Category Archives: Segnali Deboli

Eventologia

Dopo i fatti dell’11 Settembre, il numero degli iscritti al corso di lingua e cultura Islamica alla facolta’ di Scienza Politiche di Bologna e’ decuplicato (da 5-6 a 50). L’aula in cui si tengono le lezioni e’ affollatissima ogni giorno e molti studenti si siedono per terra.
(fonte: C@C@O quotidiano).

Questo dato, chissà perchè, mi fa venire in mente che la gara di gran premio di formula uno più vista della storia, è stata quella successiva alla morte di Ayrton Senna a Imola.

La cosa non dovrebbe stupirmi: i pubblicitari ci hanno insegnato che per scatenare interesse, ci vuole l’evento.

Oggi, parlando di cosiddette nuove professioni, esiste anche quella di eventologo.
Ovvero colui che pensa e inventa eventi.

Spero di non essere frainteso se concordo con l’affermazione che il fatto successo l’11 settembre è stato un evento di rara perfezione.
Stessa cosa per tutto quello che è successo e sta succedendo da lì in poi, da parte dei terroristi.
E’ qualcosa di strepitosamente studiato: Bin Laden sta applicando, verso un suo piano diabolico, le tecniche di strategia e marketing che da giovane ha studiato all’università e che poi ha praticato nel mantenimento del suo impero economico.

Se l’obiettivo è l’attenzione, sia ai fini della fidelizzazione verso un prodotto, che a quelli di generare terrore e psicosi collettiva, stiamo imparando, se già non lo sapevamo, che le strategie cambiano poco.

Guardandomi in giro, chiacchierando con gente, passeggiando per strada la sera, frequentando amici, mi sembra però che di eventi ne sentiamo poco la mancanza.
In questi giorni mi sto interrogando se è addirittura cambiata la nostra percezione di evento.
Sentiamo semmai bisogno di normalità.
Qualcuno potrebbe dire che sta andando così da un bel pezzo.
Ma sento che mi fa bene ripeterlo a me stesso.
Soprattutto quando torno il sabato sera a casa e non ho nulla di clamoroso da raccontare.

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Profumo

a proposito di guerra batteriologica…

è sicuramente un periodo delicato.
oggi, ciò che apparteneva alla fantascienza e fantapolitica, sta diventando un reale allarme.
la guerra batteriologica è possibile.
incredibile.

nelle mie divagazioni, mi è venuto in mente il mio amico Salaam.
Salaam è un maestro profumiere arabo che vive nell’entroterra di Rimini.
è una persona di grande cultura, simpatia ed intelligenza.
un giorno mi ha parlato del profumo politico.

lui parte dal presupposto che per ottenere il consenso politico, sempre più si muoveranno capitali da parte delle varie organizzazioni politiche e lobby di potere.
e la parte del leone lo farà il marketing.

“se è vero che il marketing moderno ammette che gli stati affettivi ed emozionali sono la chiave della scelta, il marketing politico non cercherà di comunicare delle idee, perchè l’idea è il prodotto, bensì emozioni gratificanti che convincono a sentirle proprie”.
da qui Salaam ha puntato l’attenzione sul marketing olfattivo.

“il naso è, a nostra insaputa, al centro del nostro sistema nervoso.
è parte integrante del sistema Limbico, dove si elaborano le nostre emozioni primordiali e dove risiede la nostra memoria olfattiva che ci predispone a determinate risposte comportamentali.
esiste un vero linguaggio degli odori che può essere utilizzato per comunicare direttamente al centro del sistema nervoso delle persone in modo più convincente di certi discorsi”.

a pensarci bene, con questa ipotesi si sta solo spostando la valutazione politica su un piano culturale ed emozionale.
d’altronde c’è chi per ottenere consensi si è comprato una squadra di calcio.

uno dei principi di base della psicologia olfattiva cita: la cosa che emana buon odore è buona in sè.

e se ci fosse un partito politico che avesse il suo profumo?

è utile ricordare che non esistono ancora leggi che regolamentano l’uso degli odori a scopi pubblicitari, il che autorizza ad utilizzare tutte le tecniche di marketing olfattivo, incluse quelle subliminali…….
con il profumo politico non esisterebbe più, per il partito, il problema dell’acquisto di spazi pubblicitari.
e poi nessuna legge impedisce, finora, ad un veicolo di diffondere un profumo, anche se è il profumo di un partito.

ma un profumo, un odore, può riuscire davvero ad essere un logo efficace?
se così fosse, proviamo a pensare che effetto feed-back otterrebbe se venisse diffuso allo stadio subito dopo il gol della squadra del cuore, oppure durante l’esibizione del nostro cantante preferito.

in un periodo in cui la nostra paura si riflette nello spettro della guerra batteriologica, non mi fa certo scandalo pensare a stati di assuefazione da profumo.
chissà se avremo città olfattivamente inaccessibili.
chissà se saremo costretti a sedute di ipnosi al fine di riuscire a non cedere alle tentazioni di un profumo che potrebbe farci votare bertinotti, quando magari siamo simpatizzanti della lega.

ps.
salaam ha un suo sito web: www.profumo.it

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Ombra zero

I temi di interesse oggi non sembra siano più le potenzialità muscolari del progresso, ma le zone sensibili dell’individuo“.

Magari qualcuno c’era già arrivato, ma leggendo il concetto qui sopra riportato, mi sono particolarmente identificato.
come dire, avrei voluto scriverlo io.
La frase l’ho pescata, tra le tante bellissime pagine, dal libro “Storie di architettura attraverso i sensi” (ed. Bruno Mondadori).
E’ un libro dal taglio grafico innovativo (unisce sapientemente testo e immagini).
L’ha scritto Anna Barbara, un’architetto (la enne va con l’apostrofo perché in questo caso il sostantivo é femminile, pappappero).

Il libro é diviso in capitoli.
L’ultimo é intitolato OMBRA ZERO (ho cominciato a leggere da qui).
Parlando di Ombra Zero si é toccata la sensazione che viene prodotta attraverso la bidimensionalità dei grandi schermi, dell’architettura delle semplici facciate, delle specchiature degli edifici….
Bidimensionalità tipica “delle metropoli open 24 hours, dove il tempo e gli eventi umani e sociali ad esso connessi, sono scanditi dalla comunicazione.”
Più che creare architettura, produce tipologie emozionali riproducibili e vendibili ovunque“.

E’ meglio che mi fermi qui: rischierei di aggiungere commenti miei e quindi distruggere un testo affascinante.

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Moulin Rouge

Qualche settimana fa ho visto il film Moulin Rouge.
Dalle brevi mini recensioni lette sui vari opuscoli, del tipo “Stasera al Cinema” o altri, avevo inteso fosse un film biografico sulla vita di Toulouse Latrec, raccontata attraverso gli occhi di una ballerina.
Niente di tutto questo.

Moulin Rouge è un’esperienza allucinogena, una vera emozione piena di citazioni ed idee.
E’ un vero e proprio manifesto filosofico della vita bohemienne.
Gli ingredienti sono vari: la sensibilità poetica, l’assenzio, la ricerca di nuove esperienze, la cinicità del piacere……

Concepito come un musical, la musica presente in Moulin Rouge è un’insieme di trovate geniali.
Passando in un batter d’occhio dal Can-can a Elton John, fino ai Nirvana, il filo conduttore non è stato il genere, ma il sentimento comune, nell’arte dell’ultimo secolo, dello spirito bohemienne.
Una way of life di efficace fascino, ma poco sfruttata nel cinema, così come nella pubblicità e nella comunicazione (sarebbe bello chiedersi perchè).

Ma le trovate geniali, così come per la colonna sonora, hanno riguardato anche gli effetti scenici e digitali-cinematografici, che hanno subito lo stesso trattamento: tutto insomma è stato come mixato.

Si può arrivare a pensare che Moulin Rouge sia una pellicola che, chi l’ha girata ed interpretata, sia riuscito a capire di che si trattava solo dopo l’uscita del film, ovvero solo dopo che il regista (lo stesso di Romeo & Juliet) ha fatto i suoi copia-incolla, campionamenti e casini vari.
E’ il film che avrebbero potuto girare Fat Boy Slim, Howie B. o i Chemical Brothers.
Bisogna trovare un nuovo termine per definire “il lavoro” che su Moulin Rouge ha svolto il regista.
Secondo me è la stesso “lavoro” che sta cercando di portare avanti una parte del mondo della moda e la parte più efficente e viva del mercato del divertimento.
Dare un nome a questo fenomeno artistico può essere interessante ed utile.
Almeno sapremo finalmente dove bussare quando vorremo procurarci un’esperienza emotiva di una certa qualità ed innovazione.

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Internet è utile?

ho ricevuto e volentieri inoltro.

Negli Stati Uniti, un disoccupato sta cercando lavoro come uomo delle
pulizie alla Microsoft.
L’addetto del dipartimento del personale gli fa fare un test (scopare il
pavimento), poi lo intervista e alla fine gli dice:”Sei assunto, dammi il
tuo indirizzo di e-mail, cosi’ ti mando un modulo da riempire insieme al
luogo e la data in cui ti dovrai presentare per iniziare.”
L’uomo, sbigottito, risponde che non ha il computer, ne’ tantomeno la posta
elettronica.
Il tipo gli risponde che se non ha un indirizzo e-mail significa che
virtualmente non esiste e quindi non gli possono dare il lavoro.
L’uomo esce, disperato, senza sapere cosa fare e con solo 10 $ in tasca.
Decide allora di andare al supermercato e comprare una cassa di 10 chili di
pomodori.
Vendendo porta a porta i pomodori in meno di due ore riesce a raddoppiare
il capitale, e ripetendo l’operazione altre 3 volte si ritrova con 160$.
A quel punto realizza che puo’ sopravvivere in quella maniera, parte ogni
mattina piu’ presto di casa e rientra sempre piu’ tardi la sera, e ogni
giorno raddoppia o triplica il capitale.
In poco tempo si compra un carretto, poi un camion e in un batter d’occhio
si ritrova con una piccola flotta di veicoli per le consegne.
Nel giro di 5 anni il tipo e’ il proprietario di una delle piu’ grandi
catene di negozi di alimentari degli Stati Uniti. Allora pensa al futuro e
decide di stipulre una polizza sulla
vita per lui e la sua famiglia.
Contatta un assicuratore, sceglie un piano previdenziale e quando alla fine
della discussione l’assicuratore gli chiede l’indirizzo e-mail per
mandargli la proposta, lui risponde che non ha il computer ne’ l’e-mail.
“Curioso-osserva l’assicuratore-avete costruito un impero e non avete una
e-mail.
Immaginate cosa sareste se aveste avuto un computer!!!!”
L’uomo riflette e risponde “Sarei l’uomo delle pulizie della Microsoft”

*Morale n: 1: Internet non ti risolve la vita

*Morale n: 2: Se vuoi essere assunto alla Microsoft, cerca di avere una
e-mail
*Morale n: 3: Anche se non hai una e-mail ma lavori tanto puoi diventare
miliardario

*Morale n: 4: Se hai ricevuto questa storia via e-mail hai piu’
possibilita’ di diventare uomo delle pulizie che miliardario

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Il Reverendo Playstation 2

La trasmissione radiofonica Golem (Radio Uno alle 8:40) la settimana scorsa ha toccato la notizia del reverendo PS2.
Si tratta del ventitreenne Carl Lindley di Manchester .
Chiamato “reverendo” pure dagli amici, il tipo ha deciso di consacrare proprio alla mitica consolle un tempietto nel suo giardino.
Interpellato da The Sun, il portavoce della Sony ha motivato il tutto con “gli effetti incontenibili dell’entusiasmo dei fans”.

Sono d’accordo con quello che viene scritto sul sito web di Golem, ovvero che “gli elementi per il racconto mitico di un nuovo culto nato attorno a mode e culture giovanili, ci sono tutti”.
E che se è vero che questa è una di quelle ” notizie dirompenti che vivono il tempo della loro messa on line”, è anche vero che, come moltissime altre, “nella teoria dell’agenda setting sono le notizie che hanno una mortalità precoce”.

quindi n°1
quindi, esistono una marea di persone che girano e spugnettano (come diciamo noi in romagna) continuamente in rete.

quindi n°2
quindi lo scenario presenta tantissimi vuoti redazionali, poi da ricolmare subito dopo.

e siccome
e siccome sono presenti migliaia di portali web di informazione e curiosità, nonché vari notiziari (sia tv, che cartacei) assolutamente disposti ad accogliere ed ascoltare

quindi n°3
quindi, ci sono un sacco di possibilità di avere la tua notizia subito diffusa.

quindi n°4
quindi è ovvio che la notizia del reverendo PS2 diventi una notizia di diffusione mondiale.

quindi n°5
quindi è anche ovvio che il giorno dopo, se non scappa fuori un cardinale PS2, il reverendo se ne può tornare da dove è venuto.

domanda:
c’è almeno un quindi sbagliato: quale? quali?

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Holly e Benji

Avete presente HOLLY & BENJI?
Dai, quel cartone animato giapponese che parla di quella squadra di calcio formata da ragazzini …
Beh, se lo odiate, c’é un modo per scardinarlo pezzo per pezzo.
Come?
attraverso questa attenta e pignola analisi pescata su un newsgroup di patiti della salsa (il ballo latino-americano).

QUANTO E’ LUNGO IL CAMPO DI HOLLY & BENJI?

Allora: per trovare la distanza a cui vediamo l’orizzonte, basta scomodare
il teorema di Pitagora.
Il raggio della terra vale 6327 Km;
l’altezza dell’osservatore facciamo che sia 1,70 m.
(anche se parliamo di giapponesi).
Sia dunque x la distanza fra l’osservatore (Benji) e la linea
dell’orizzonte.
E’ facile notare che x e’ uno dei due cateti di un triangolo rettangolo;
l’altro cateto congiunge l’orizzonte col centro della terra,
quindi é lungo quanto il raggio della terra stessa, mentre l’ipotenusa
congiunge il capoccione (vuoto) di Benji col centro della terra, e
misura dunque Km 6378+0,0017.
Quindi, indicando con ^2 il quadrato e con SQR la radice quadrata:
x = SQR(6378,0017^2 – 6378^2) = 4,66 km
Bene: la distanza a cui uno di 1,70 m vede
l’orizzonte e’ di circa 4,5 km.
Tenuto conto che la porta compare quando un giocatore e’
piu’ o meno sulla tre-quarti campo, il campo e’ lungo, circa……
18 km!!!!!!!!
Ok ok, fin qua ci siamo, ma ora ci si potrebbe porre la domanda:
a che velocita’ media corre Holly, o Mark, o Julian (e questo spiegherebbe
perche’ sto povero malato di cuore non riesca mai a concludere una
partita), e cosi’ via per riuscire a farsi tutti i 18 km del campo
nel poco tempo di un azione?
Per_ i giapu non sono pirla, e infatti una partita dura anche 5 o 6 puntate
di mezz’ora l’una, quindi, contanto che un maratoneta corre i fatidici 42
km in poco più di due ore e che ci sono sempre solo quattro o cinque azioni
per partita, più o meno i conti tornano…più o meno, perchè poi ci
sono altre cose che non vanno…
Tipo quando ogni tanto fanno le riprese dall’alto del campo, che sembra di
dimensioni normali…a meno che siano delle foto dal satellite…
No, la domanda e’ un’altra….hai presente quando Holly dalla sua area
tira una mina che attraversa tutto il campo (18 km), buca la rete e sfonda
pure il muro?
A che velocità viaggia la palla?
Anche considerando che ci mette una ventina di secondi ad arrivare
in porta, dovrebbe viaggiare a più di 3000 km all’ora!!!
Alla faccia di Mihajlovic!
Ma in Giappone li fanno i controlli antidoping? E se si’:
quanti altri kriptoniani sono scampati all’esplosione? (spero pochi,
perche’ quelli vivi son tutti qui di fisso….cacchio arrivano sulla
Terra e diventano immortali….sara’ mica il paese della cuccagna?
Chi volete che sia cosi’ fesso da non venirci?)
E poi ancora:
– Che schema usano per occupare tutto il campo?
L’1-1-1-1-1-1-1-1-1-1?
– In cosa consiste la tecnica del contropiede?
– Come fa l’anziano della difesa a chiamare il fuori gioco, spara un razzo
in aria?
– L’arbitro gira per il campo in moto? E se investe qualcuno? E se gli
finisce la benza? E se estrae il cartellino rosso mentre va a 80
all’ora con tutti i carabinieri li’ intorno?
– C’è l’autovelox che lo multa ogni volta che supera i 50 all’ora?
– Per fermare il gioco cosa usa, la tromba?
– Per fermare un giocatore lontano gli spara?
Alle gambe o “purche’ lo fermi”?
– Se un tifoso fa invasione di campo quando lo ripigliano?
– Se un giocatore resta a terra non rischia di
creparci prima che qualcuno lo veda?
– Come cacchio si fa a fare ostruzione?
– A fine partita gira l’autobus per il campo o i
giocatori se la devono cavare da soli?
– I guardalinee usano una vela per le segnalazioni? E quando devono
mettersela tra le gambe per segnalare i rigori?
– Se uno segna, dall’altra parte del campo come lo scoprono?
– Se uno attraversa tutto il campo palla al piede, scarta tutti, scarta
anche il portiere e, giunto davanti alla porta vuota, dopo stimiamo
un paio d’ore di corsa, la butta fuori, cosa fa, si spara?
Si butta sotto la moto dell’arbitro? E quando scopre che la
partita era gia’ finita da mezz’ora (e che c’era pure stato l’intervallo)?
– Se in una partita c’e’ piu’ di una rete passa alla storia?
– Se un giocatore chiamato dall’arbitro scappa via per non farsi
riconoscere organizzano una squadra di ricerche?
– Se uno perde palla sotto porta dopo azione continuata (tre quarti
d’ora) della squadra cosa gli fanno? Vivisezione?
– Quando devono fare un cambio mandano le frecce tricolore ad avvisare?
– Per trasmettere la partita in TV, la riprendono dall’elicottero
(come al giro d’Italia)?
– Da quanti anelli sono composte le tribune?
– Gli ultra’ si menano ugualmente o sono troppo lontani?
– Ora che ci penso….E SE CI FOSSE LA NEBBIA?

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Gattini bonsai

La scorsa settimana, la trasmissione radiofonica Golem (la mattina su Radio Uno) ha trattato l’argomento dei gattini bonsai.
Per dirvela in 2 parole, un bontempone del MIT, la famosa università del Massachussets, ha creato un sito in cui si vendevano piccoli micini, costretti fin da piccoli a vivere all’interno di piccoli contenitori di vetro (per chi vuole particolari, lo rimando al sito di < radio.rai.it/radio1/golem >).
Attorno alla burla, l’ottimo conduttore Nicoletti ha approfondito il ruolo dell’informazione via internet, soprattutto alla luce del fatto che alcuni giornali, vedi Il Messaggero, hanno pubblicato la notizia come se fosse vera, senza nessuna verifica.

A me la vicenda ha colpito.
Internet viene continuamente percepita come un mondo a sé che condiziona l’operato degli esseri umani.
Mi spiego…
Ciò che succede su internet sembra che non capiti per opera degli uomini, ma soprattutto per le opportunità che offre lo strumento della rete.
Se si può ritenere vero che su internet un necrofilo può tranquillamente acquistare un cadavere, ciò che fa notizia e colpisce é la rete ed i suoi lati oscuri.
Sulla vicenda dei gattini, sono stati ancora messa sul tavolo della discussione i pro e contro di internet.

A questo punto mi chiedo: chissenefrega?

 

 

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Assenzio

C’é un universo dietro alla canzone che mi è più piaciuta a San Remo (arrivata ultima).
Si tratta del brano dei Bluvertigo, intitolato “l’assenzio“, il cui testo vi consiglio di ascoltarlo molto attentamente.

Prima di tutta l’assenzio: cos’é?
Prendendo spunto da un articolo apparso mesi fa sulla rivista Virus, l’assenzio é un liquore estratto dalla omonima pianta.
Chiamato “la fata verde”, per i suoi effetti allucinogeni, l’assenzio é stato bandito agli inizi del seguito in Francia ed in gran parte dell’Europa.
Denso di fascino bohemienne parigino, l’assenzio é stato uno dei più raffinati sballi degli artisti: da Rimbaud a Van Gogh, da Baudlaire a Oscar Wilde, da Hemingway a Voltaire.
Tra l’altro, oggi sembra essere riscoperto negli ambienti top londinesi.

Si consuma attraverso un rituale sofisticato: su un cucchiaino forato e pieno di zucchero si versa il liquore, si dà fuoco allo zucchero lasciandolo caramellare e poi si versa in un bicchiere con l’eguale parte d’acqua.

Sempre la rivista Virus, racconta di Eminem che ha brutalmente protestato per il rifiuto da parte del barman del terzo bicchierino.
Infatti, a Londra l’assenzio é permesso solo in quantità limitata: due dosi.

L’assenzio vive di fascino poetico.
Resta inteso, che é un’autostrada verso la follia.

Tornando ai Bluvertigo…
Avete presente il bellissimo ritornello del brano?
“fanno bene, fanno male; sto bene, sto male”…

E poi i vari altri passaggi, tra cui:
“in fondo se perdi il controllo, non fai niente di male”…

Ma soprattutto bellissimo é il finale, dove Morgan, il cantante, urla:
“far bene fa male.
fate male state bene.
invece io faccio bene e sto male”.

Quindi…
Quindi l’assenzio, come simbolo di ogni “elisir” che produce stati alterati.

Domanda: siamo forse di fronte al primo inno verso la riduzione del danno?

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Elogio del silenzio

Mi ha colpito questa storia del silenzio.
L’ho colta attraverso la recensione di un libro di Garret Keizer: “la storia del rumore”.

Forse dobbiamo cominciare a cercare veramente il silenzio.
E’ forse l’unica stada per farci apprezzare (e quindi ascoltare) il casino che abbiamo intorno.

I Sumeri ci hanno tramandato una versione un po’ strana dell’Arca di Noè: gli dei, non potendo prendere sonno, provocarono il diluvio universale per punire l’umanità responsabile del frastuono.

Lo sviluppo della civiltà ha portato ad un aumento del rumore.
Oggi c’è chi parla di livelli insopportabili.
E la storia del rumore è legata in parte anche alla storia della mobilità.
Pensate a quanta gente si trasferisce per sfuggire dal casino.
E muovendosi, sfiga vuole, lo ritrova sempre….. giusto il tempo di osservare un luogo silenzioso diventare mano a mano rumoroso.

Rimini, 2001

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Architetture deboli

Attraverso un’intervista pubblicata su Il Manifesto di qualche settimana fa, ho avuto modo di conoscere Moreno Ferrari, stilista cinquantenne spezzino, che ha lavorato per CP Company, il Gruppo Finanziario Tessile ed altre importanti aziende.
Nella moda, Ferrari è conosciuto anche come uno sperimentatore che ama interagire con le nuove frontiere dell’arte contemporanea.
Nelle sue collezioni più recenti, ha presentato una mantella che diventa una tenda ed un’altra che si trasforma in amaca da appendere ad alberi o lampioni; un giaccone che può diventare una poltrona o un materassino; un impermeabile che si trasforma in piccola serra o in un pensatoio dove coltivare pensieri; uno zaino gilet; uno zaino cuscino; una mantella che può diventare un aquilone…..
La sua è una frontiera verso un’architettura leggera, debole, da indossare o portarsi appresso.
E’ un confine tra abito e oggetto.
Il suo è come un lavoro sul corpo che si modifica e si trasforma in corrispondenza alle necessità di movimento.

Certo, parlare di necessità di movimento in questo periodo, è un po’ andare controcorrente.
Blindarsi in casa e immobilizzarsi sembra essere il più giusto atteggiamento, ovvero quello che garantisce la migliore idea di sicurezza.
Però, su questo aspetto della sicurezza, è curiosa la considerazione di Renzo Piano, il quale ha notato come nella strage delle due torri si sia salvato proprio chi ha trasgredito la vecchia regola dello stare immobili al proprio posto.

Con una forzatura creativa, l’architettura debole può essere pensata come strumento per non cedere alla paura, per uscire dal bunker.
Moreno Ferrari la definisce debole perchè duttile e lunatica, legata alle emozioni del fare quello che ti va in questo o quel momento.
Tutto il contrario dell’uniforme, indossata da chi opera al servizio di un preciso compito.
Forse, con l’architettura debole stiamo affrontando il prototipo dell’anti-uniforme.
D’altronde, nel nostro comune pensare, l’uniforme è sicurezza.

Ma chi indossa un’uniforme?
Il manovale ha un’uniforme, così i medici e i tranvieri, ma anche i gelatai ed i manager della City.
E ovviamente le forze dell’ordine hanno l’uniforme.
E anche chi combatte le uniformi ha un’uniforme.

A questo proposito mi piace pensare agli scontri a Genova.
C’era da una parte la polizia, con l’uniforme, dall’altra i dimostranti.
Ovvero i Black Bloc (tutti neri con cappucci ed anfibi), le tute bianche e poi gli altri (quelli con i caschi del motorino, le armature di gommapiuma, i dread locks, piercing e tatuaggi).
In mezzo i fotografi, con le loro borse a tracolla, le macchine appese al collo ed i gilet con tante tasche….
Mentre nella zona rossa i big della politica con i loro completi sartoriali…..

Tutto ciò che indossiamo è un’uniforme?
Faccio fatica ad accettarlo.
Se così fosse, indossare significherebbe (oltre che appartenere, identificarsi, condividere, etc) soprattutto rifugiarsi dalla paura.
Se così fosse, chi ci potrà liberare?
Forse le architetture deboli, con le quali impareremo ad indossare per fare, piuttosto che per essere?

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Semplici incursioni televisive

Dalla newletter “nadir notizie” (http//web.tiscalinet.it/nadir_ong), ho ricevuto giorni fa l’info che Gabriele Paolini ha deciso di smettere con le incursioni televisive.

Come sarebbe a dire: chi è Gabriele Paolini?
Stiamo parlando di quel tipo alto, moro, capelli lunghi, con gli occhiali, che dal 4 gennaio 1997 si posiziona dietro al malcapitato giornalista inviato tv, per mostrare profilattici, cartelli con scritto pace, o semplicemente farsi inquadrare.
Ha preso a volte calci, pugni, nonché parecchie ingiurie da Emilio Fede ed è riuscito persino a consegnare un preservativo al Papa (questa l’ho letta, ma non la sapevo).
Paolini si dichiara orgoglioso di essere finito nel libro dei Guinness 2002 come primatista mondiale del presenzialismo in televisione: dal ’97 al 2001 le sue apparizioni sarebbero state 18 mila 765, con 80 denunce penali di cui, precisa, ”non ne ho persa neanche una, nè sono andato a finire in un ospedale malgrado le tante perizie psichiatriche che sono stato costretto a subire”.

La scelta di smettere di Paolini non ha nulla a che fare con una conversione.
Il tipo promette nuove battaglie, condotte però con strategie diverse.
Ma attenzione alle sue parole: ”Continuerò a comparire nelle trasmissioni che mi inviteranno e che mi pagheranno con regolare contratto -dice- ma soprattutto presenterò una megadenuncia elencando le situazioni in cui in tutti questi anni sono stato chiamato da programmi, anche importanti, per fare finte incursioni senza regolare contratto”.
Incredibile.

Ragionando sulla cosa, mi piace porre la seguente domanda: che differenza c’è tra l’incredibile Paolini e Marina, Salvo, Flavio, Lalla, etc. del grande Fratello?
Spieghiamoci.
Quelle che lui chiama “incursioni televisive”, hanno comunque prodotto un personaggio.
Stando alle sue parole, un personaggio addirittura ambito dalle trasmissioni tv.
Per fare che cosa?
Semplicemente per impersonificare lo stesso incursionista stramaledetto da Fede.
Per i partecipanti de Il Grande Fratello è un po’ la stessa cosa: continue presenze nei programmi clou al fine di rappresentare ciò che erano nella Casa.
In poche parole, semplicemente incursioni televisive da parte di chi, apparentemente, non sa far nulla di televisivo.

Fare televisione significa non necessariamente saper recitare, saper ballare, saper cantare.
Su questo c’è un dibattito aperto e qualcuno si è ufficialmente scandalizzato.
Io ho le idee molto confuse.
Per aiutarmi, ho anche provato a ragionare su Paola Barale.
Paola Barale è sicuramente un personaggio televisivo top.
Paola Barale sa fare televisione.
Eppure ….
E le idee mi sono rimaste confuse.

Allora ho provato a ragionare sulle Veline.
E mi sono emozionato.
Antonio Ricci ha inventato le Veline per prendere in giro quelle che, prima del loro avvento, erano come le Veline.
Ovvero personaggi televisivi con il “solo” merito di fare presenza televisiva.
Le Veline ballano, ma non sono famose per quello.
Ridono, scherzano e sono simpaticissime, ma ciò non può giustificare la loro fama.
E allora?
Allora ancora una volta ha vinto il mezzo televisivo: infatti, dopo il successo, le Veline hanno legittimato il “genere”.
Un po’ come il grande Enzo Braschi, che ha inventato il personaggio del “paninaro” per prendere per il culo la categoria, e si è trovato ad esserne il leader.
Per dirla tutta, c’è chi addirittura pensa (forse non a torto) che senza le Veline, l’audience di Striscia sarebbe inferiore.
E magari ha ragione.
Che casino, che ingarbugliamento, …. che emozione.

In tutto questo discorso, mi permetto solo di fare una distinzione.
Tra chi è consapevole o meno.
Per questo Antonio Ricci è un genio.
Ma forse, anche Paolini non è solo uno scemo: “Dal mio punto di vista la Rivoluzione è vinta. Sono riuscito a mettere a nudo la tv, incapace di mettere a punto un sistema di contrasto efficace nei miei riguardi. Volevo smascherare il potere enorme della televisione strumentalizzandola e facendomi, a mia volta, strumentalizzare. Ma d’ora in avanti, sono sicuro, mi divertirò di più”.

Rimini, 21 gennaio 2001

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