, altra scelta non c’è.
Se vuoi acquistare qualcosa, non hai modo di spendere soldi, a meno di non comprare le stesse cose che vendiamo a Viserbella, o di entrare in quei bar e pizzerie rivolte al tedesco modello anni 60 (già, come da noi ancora adesso).

Quelli che io ho visto, sono quindi turisti potenzialmente con soldi con nessun bisogno (ripeto: BISOGNO, non volontà, è diverso) di spenderli.
Se posso aver colto qualcosa è questo: anche se il mercato offre poco, sembra che comunque lì al cliente non manchi nulla.

L’ombra di un ombrellone?
Macchè, ci sono le pinete e sembra che a nessuno manchi il bagnino.
E se fossi un operatore croato, questo elemento lo utilizzerei come un plus.

Il “solo” Adriatico in sé, basta e avanza a creare emozione, esperienza e destinazione (ovvero turismo).
Porca miseria: guardando, il nostro mare da casa mia, non l’avrei mai detto.

Rimini, 18 settembre 2004

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

L’olio di colza come gli spinelli

Jacopo Fo ha inviato ai suoi utenti internet (iscritti al suo C@C@O quotidiano), una newsletter intitolata “Il delirio dell’olio di colza”.

Casomai ve la foste persa, ve ne riporto una parte…

<< Cari lettori, vorrei porre la questione morale. Anzi la questione mentale.
In questi giorni ho sperimentato direttamente il livello di disturbo mentale di cui soffrono in primo luogo i mass media e in generale il popolo italico.
Scoppia il caso biodiesel, e, come per incanto, ricevo un mucchio di telefonate da parte di giornalisti che mi chiedono di parlare del nostro distributore di biodiesel. Il primo d’Italia.
E io mi diverto a rispondere: “Ma come non ha letto i nostri comunicati stampa? Non segue i nostri siti internet? Legge solo le agenzie di stampa autorizzate?”
Provo un certo gusto a dire: “Guardi, il distributore non l’abbiamo aperto in questi giorni ma cinque anni fa. E l’abbiamo chiuso più di due anni fa perchè il governo Berlusconi ha vietato il biodiesel. Abbiamo fatto proteste, raccolto firme…”
Ed ecco il cronista che non ci può credere: “Ma come l’hanno vietato? Hanno vietato il biodiesel?”
Non ne sanno niente.
“Si’, siamo l’unico paese d’Europa. L’Unione Europea ha praticamente liberalizzato la vendita ma l’Italia ha chiesto di essere esclusa dal provvedimento. Poi il governo ha deciso di vietare la vendita al pubblico del pericoloso carburante.
Se va su www.cacaoonline.it trova tutta la storia dall’inizio…”
Praticamente c’e’ da chiedersi a quanti sia arrivata notizia della nostra campagna sull’olio di colza… Proprio pochi…
Unica consolazione è che ormai sono centinaia di migliaia gli italiani che non si fanno fregare e mettono olio di semi comprato nei supermercati Lidl a 0,65 euro il litro. >>

Tutti sappiamo che in Italia la legge prevede che qualunque cosa possa fungere da combustile, deve essere tassata.
E non poco…
Ma adesso, cosa succederà?
Verrà vietata la vendita di olio di colza nei supermercati?
La vedo dura…

Eppure una cosa simile successe con la canapa (ed i suoi derivati), vietata agli inizi del secolo, ma con motivazioni differenti: il suo uso “ludico” fu un perfetto alibi per i magnati dell’industria (DuPont in primis, almeno stando a ciò che ho letto in giro) per cancellare dal mercato un naturale ma pericoloso competitor dei materiali industriali appena usciti sul mercato.
Ma questo è successo molti anni fa, troppi per fare un parallelismo.

Questa storia dell’olio di colza, mi fa venire in mente anche una storia più recente: la musica su internet.
Shawn Fannings alla fine degli anni novanta inventò – allora meno che ventenne – un programma per pc, utile a fargli condividere in rete con gli amici i brani musicali rock.
Da quel gioco, nacque Napster, l’incubo delle case discografiche mondiali.
Napster è oggi “scomparso”, ma non la sua tecnologia e la voglia di accaparrarsi gratis la musica via internet.
Malgrado l’industria, per tutelarsi, stia producendo CD dotati di sistemi programmati per rifiutare la trasformazione in file mp3, il fenomeno ormai sembra irreversibile.

Tornando al combustibile, credo sia difficile accettare l’idea che vengano costruite automobili dotate di dispositivo che non accetti l’olio di colza…

Questo argomento ancora una volta ci porta a chiederci cosa ci riserverà il futuro in termini di certezze.
E offrire certezze di futuro spesso significa produrre consenso.
È stato così sia per gli scenari positivi (“domani ci sarà un mondo senza razzismo”, “le nuove tecnologie renderanno gli uomini più liberi e vicini tra loro”…), sia per gli scenari sfigatissimi (“andremo in giro con le bombole di ossigeno”, oppure “i Cosacchi abbevereranno i loro cavalli nella Fontana di Trevi”…).

Lo scenario che presenta l’olio di colza è attuale, positivo e possibile.
Oggi, uno scenario del genere – abituati alla complessità e all’incertezza – ci servirebbe come il pane.
Produce speranza, speranza palpabile.
Ovvero quell’energia che in questi anni è stata alimentata, in politica economica, quasi esclusivamente da grandi bugie.
Che si fa?

Rimini, 10 aprile 2004

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Osterie riminesi e menù turistici

L’osteria riminese esiste solo a New York City

Da ragazzo ho letto “Il Mattino dei Maghi”.
È stato per me – e, da quanto ne so, anche per altri – un libro importante.
Il Mattino dei Maghi fa parte del filone del cosiddetto realismo fantastico, per cui, ad esempio, non è un caso che la Piramide di Cheope abbia quell’altezza perchè, se la moltiplichiamo per un milione, corrisponde esattamente a… non ricordo cosa, e via di seguito…

Tra i racconti che mi avevano impressionato, nel libro c’era anche la storia di un merlo che impazzì: un giorno credendo di volare alle solite alte quote, si trovò davanti agli occhi un essere umano (uno dei due autori del libro) che passeggiava nel cielo…. mentre in realtà era il merlo che era troppo basso, confuso a causa della nebbia.

Un simile sbalzo di dimensione l’ho vissuto anch’io nel Settembre scorso con mia moglie in Bretagna, precisamente a Cancalle, patria delle ostriche.
Al ristorante tipico bretone, con tanto di menù in lingua originale, su consiglio di una coppia vicina di tavolo, scegliamo uno dei vari menù fissi.
E siccome per una volta nella vita è bello fare i signori, decidiamo di scegliere il più costoso.
E, sorpresa delle sorprese, il menù più costoso aveva un nome piuttosto familiare per noi romagnoli: si chiamava Menù Turistico.
Così per tutto il resto della vacanza in Francia (a Hornfleurs in Normandia, a Parigi, ad Amneville in Lorena e a Colmar in Alsazia) il Menù Turistico è stata la nostra scelta obbligata in tutti i ristoranti.

Per noi romagnoli – ma per noi italiani in genere – è difficile pensare che il menù turistico possa rappresentare il meglio che un ristorante possa offrire, anzi…
Spessissimo, dietro quella dizione si nasconde il più basso dei profili culinari.

Questo mi porta a ragionare su alcune cose.

In primo luogo che sarebbe bene mettersi in testa che i turisti – almeno per come li abbiamo pensati fino a ieri – oggi non esistono più.
Semmai dovremmo cominciare a pensare a individui/consumatori alla ricerca di merci emotive ed esperienziali e di servizi innovativi.

In secondo luogo, se un paese come la Francia ritiene che la domanda di mercato di un turista sia di quel livello (non tanto economico, ma di “gusto”), cosa ce ne facciamo noi di tutti quei ristoranti/pizzeria che in maniera anonima e senza soluzione di continuità, popolano gli oltre 20 km di viali del nostro Lungomare riminese?

Un altro sbalzo di dimensione l’ho avuto a New York poche settimane fa.
Sono andato a curiosare tra quei mattacchioni di Riminesi che hanno aperto tre ristoranti a Manhattan: il Piadina, il Malatesta ed il Mosto.
Quest’ultimo è stato il primo che ho visitato.
Entrando – sorpresa delle sorprese – mi ha accolto un ambiente tipico delle vecchie case di campagna romagnole sia nell’arredamento che nei colori.
Sui muri immagini antiche della mia città, sul soffitto appese mille cianfrusaglie tipiche e su una parete la scritta in dialetto “Iquè us’ magna quel cu’iè”, ovvero “Qui si mangia quello che c’è”.
Il locale era pieno e la gente era bella e divertita.
Il mio amico Lele, il titolare, al momento in cui sono entrato, aveva in mano pentola e mestolone e tra le grida di gioia dei suoi clienti, versava su una tavolata apparecchiata per venti, una polenta col sugo che portava via il naso.
In tavola c’erano bottiglie di Sangiovese Riserva e l’acqua era della riminesissima Galvanina, dal nome dell’antica fonte romana che sorge proprio lì dove poi è sorto il Bandiera Gialla.
Stessa cosa per gli altri due ristoranti: tanta bella gente che fa casino.

Visto questo, penso che un modello di riferimento che funzioni per la nostra Riviera ci sarebbe: è il tipico riminese.
Impararlo, o copiarlo, è facile: è appena a 6 ore di aereo da Rimini…

In chiave più nazionale, penso al patrimonio delle nostre sagre paesane.
Solo in Molise se ne celebrano oltre 200 all’anno.
E se pensiamo a quanto turismo producono le Processioni della Madonna in Andalusia, o la festa di San Firmino a Pamplona, è facile affermare che abbiamo un patrimonio nazionale ancora da scoprire.
Scoprire, magari senza saccheggiare.

Toc, toc…. c’è nessuno all’ENIT?

Rimini, 27 dicembre 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Pubblicità senza bambini

Come alcuni sapranno, lo scorso primo Ottobre alla Camera è stato approvato un emendamento all’art. 10 del Ddl Gasparri, in merito ai bambini nella pubblicità.
L’iniziativa di Rifondazione ha trovato alleati in tutta l’opposizione di Governo e in ben 35 franchi tiratori.
Se a metà Novembre il testo verrà approvato al Senato (ma lo dubito fortemente), in Italia la pubblicità televisiva vieterà l’impiego di minori under 14.

Su questo argomento ha fatto un’interessante riflessione Andrea Pezzi (personaggio televisivo e radiofonico, ultimamente conduttore di Internet Cafè), pubblicata lunedì 20 ottobre sul quotidiano Il Sole 24 Ore.
“Giusto o sbagliato che sia, i pubblicitari non potranno più avvalersi della forza di impatto che è incarnata dai bambini.
Sarà necessario rifare i conti, dal punto di vista creativo, con una realtà che non potrà più proporre tra i sogni il faccino di un bambino o la tenerezza che ispira la bambina con una farfalla di pasta nella tasca.
Oggi la pubblicità – a volte il programma più bello della televisione – viene messa in discussione nel suo elemento fondante: la capacità di vendere sogni”.

Se la politica è il gioco del consenso, chi ha proposto ed appoggiato l’emendamento crede che anche per noi, beota pubblico televisivo, esistano nuove necessità dalla pubblicità tv.

Ma quali sono queste nuove necessità?
L’articolo di Pezzi cita a fagiolo una recente ricerca del Censis, per cui il 50,2% dei consumatori in Italia premiano o penalizzano il comportamento delle aziende e che il 71,2% (!!!) è disposto ad acquistare prodotti più cari se soddisfano caratteristiche di sostenibilità socio ambientali.

Quindi per dirla in soldoni – e i dati qui parlano chiaro – al posto dei sogni, il consumatore apprezzerebbe dalla pubblicità più realtà e maggior sincerità verso i prodotti.
Chissà…

In tutto questo comunque ricordiamoci che è vero che la pubblicità – e soprattutto quella che genera sogni – produce visibilità ed appeal verso il prodotto…
Ma è anche vero che a volte produce appeal e visibilità… semplicemente alla televisione.
Troppo spesso – per la disperazione delle aziende – il prodotto non emerge.
E questo è un bel problema anche per i mezzi di comunicazione.

All’interno de “Il piccolo libro delle Leggi di Murphy” (Arthur Bloch, Mondadori) ho trovato quella che si chiama Legge di Hall, che testualmente cita: “i mezzi giustificano i mezzi”.
Ogni volta che la leggo, rido come un matto.
Speriamo sia solo una barzelletta.

Rimini, 27 ottobre 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Briatorizzazione

È un processo inarrestabile.
E l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ormai da diversi anni.
È la Briatorizzazione.

Il processo di briatorizzazione dell’informazione sta caratterizzando la nostra esistenza.
Non è una malattia o una pestilenza: è semplicemente una contro-indicazione del nostro sistema di vivere.

Quello che sta succedendo – come i più avranno notato – è molto semplice: gli organi di informazione stanno ufficializzando da anni che è il Vip che fa la notizia.
Conseguenza di ciò è la convinzione comune – non solo tra giornalisti, ma soprattutto tra addetti alle pubbliche relazioni e responsabili della comunicazione – che ogni informazione deve avere un VIP che la certifichi.

Da anni stiamo notando il fenomeno per cui Calciatori, Veline, Letterine, Aristocratici, Attori, etc sono sempre più presenti su giornali e tv, anche quando non fanno assolutamente nulla di strano o straordinario: a parte l’essere presenti.
Azzarderei a dire che sono presenti al fine di dare certezze.

Ma fin qui, non c’è nulla che possa farci pensare che non sia sempre stato così.
Quello che mi incuriosisce – anche se preferirei dire che mi preoccupa – sono le conseguenze che questo processo crea sulla necessità di visibilità sui media da parte di tanti personaggi pubblici, che siano politici, industriali o manager.
Una volta, per essere un VIP, bastava esserlo.
Nel senso che bastava essere una persona Very Important.
Oggi è diverso: per essere un VIP “visibile” occorre adottare quegli atteggiamenti e quei comportamenti che la televisione sta imponendo secondo le sue necessità.
Ecco perché ci troviamo sempre più politici, industriali e manager che fanno il verso a Veline, Letterine e Calciatori.
Il modello di riferimento sembra essere solo quello.
La mondanità ora bisogna costruirsela a dimensione dei media, mentre prima, certa gente rappresentava la mondanità.
Per dirla ancora meglio, una volta i media inseguivano la mondanità, oggi la mondanità la fanno i media.
Emerge quindi il segnale che la televisione non mostra la mondanità, ma vuole produrla direttamente.
Qualcuno potrebbe dire che è sempre stato così…
Ma io non me ne ero accorto.

Il marketing politico stesso fa i conti con questo scenario: probabilmente si acquistano più voti cantando il karaoke al Bilionaire, piuttosto che farsi un mazzo-tanto nei corridoi del Parlamento.

Ma anche a livello di strategie di marketing turistico, la briatorizzazione non va presa sotto gamba, anzi: c’è chi l’ha presa in considerazione ed ha agito di conseguenza.
La visibilità sui mezzi di informazione di una località turistica – o di una villaggio, o una spiaggia – spesso dipende da una “sana” gestione di presenze VIP.
Con relativamente poco investimento, ci sono fior fiore di personaggi televisivi che interpretano il ruolo di felicissimi e credibili turisti.
La presenza di questi VIP diventa conseguentemente contenuto per i media, con risultati di visibilità gratuita e spesso in target per il territorio.

Riccione –giusto per fare un esempio a me vicino – sta pagando lo scotto del processo di briatorizzazione.
Per i vari reporter e fotoreporter, infatti, sono molto più proficui 3 giorni in Sardegna – dove l’attività di briatorizzazione è particolarmente intensa – piuttosto che un mese intero nella Riviera Romagnola: il materiale che si può raccogliere in Costa Smeralda è assolutamente più appetibile, sia per quantità che per utilità.

Resta da capire se il contenuto VIP crei una visibilità efficace per il territorio, o semplicemente … una visibilità per il VIP.
Leggendo qua e là, noto che c’è chi ritiene che sia più produttivo – in termini di risultati concreti e non solo per quelli “banalmente” etici – riuscire a scovare contenuti più accattivanti.
E c’è chi ritiene che – per come sono strutturati oggi i TG e le varie trasmissioni di costume in Italia – investire in visibilità serva veramente a poco.
E c’è anche chi è addirittura convintissimo che ormai le televisioni non siano più commerciali: a parte pochissimi programmi, la tv è subita da un pubblico con bassissima propensione al consumo.

Se quest’ultima considerazione fosse anche solo in parte condivisa dagli operatori, vi immaginate che salto di qualità?
Proviamo ad immaginare politiche e strategie turistiche ragionate meno sulla visibilità e più sul prodotto da piazzare al turista: finalmente riusciremo a comprendere che per fare turismo bisogna accettare che – come dice il mio amico Giancarlo Dall’Ara – i turisti non esistono più.

Rimini, 10 ottobre 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Ibiza: considerazioni

Anche se mi pesa ammetterlo, uno dei miei difetti è parlare di cose che non sempre ho verificato di persona.

Sono appena stato a Ibiza (insieme a Claudio Villa e Enrico Muccioli) dove ho raccolto un po’ di cose: alcune che già sapevo, altre che non avevo inteso, molte che nessuno mi aveva mai raccontato o non avevo mai letto.

Quindi spero di fare cosa gradita nel condividere con voi una serie di input, in un periodo in cui l’isola spagnola è stata spesso citata in qualità di case-history.

I seguenti appunti forse possono essere in grado di offrire spunti alla riflessione.
Il messaggio speriamo sia chiaro: ciò che succede a Ibiza non è detto sia il meglio, ma se Ibiza viene citata come esempio – nel bene o nel male – è opportuno che la citazione sia almeno corretta e corrispondente alla realtà.
Nella mia esperienza personale, sulla base delle informazioni raccolte, mi ero fatto un’idea non corretta del caso Ibiza.
Ecco di seguito alcuni input.

le discoteche di Ibiza

A Ibiza è evidente il potere delle discoteche, una vera e propria lobby.
I locali sono poco più di una decina, tra cui spiccano Pacha, Privilege, Amnesia, Space, El Divino…
I fatturati dei locali sono importanti, determinati da:
• biglietti di ingresso (prezzi tutti tra i 35 ed i 50 euro in prevendita)
• merchandising
• prodotti discografici.

Il merchandising, ma soprattutto i prodotti discografici (compilation), hanno una distribuzione mondiale e sono importantissimi veicoli di visibilità, oltre che prodotti di qualità.

non c’è sinergia

I locali da ballo esercitano vere e proprie pressioni di potere, dall’alto della loro importanza sulla dinamica economica dell’isola.
Tant’è che le varie situazioni danzanti malviste dalle discoteche – spiagge o discobar – vengono immediatamente schiacciate dalle forze dell’ordine.
I rapporti promozionali che le discoteche hanno con i vari bar di spiaggia, discobar e negozi, nascono dalle relazioni che avviano i promoter dei locali.
Non risulta che ci siano tavoli ufficiali di concertazione o particolari accordi tra categorie economiche.

il prodotto

Le discoteche ibizenche, come si sa, possiedono un fortissimo brand, anche se non sono le titolari del prodotto che propongono.
Vediamo di capire cosa significa…

Le discoteche si presentano con serate tematizzate a rotazione settimanale.
La programmazione dei DJ rappresenta di solito la caratterizzazione delle serate.
Ad esempio, i mercoledì del Pacha sono artisticamente gestiti dalla Subliminal Records – etichetta discografica del New Jersey – attraverso la programmazione di dj di fama mondiale, come gli americani Erik Morillo ed Harry Cho-Cho Romero.
Altro esempio, l’Amnesia che il giovedì presenta la serata Cream (una delle più affermate organizzazioni di eventi e raduni dance inglesi) con la presenza fissa del prestigioso e seguitissimo dj Paul Van Dyck.
Insomma, tutte le sere le discoteche propongono one-night che negli anni sono diventate ulteriori affermati brand.

Quindi, in sintesi, la proprietà della discoteca stringe i rapporti con le varie organizzazioni, le quali hanno poi in mano la gestione artistica del prodotto.
Ma c’è di più.
La gestione artistica ha anch’essa interesse ad investire promozionalmente sulle serate, producendo pubblicità a proprie spese al fine di aumentare impatto ed appeal sul pubblico.
Questo la dice lunga sulla credibilità che ha Ibiza in qualità di canale di promozione: un prodotto che si fa conoscere a Ibiza diventa di valenza mondiale.

after hour

In tutta l’isola, c’è un solo after hour: lo organizza la discoteca Space tutte le mattine a partire dalle 8:00.
Ed ogni mattina è caratterizzata da differenti dj ed organizzazioni.

la promozione

Non esiste distribuzione a mano di cartoline pubblicitarie, che invece si possono trovare sempre ben ordinate sui banchi dei negozi e luoghi di ritrovo.
Ogni negozio e bar presenta solo le cartoline della discoteca con la quale ha stretto una collaborazione

Ma soprattutto la promozione dei locali avviene attraverso i super-poster 6×3 metri.
Ad Ibiza, invece di essere soffocati dalle pubblicità di Coca-Cola, di telefonini, assicurazioni e pannolini, la visibilità pubblicitaria sembra sia prerogativa solo ed esclusivamente delle discoteche.
Appena scesi in aeroporto, ci si rende subito conto della forza del sistema notte.
La strada che porta ogni turista al proprio albergo è “arredata” dalle immagini istituzionali delle discoteche, nonchè da quelle specifiche di ogni one-night.
È un po’ come in Florida, ad Orlando, in relazione a DisneyWorld.

Altro strumento promozionale sono le azioni di visibilità in strada.
Ogni tanto, nei vari punti di ritrovo dell’isola, appaiono gruppi di persone “mascherate”, in relazione al tema della serata o all’immagine per cui la discoteca è riconoscibile.

Ma il dato più significativo è che la promozione dei locali è solo in parte affidata ai locali stessi.
Basti pensare che spesso sono gli stessi Dj – supportati dalle case discografiche – che investono promozionalmente sulla serata a loro dedicata, affittando a loro spese decine e decine di super-poster per tutta l’isola.
Lo stesso Stefano Noferini – dj italiano da anni presente a Ibiza – sta già a sue spese organizzando la presenza di una serie di super.-manifesti per la prossima stagione.
E poi ci sono anche i promoter, che nel lanciare le serate su cui guadagnano attraverso la pre-vendita dei biglietti, ritengono opportuno spingere promozionalmente il marchio della loro organizzazione, elencando gli appuntamenti a loro favorevoli.
Facendo una stima, solo il 50% dei superposter sono pagati direttamente dai locali.

brand

Dal punto di vista delle azioni sul brand, la marca delle discoteche più famose viene promossa come succede per un prodotto mass market: insegne luminose, personalizzazioni di sedute e tovaglie di vari bar e addirittura negozi monomarca con vendita merchandising.
Il tutto in maniera innovativa e mai invasiva.

Addirittura il mercato settimanale è un brand: là si chiama mercato degli Hippy e si estende su una vasta area che occupa un’intera collina a nord-est dell’isola.
Di veramente hippy non c’è molto, ma è comunque una realtà che è in linea ed esalta la vocazione turistica di Ibiza.

i promoter

Non esistono PR, ma i Promoter.
Alla cassa delle discoteche, l’ingresso può arrivare a costare anche 15/20 euro in più rispetto alla pre-vendita.
Quindi il 95% dei biglietti di ingresso dei locali sono venduti in prevendita, presso precisi e riconosciuti punti convenzionati, sulla logica per cui il prodotto viene venduto dove si trova il consumatore.
Non esistono vendite in strada: tutto avviene all’interno di negozi o bar.

I promoter sono figure commerciali, veri venditori del prodotto, che si rapportano con tour operator, animatori di villaggi e alberghi, gestori di bar e negozi.
Il promoter ha una rete di relazioni ampissima e sovrintende a sua volta una serie di venditori.
Spesso il promoter ha in mano la gestione artistica di una o più serate, gestendo rapporti con dj, case discografiche e gruppi di performers.

i volumi

Il volume della musica in strada non è mai alto.
Dagli interni dei tantissimi bar e disco-bar il suono della musica non esce e all’una di notte tutti i volumi sono spenti.
Nei bar di spiaggia, anche sotto le casse si riesce a sentire il rumore delle onde del mare.

In discoteca, complici impianti sonori sempre di altissimo livello, la musica ha una eccellente dinamica, ma i volumi non sono eccessivi.

balli in spiaggia

Negli oltre 200 km perimetrali di costa, c’è solo una spiaggia dove si balla: è il Bora Bora.
Gli orari vanno categoricamente dalle 17 alle 24, la musica è house e la gente si diverte da matti.

destrutturazione

L’input forse più decisivo che può emergere da una visita ad Ibiza è che la destrutturazione è un plus.
Abituati allo scenario riminese, a base di precise file di ombrelloni e di esercizi commerciali costruiti a stampo, fa strano raccogliere che la “precarietà architettonica” è una vera e propria domanda di mercato.
A volte sulle spiagge di Ibiza viene da chiedersi se il tavolino di legno è veramente traballante, oppure appositamente “destrutturato”.
Gli ombrelloni “da supermercato” piantati a caso sulla sabbia con a fianco i tavolini di plastica dove il cameriere con il pareo appoggia l’aperitivo o la birra, sono assolutamente in sintonia con il desiderio di vivere spiaggia e vacanza in maniera più “naturale e semplice”.

target

A Ibiza ci sono molti giovani adulti (28-40 anni) provenienti da tutta Europa: quel target che da noi in Riviera molti giurano che non ritornerà più (…sempre che ci sia mai stato).

prezzi

I prezzi sia degli ingressi in discoteca che delle consumazioni nei vari bar e discobar sono particolarmente alti.

tavolini e spazi

La situazione del famosissimo Cafè del Mar – così come per il Mambo ed altri locali affacciati al tramonto sul mare nella zona di Sant’Antonio – è emblematica: in un spazio che accoglie ogni giorno migliaia di persone, la disposizione di tavolini e sedie è sempre dentro regole precise ed all’interno dello spazio circoscritto della veranda.
Il pubblico staziona seduto sulle rocce e sui muretti in modo assolutamente naturale e questo non induce il gestore ad organizzarsi ricavando spazi strani o fuori norma.

Rimini, 31 agosto 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Bollywood

Leggere i segnali deboli del mondo spesso presuppone una ricerca, a volte anche impegnativa.
Per qualcuno è una professione, per altri un’abitudine.
Comunque sia, è sempre affascinante acquisire elementi capaci di ricondurre a possibili futuri trend e comportamenti.

Spesso è successo che spulciando in qualche rivista alternativa prodotta da un centro sociale, in un biglietto pubblicitario di un techno raduno illegale, o in un catalogo di una galleria off, si riescano a cogliere avvertimenti, stimoli, addirittura rivoluzioni.
A volte succede leggendo The Face, Wired, I-D, Virus, Wallpaper…
A volte andando a vedere i film dei Vanzina…

E’ di pochi giorni fa la notizia che i fratelli Vanzina gireranno (o stanno girando) a Bombay le riprese per il prossimo loro film di Natale.
Anche se non è certo un segnale importante, però aiuta abbastanza a pensare che anche da noi si ufficializzerà la moda del gusto Bollywood.

Nato qualche anno fa in Inghilterra, Bollywood è uno stile che ha saputo coniugare l’amore del kitsch con il “viaggio” dell’etnico.

Il nome Bollywood è nato per sottolineare la grande vocazione cinematografica della metropoli indiana (indiscussa leader mondiale per la produzione di film e per il numero di sale).
Conseguentemente questo termine è stato anche preso in prestito per rappresentare la contaminazione tra il kitsch e l’iconografia indiana.

Ad anticipare tutti ci aveva pensato 5 anni fa la Diesel che aveva puntato su Bollywood per la sua campagna sulle tv e sui magazine di tutto il mondo (ricordate l’Elvis cicciotto made in Bombay?).
Lo scorso anno la Peugeot 206 ha dato il meglio di sè con uno spot che ricorderemo a lungo (il tipo che quasi demolisce la sua auto per trasformarla come la Peugeot che ha visto nella pubblicità) .

Oggi molti ragazzi ascoltano e ballano suoni indiani campionati su potenti basi ritmiche, e qualche pezzo è già una hit da diversi mesi.
A Londra il fenomeno è esploso in maniera significativa poco più di 3 anni fa e si poteva toccare con mano nelle vetrine di mille negozi (abbigliamento, dischi, arredo, design, …) e nelle copertine di molte riviste.

In Italia Bollywood viene vissuto “in maniera inconsapevole”.
Si ascoltano quei suoni e a volte appare quel gusto grafico (in qualche magazine, in alcuni inviti di discoteche house, negli station break di MTV, in qualche pubblicità di negozi di abbigliamento) ma il termine Bollywood non esce, o esce poco.
Nulla di male.
Probabilmente quando uscirà il film dei Vanzina, di Bollywood se ne parlerà fin troppo.
Probabilmente.
Rimarrà da riflettere sui meccanismi con cui amiamo a volte ufficializzare le mode.
In questo caso, da The Face si sarà passati direttamente ai Vanzina.
Con una serie di passaggi intermedi, che magari hanno avuto il merito di mostrare uno stile, ma senza dargli un nome e un’ufficialità (leggi massificazione).
C’è da dire che i passaggi intermedi non sono più quelli di una volta.
Ad esempio, una nuova sigla di Zelig in chiave Bollywood sarebbe stata un’altra cosa.
Ma questo è un discorso di sinistra 😉
Stesso discorso per chi spera che a Bombay i Vanzina ci facciano tutt’altro.

Rimini, 14 luglio 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Sogni lucidi

dal mio amico tommy, ho ricevuto e volentieri inoltro.

Rimini, 21 febbraio 2003

alla Stanford University stanno sviluppando un software che aiuta la gente ad essere conscia che sta sognando e quindi a dare corpo alle proprie fantasie durante la fase REM.
Con una adeguata preparazione, insomma, è possibile pilotare i sogni e quindi visitare luoghi esotici o mangiare 200 gelati senza sollevare la testa dal cuscino.
E’ stato creato un Lucidity Institute che insegna alla gente come fare per avere dei “sogni lucidi”.
Stephen La Berge, fondatore dell’Istituto, ha anche scritto un libro sull’argomento (adesso cerco di rimediarlo) e dice che i sogni lucidi possono avere un effetto benefico sulla salute oltre ad evitare gli incubi.
I monaci tibetani ricorrono a quest’arte da più di mille anni…

qui di seguito allego l’articolo tratto da WIRED….

For lucid dreamers, sleep can be even better than reality.

Researchers at Stanford University are now developing software to help
people become aware that they are having a dream so that they can then live out their fantasies during REM sleep.

Oneironauts, or lucid dreamers, are conscious when they are having a
dream and can control how the dream develops. During lucid dreams, people are “awake” within their dreams, and can sometimes direct what happens next in the dream.

With enough practice you can fly, visit exotic places, experience
vivid colors, or eat all the ice cream you want, all without taking your head off the pillow.

Being awake during a dream may seem like a contradiction, but to those
involved in lucid dream research, it’s all, well, crystal clear.

“Lucid dreaming lets you make use of the dream state that comes to you
every night to have a stimulating reality,” said Dr. Stephen LaBerge, founder of the Lucidity Institute at Stanford University, a research lab that teaches people how to have a lucid dream.

LaBerge said that controlling dreams can also have therapeutic value.
Potentially, he said, people can overcome nightmares that haunt them repeatedly. It may even help a person improve in sports, enhance self-confidence or confront problems that elude being solved in waking life.

Exploring the World of Lucid Dreaming, a book co-authored by LaBerge
and Howard Rheingold, is one of many books to help wannabe lucid dreamers get started. The Lucidity Institute offers a variety of tools for people set on taking charge of their subconscious life.

The Institute’s SuperNovaDreamer kit includes a copy of LaBerge’s
book, and the kit recommends reading a few chapters before getting started. The book asks that you learn to recognize “dreamsigns,” or signals within a dream that alert you to your altered state. One common dreamsign: elements within your dream are out of context. Objects are not where they belong within a room, or certain people are in locations they normally wouldn’t be — how often do your parents drop in at the office?

The NovaDreamer includes a mask that tracks eye movement to recognize
when you’re in REM as well as to determine the amount of time you take to get to sleep.

Depending on how you configure NovaDreamer (a determination made
partially on the basis of how light or heavy a sleeper you are), the NovaDreamer flashes a series of red lights into your (hopefully closed) eyes, providing yet another signal that you are dreaming and can now do whatever you please in the dream.

LaBerge advises novice lucid dreamers to be patient, adding it can
take as long as four months or more to regularly have lucid dreams.

LaBerge’s research indicates that when a person does something in
their dreams, the experience may be closer to reality than you’d think.

Early experiments show that lucid dreamers have a good comprehension
of time while dreaming. Researchers that asked lucid dreamers to move their eyes in a specific pattern, and then repeat the pattern 10 seconds later, found they did so in about the correct amount of time.
LaBerge said dreaming of doing something causes the same reaction in
your brain waves as actually doing it. During REM sleep, says LaBerge, “the brain is working full-tilt, yet it is disconnected from the outside world. If you dream of doing a long jump, your brain reacts the same way it would if you actually did it.”

LaBerge, who is studying the mind-body relationships of lucid
dreamers, believes that controlling your dreams may also improve your health.

“It’s totally possible we’ll find a way to use it to enhance healing,
because there’s a very strong mind-body connection during REM sleep,” LaBerge said. Although he admits that the ability to use dreams to cure illness is mere speculation at this point, he said there is anecdotal evidence that lucid dreamers may be able to contribute to their own healing processes.

Most applications of lucid dreaming remain in the very early research
stages, LaBerge said. “We’ve been focusing on access to the state (of lucid dreaming),” he said. How practical those other applications are will depend in part on how easy it is to get people into a lucid-dream state.

For example, Tibetan Buddhists, avid practitioners of lucid dreaming
for more than 1,000 years, devote years to meditative practice that helps them refine their techniques.

For the rest of us, learning to control your dreams is something like
learning to play the piano — some will find it easier than others. “But it’s a lot easier than it was 20 years ago, when there weren’t any techniques,” LaBerge said.

Lucid dreams are also helping scientists understand the nature of all
dreams. “By watching the signals provided (by the lucid dreamer), we can come a little closer to getting information about a dream as it occurs,” said Dr. Alfred Kaszniak, a neuropsychologist, and the director of the Center for Consciousness Studies at the University of Arizona. Monitoring a lucid dream provides more accurate information than waking a subject up since people will forget or edit their dreams.

“Lucid dreaming also gives us a very different way of asking questions
about the nature of consciousness during sleep,” Kaszniak adds. “(A lucid dream state) actually satisfies certain criteria of consciousness.”

With enough effort, just about anyone can induce lucid dreaming,
Kaszniak said. But some people are more predisposed to it than others, he said. Those with sensitive inner ears have a better chance of lucid dreaming. People with a greater sensitivity to the force of gravity are more likely to vividly conjure up images of flying, which in turn helps them become lucid in their dreams.

Last summer, Stanford University hosted a 10-day conference that
included lectures, lucid-dreaming practice and a visit to the dream lab to watch research in action. In May, the Lucidity Institute will take enthusiasts on a seven-day trip to Hawaii for a lucid-dreaming retreat.

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Zara

Zara: vedo quindi produco.

Qualche settimana fa sono tornato a Barcellona.
Mancavo da diversi anni.

Se devo dire cosa mi ha maggiormente colpito ed ispirato di questo ultimo viaggio, risponderei: la quantità di gente che passeggia in centro con in mano la busta dello shopping (ovvero lo shopper) con il marchio Zara.

Zara è una catena di negozi di abbigliamento e tutta Barcellona sembra faccia la spesa lì.

Zara è un fenomeno e rappresenta il marchio di punta del gruppo Inditex, che possiede anche Pull & Bear, Massimo Dutti, Bershka e Stradivarius.
Poco tempo fa, il gruppo è stato quoptato in borsa ed il titolare (il signor Amancio Ortega Gaona) in un batter d’occhio è diventato l’uomo più ricco di Spagna.

Il signor Ortega ha intuito una cosa importante: che nella moda la velocità è tutto.
Nella moda a condizionare il mercato e le scelte del pubblico contribuiscono numerosissimi fattori: l’ultimo film uscito, il nuovo video dei REM, il nuovo look di Madonna, …..
Eppure il processo di produzione dell’abbigliamento ha molte tappe.
Addirittura, come sappiamo, per la maggior parte delle aziende la fase di produzione è stata trasferita nel terzo mondo (o, nel migliore dei casi, nell’Europa orientale).
Il signor Ortega , controllando i passaggi dalla fase di design a quella della distribuzione, ha capito che non solo si risparmia denaro, ma si guadagna in velocità e flessibilità.
E così bastano 2 settimane perchè un capo disegnato dal suo team di stilisti arrivi nei suoi negozi sparsi per il mondo.
Solo 2 settimane, ovvero 12 volte più veloce della concorrenza.
Grazie a questo, l’azienda può permettersi di inviare un numero inferiore di pezzi in una maggiore varietà di stili.
Inoltre, in questa maniera si possono eliminare le linee che non vendono e non ci sono rimanenze in magazzino.
Tutti sanno che produrre in Spagna costa almeno il 15% in più rispetto che in Cina, ma la spesa viene largamente recuperata: la velocità paga.
I capi sono prodotti una sola volta e non vengono ripetuti.

Sono oltre 200 gli stilisti (moltissimi giovani) che operano per Zara e gli altri marchi del gruppo: inventano in continuazione e tutto è prodotto in pochissimo tempo ed in pochi capi.
Il loro è un vero laboratorio creativo: con la lente di ingrandimento vengono spulciati videoclip, foto di sfilate, copertine di giornali e di CD, inserzioni pubblicitarie, inviti delle discoteche…..
Vedo, quindi produco.
Risultato: ogni settimana ci sono arrivi in negozio, i prezzi sono bassi e comunque qualcosa per te trovi comunque.

Ed i punti vendita?
Musica techno/dance diffusa a un buon volume, video funky senza sonoro, superposter appesi, un sacco di gente: questi sono gli ingredienti dei negozi Zara.

Rimini, 21 febbraio 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Tutta colpa della Ola

Dalla newsletter NADIR, ho ricevuto la seguente notizia.
Tre cervelli fini da Dresda e Budapest, ex-roccaforti della gloriosa scuola di fisica teorica dell’Europa sovietica (I. Farkas, D. Helbing e T. Vicsek) hanno scoperto le leggi che governano la Ola, l’onda creata dai tifosi degli stadi messicani, alzandosi tutti insieme nei momenti noiosi di una partita di calcio, possibilmente vittoriosa.
La ricerca è stata pubblicata qualche mese fa sulla prestigiosa rivista Nature.
Il che la rende scientificamente attendibile e assolutamente gratificante per i 3 ricercatori.
La newsletter concludeva la nota con un categorico”Ecchissenefrega?”.

Quella però di Farkas & Co.è una ricerca precisa, con risvolti forse anche importanti.
“Il nostro approccio –dicono i tre fisici – puo’ avere implicazioni sul controllo della folla. Per esempio, in casi di violenza di strada causata da manifestazioni politiche o da eventi sportivi, è essenziale capire in quali condizioni piccoli gruppi possono assumere il controllo sulla folla”.

Sembra sempre più una stronzata, ma ….. ma vado avanti.
Il tema del controllo della folla è sempre interessante e presuppone anche quello del condizionamento della stessa.

Proviamo ad applicare questo approccio sulla promo-commercializzazione dei prodotti.
Quanti supermercati, grandi magazzini, negozi, bancarelle ambiscono a scatenare dinamiche sul pubblico della serie “Lo voglio, lo voglio”?
Quanti tecnici e teorici stanno anche in questo momento studiando come si possono scatenare a comando, dinamiche per cui piccoli gruppi assumano il controllo della folla, condizionandola?

Giocandoci sopra, proviamo a pensare a un gruppo di 15 persone che, in maniera particolarmente ansiosa ed angosciata, comincia al supermercato a riempire carrelli su carrelli di uno stesso prodotto, con un’avidità da scatenare interesse, curiosità, nonché fobia.
Dai, proviamo a pensare ad una saponetta: decine di persone, tutti attori professionisti, che insistono e quasi piangono per avere ancora più saponette di quelle con cui hanno già riempito il carrello.
Tu fai la spesa e ascolti: “la prego me ne trovi delle altre, tra un po’, quando si saprà, non se ne troveranno più…”.
Se tu sei lì ed ascolti, che fai, ti fai contagiare?
Forse no… ma forse anche sì.

Lo scenario è da romanzo di Bruce Sterling e non è certo piacevole.
Il gioco divertente a questo punto sta nel cercare di ricordarsi nella propria esistenza se abbiamo in qualche modo già vissuto – e subìto passivamente – dinamiche di questo tipo.

Personalmente mi sono trovato in fila a Forte Dei Marmi in una discoteca, solo perchè c’era la fila.
Ho conosciuto americani che a Miami hanno comprato uno Swatch solo dopo che hanno osservato l’interesse sul prodotto che avevamo noi italiani.
Il mio amico che ha una bancarella al mercato, paga sempre il caffè agli amici che fingono di fare mucchio sulla sua merce.
Ed un mio amico buttafuori si è trovato a firmare autografi, solo perchè, mentre accompagnava Eros Ramazzotti attorniato da fans, aveva scritto a penna su un foglio il proprio numero di telefono per darlo ad una ragazza.
Mi fermo qui: di cose me ne stanno venendo fuori pure troppe.

Detto questo, non so come finire questo scritto.
Non so se essere triste o superiormente divertito.
Le tecniche di condizionamento all’acquisto saranno sempre più sofisticate e capaci di mutare i nostri percorsi mentali.
Nel frattempo ci accorgiamo che i prodotti stessi che acquistiamo stanno contribuendo a trasformarci anche fisicamente.
Infatti, secondo uno studio apparso sul National Geographic, a causa dell’uso smodato dei telefoni cellulari, il pollice delle mani si sta evolvendo, sviluppando nuove capacità di movimento.
I pollici attualmente piu’ evoluti sono quelli dei ragazzi giapponesi.
Mi viene da dire: beati loro.

Rimini, 26 gennaio 2003

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli

Puzza

vorrei condividere una riflessione della mia amica anna barbara del politecnico di milano.
ecco uno stralcio della mail che mi ha spedito.

………. lo sai che se sei uno specialista di odori ti chiami “naso”?
è una roba pazzesca.
perchè alcune cose sono in mano (in questo caso nel naso) di cinque persone..
ad esempio chanel ha si e no 7 nasi.
per il gusto talvolta è uguale.
pensa che l’acquedotto di pechino è tutto in mano ad una signora vecchissima che assaggia ogni giorno l’acqua e dice se è buona o meno.
attenzione:
non dice se è potabile.
dice solo “sì, oggi l’acqua si può bere”.
e venticinque milioni di cinesi aprono il rubinetto e bevono.
poi il giorno dopo dice “oggi l’acqua è una schifezza”.
e tutti giù a comprare al supermercato acqua in bottiglia.
già tutti sono in panico per quando la signora ching morirà: come sostituirla?
io ambirei ad essere una così,
che poi un giorno mi sveglio e dico
“ehi, signori milanesi oggi non si respira perchè l’aria puzza”,
e giù tutti con le bombole.
poi un altro giorno dire:
“ehi gente, oggi bisogna stare con gli occhi chiusi che c’è troppo grigio intorno” ……………

Share

Leave a Comment

Filed under Segnali Deboli