Archivio della categoria: Segnali Deboli

Osterie riminesi e menù turistici

L’osteria riminese esiste solo a New York City

Da ragazzo ho letto “Il Mattino dei Maghi”.
È stato per me – e, da quanto ne so, anche per altri – un libro importante.
Il Mattino dei Maghi fa parte del filone del cosiddetto realismo fantastico, per cui, ad esempio, non è un caso che la Piramide di Cheope abbia quell’altezza perchè, se la moltiplichiamo per un milione, corrisponde esattamente a… non ricordo cosa, e via di seguito…

Tra i racconti che mi avevano impressionato, nel libro c’era anche la storia di un merlo che impazzì: un giorno credendo di volare alle solite alte quote, si trovò davanti agli occhi un essere umano (uno dei due autori del libro) che passeggiava nel cielo…. mentre in realtà era il merlo che era troppo basso, confuso a causa della nebbia.

Un simile sbalzo di dimensione l’ho vissuto anch’io nel Settembre scorso con mia moglie in Bretagna, precisamente a Cancalle, patria delle ostriche.
Al ristorante tipico bretone, con tanto di menù in lingua originale, su consiglio di una coppia vicina di tavolo, scegliamo uno dei vari menù fissi.
E siccome per una volta nella vita è bello fare i signori, decidiamo di scegliere il più costoso.
E, sorpresa delle sorprese, il menù più costoso aveva un nome piuttosto familiare per noi romagnoli: si chiamava Menù Turistico.
Così per tutto il resto della vacanza in Francia (a Hornfleurs in Normandia, a Parigi, ad Amneville in Lorena e a Colmar in Alsazia) il Menù Turistico è stata la nostra scelta obbligata in tutti i ristoranti.

Per noi romagnoli – ma per noi italiani in genere – è difficile pensare che il menù turistico possa rappresentare il meglio che un ristorante possa offrire, anzi…
Spessissimo, dietro quella dizione si nasconde il più basso dei profili culinari.

Questo mi porta a ragionare su alcune cose.

In primo luogo che sarebbe bene mettersi in testa che i turisti – almeno per come li abbiamo pensati fino a ieri – oggi non esistono più.
Semmai dovremmo cominciare a pensare a individui/consumatori alla ricerca di merci emotive ed esperienziali e di servizi innovativi.

In secondo luogo, se un paese come la Francia ritiene che la domanda di mercato di un turista sia di quel livello (non tanto economico, ma di “gusto”), cosa ce ne facciamo noi di tutti quei ristoranti/pizzeria che in maniera anonima e senza soluzione di continuità, popolano gli oltre 20 km di viali del nostro Lungomare riminese?

Un altro sbalzo di dimensione l’ho avuto a New York poche settimane fa.
Sono andato a curiosare tra quei mattacchioni di Riminesi che hanno aperto tre ristoranti a Manhattan: il Piadina, il Malatesta ed il Mosto.
Quest’ultimo è stato il primo che ho visitato.
Entrando – sorpresa delle sorprese – mi ha accolto un ambiente tipico delle vecchie case di campagna romagnole sia nell’arredamento che nei colori.
Sui muri immagini antiche della mia città, sul soffitto appese mille cianfrusaglie tipiche e su una parete la scritta in dialetto “Iquè us’ magna quel cu’iè”, ovvero “Qui si mangia quello che c’è”.
Il locale era pieno e la gente era bella e divertita.
Il mio amico Lele, il titolare, al momento in cui sono entrato, aveva in mano pentola e mestolone e tra le grida di gioia dei suoi clienti, versava su una tavolata apparecchiata per venti, una polenta col sugo che portava via il naso.
In tavola c’erano bottiglie di Sangiovese Riserva e l’acqua era della riminesissima Galvanina, dal nome dell’antica fonte romana che sorge proprio lì dove poi è sorto il Bandiera Gialla.
Stessa cosa per gli altri due ristoranti: tanta bella gente che fa casino.

Visto questo, penso che un modello di riferimento che funzioni per la nostra Riviera ci sarebbe: è il tipico riminese.
Impararlo, o copiarlo, è facile: è appena a 6 ore di aereo da Rimini…

In chiave più nazionale, penso al patrimonio delle nostre sagre paesane.
Solo in Molise se ne celebrano oltre 200 all’anno.
E se pensiamo a quanto turismo producono le Processioni della Madonna in Andalusia, o la festa di San Firmino a Pamplona, è facile affermare che abbiamo un patrimonio nazionale ancora da scoprire.
Scoprire, magari senza saccheggiare.

Toc, toc…. c’è nessuno all’ENIT?

Rimini, 27 dicembre 2003

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Pubblicità senza bambini

Come alcuni sapranno, lo scorso primo Ottobre alla Camera è stato approvato un emendamento all’art. 10 del Ddl Gasparri, in merito ai bambini nella pubblicità.
L’iniziativa di Rifondazione ha trovato alleati in tutta l’opposizione di Governo e in ben 35 franchi tiratori.
Se a metà Novembre il testo verrà approvato al Senato (ma lo dubito fortemente), in Italia la pubblicità televisiva vieterà l’impiego di minori under 14.

Su questo argomento ha fatto un’interessante riflessione Andrea Pezzi (personaggio televisivo e radiofonico, ultimamente conduttore di Internet Cafè), pubblicata lunedì 20 ottobre sul quotidiano Il Sole 24 Ore.
“Giusto o sbagliato che sia, i pubblicitari non potranno più avvalersi della forza di impatto che è incarnata dai bambini.
Sarà necessario rifare i conti, dal punto di vista creativo, con una realtà che non potrà più proporre tra i sogni il faccino di un bambino o la tenerezza che ispira la bambina con una farfalla di pasta nella tasca.
Oggi la pubblicità – a volte il programma più bello della televisione – viene messa in discussione nel suo elemento fondante: la capacità di vendere sogni”.

Se la politica è il gioco del consenso, chi ha proposto ed appoggiato l’emendamento crede che anche per noi, beota pubblico televisivo, esistano nuove necessità dalla pubblicità tv.

Ma quali sono queste nuove necessità?
L’articolo di Pezzi cita a fagiolo una recente ricerca del Censis, per cui il 50,2% dei consumatori in Italia premiano o penalizzano il comportamento delle aziende e che il 71,2% (!!!) è disposto ad acquistare prodotti più cari se soddisfano caratteristiche di sostenibilità socio ambientali.

Quindi per dirla in soldoni – e i dati qui parlano chiaro – al posto dei sogni, il consumatore apprezzerebbe dalla pubblicità più realtà e maggior sincerità verso i prodotti.
Chissà…

In tutto questo comunque ricordiamoci che è vero che la pubblicità – e soprattutto quella che genera sogni – produce visibilità ed appeal verso il prodotto…
Ma è anche vero che a volte produce appeal e visibilità… semplicemente alla televisione.
Troppo spesso – per la disperazione delle aziende – il prodotto non emerge.
E questo è un bel problema anche per i mezzi di comunicazione.

All’interno de “Il piccolo libro delle Leggi di Murphy” (Arthur Bloch, Mondadori) ho trovato quella che si chiama Legge di Hall, che testualmente cita: “i mezzi giustificano i mezzi”.
Ogni volta che la leggo, rido come un matto.
Speriamo sia solo una barzelletta.

Rimini, 27 ottobre 2003

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Briatorizzazione

È un processo inarrestabile.
E l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ormai da diversi anni.
È la Briatorizzazione.

Il processo di briatorizzazione dell’informazione sta caratterizzando la nostra esistenza.
Non è una malattia o una pestilenza: è semplicemente una contro-indicazione del nostro sistema di vivere.

Quello che sta succedendo – come i più avranno notato – è molto semplice: gli organi di informazione stanno ufficializzando da anni che è il Vip che fa la notizia.
Conseguenza di ciò è la convinzione comune – non solo tra giornalisti, ma soprattutto tra addetti alle pubbliche relazioni e responsabili della comunicazione – che ogni informazione deve avere un VIP che la certifichi.

Da anni stiamo notando il fenomeno per cui Calciatori, Veline, Letterine, Aristocratici, Attori, etc sono sempre più presenti su giornali e tv, anche quando non fanno assolutamente nulla di strano o straordinario: a parte l’essere presenti.
Azzarderei a dire che sono presenti al fine di dare certezze.

Ma fin qui, non c’è nulla che possa farci pensare che non sia sempre stato così.
Quello che mi incuriosisce – anche se preferirei dire che mi preoccupa – sono le conseguenze che questo processo crea sulla necessità di visibilità sui media da parte di tanti personaggi pubblici, che siano politici, industriali o manager.
Una volta, per essere un VIP, bastava esserlo.
Nel senso che bastava essere una persona Very Important.
Oggi è diverso: per essere un VIP “visibile” occorre adottare quegli atteggiamenti e quei comportamenti che la televisione sta imponendo secondo le sue necessità.
Ecco perché ci troviamo sempre più politici, industriali e manager che fanno il verso a Veline, Letterine e Calciatori.
Il modello di riferimento sembra essere solo quello.
La mondanità ora bisogna costruirsela a dimensione dei media, mentre prima, certa gente rappresentava la mondanità.
Per dirla ancora meglio, una volta i media inseguivano la mondanità, oggi la mondanità la fanno i media.
Emerge quindi il segnale che la televisione non mostra la mondanità, ma vuole produrla direttamente.
Qualcuno potrebbe dire che è sempre stato così…
Ma io non me ne ero accorto.

Il marketing politico stesso fa i conti con questo scenario: probabilmente si acquistano più voti cantando il karaoke al Bilionaire, piuttosto che farsi un mazzo-tanto nei corridoi del Parlamento.

Ma anche a livello di strategie di marketing turistico, la briatorizzazione non va presa sotto gamba, anzi: c’è chi l’ha presa in considerazione ed ha agito di conseguenza.
La visibilità sui mezzi di informazione di una località turistica – o di una villaggio, o una spiaggia – spesso dipende da una “sana” gestione di presenze VIP.
Con relativamente poco investimento, ci sono fior fiore di personaggi televisivi che interpretano il ruolo di felicissimi e credibili turisti.
La presenza di questi VIP diventa conseguentemente contenuto per i media, con risultati di visibilità gratuita e spesso in target per il territorio.

Riccione –giusto per fare un esempio a me vicino – sta pagando lo scotto del processo di briatorizzazione.
Per i vari reporter e fotoreporter, infatti, sono molto più proficui 3 giorni in Sardegna – dove l’attività di briatorizzazione è particolarmente intensa – piuttosto che un mese intero nella Riviera Romagnola: il materiale che si può raccogliere in Costa Smeralda è assolutamente più appetibile, sia per quantità che per utilità.

Resta da capire se il contenuto VIP crei una visibilità efficace per il territorio, o semplicemente … una visibilità per il VIP.
Leggendo qua e là, noto che c’è chi ritiene che sia più produttivo – in termini di risultati concreti e non solo per quelli “banalmente” etici – riuscire a scovare contenuti più accattivanti.
E c’è chi ritiene che – per come sono strutturati oggi i TG e le varie trasmissioni di costume in Italia – investire in visibilità serva veramente a poco.
E c’è anche chi è addirittura convintissimo che ormai le televisioni non siano più commerciali: a parte pochissimi programmi, la tv è subita da un pubblico con bassissima propensione al consumo.

Se quest’ultima considerazione fosse anche solo in parte condivisa dagli operatori, vi immaginate che salto di qualità?
Proviamo ad immaginare politiche e strategie turistiche ragionate meno sulla visibilità e più sul prodotto da piazzare al turista: finalmente riusciremo a comprendere che per fare turismo bisogna accettare che – come dice il mio amico Giancarlo Dall’Ara – i turisti non esistono più.

Rimini, 10 ottobre 2003

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Ibiza: considerazioni

Anche se mi pesa ammetterlo, uno dei miei difetti è parlare di cose che non sempre ho verificato di persona.

Sono appena stato a Ibiza (insieme a Claudio Villa e Enrico Muccioli) dove ho raccolto un po’ di cose: alcune che già sapevo, altre che non avevo inteso, molte che nessuno mi aveva mai raccontato o non avevo mai letto.

Quindi spero di fare cosa gradita nel condividere con voi una serie di input, in un periodo in cui l’isola spagnola è stata spesso citata in qualità di case-history.

I seguenti appunti forse possono essere in grado di offrire spunti alla riflessione.
Il messaggio speriamo sia chiaro: ciò che succede a Ibiza non è detto sia il meglio, ma se Ibiza viene citata come esempio – nel bene o nel male – è opportuno che la citazione sia almeno corretta e corrispondente alla realtà.
Nella mia esperienza personale, sulla base delle informazioni raccolte, mi ero fatto un’idea non corretta del caso Ibiza.
Ecco di seguito alcuni input.

le discoteche di Ibiza

A Ibiza è evidente il potere delle discoteche, una vera e propria lobby.
I locali sono poco più di una decina, tra cui spiccano Pacha, Privilege, Amnesia, Space, El Divino…
I fatturati dei locali sono importanti, determinati da:
• biglietti di ingresso (prezzi tutti tra i 35 ed i 50 euro in prevendita)
• merchandising
• prodotti discografici.

Il merchandising, ma soprattutto i prodotti discografici (compilation), hanno una distribuzione mondiale e sono importantissimi veicoli di visibilità, oltre che prodotti di qualità.

non c’è sinergia

I locali da ballo esercitano vere e proprie pressioni di potere, dall’alto della loro importanza sulla dinamica economica dell’isola.
Tant’è che le varie situazioni danzanti malviste dalle discoteche – spiagge o discobar – vengono immediatamente schiacciate dalle forze dell’ordine.
I rapporti promozionali che le discoteche hanno con i vari bar di spiaggia, discobar e negozi, nascono dalle relazioni che avviano i promoter dei locali.
Non risulta che ci siano tavoli ufficiali di concertazione o particolari accordi tra categorie economiche.

il prodotto

Le discoteche ibizenche, come si sa, possiedono un fortissimo brand, anche se non sono le titolari del prodotto che propongono.
Vediamo di capire cosa significa…

Le discoteche si presentano con serate tematizzate a rotazione settimanale.
La programmazione dei DJ rappresenta di solito la caratterizzazione delle serate.
Ad esempio, i mercoledì del Pacha sono artisticamente gestiti dalla Subliminal Records – etichetta discografica del New Jersey – attraverso la programmazione di dj di fama mondiale, come gli americani Erik Morillo ed Harry Cho-Cho Romero.
Altro esempio, l’Amnesia che il giovedì presenta la serata Cream (una delle più affermate organizzazioni di eventi e raduni dance inglesi) con la presenza fissa del prestigioso e seguitissimo dj Paul Van Dyck.
Insomma, tutte le sere le discoteche propongono one-night che negli anni sono diventate ulteriori affermati brand.

Quindi, in sintesi, la proprietà della discoteca stringe i rapporti con le varie organizzazioni, le quali hanno poi in mano la gestione artistica del prodotto.
Ma c’è di più.
La gestione artistica ha anch’essa interesse ad investire promozionalmente sulle serate, producendo pubblicità a proprie spese al fine di aumentare impatto ed appeal sul pubblico.
Questo la dice lunga sulla credibilità che ha Ibiza in qualità di canale di promozione: un prodotto che si fa conoscere a Ibiza diventa di valenza mondiale.

after hour

In tutta l’isola, c’è un solo after hour: lo organizza la discoteca Space tutte le mattine a partire dalle 8:00.
Ed ogni mattina è caratterizzata da differenti dj ed organizzazioni.

la promozione

Non esiste distribuzione a mano di cartoline pubblicitarie, che invece si possono trovare sempre ben ordinate sui banchi dei negozi e luoghi di ritrovo.
Ogni negozio e bar presenta solo le cartoline della discoteca con la quale ha stretto una collaborazione

Ma soprattutto la promozione dei locali avviene attraverso i super-poster 6×3 metri.
Ad Ibiza, invece di essere soffocati dalle pubblicità di Coca-Cola, di telefonini, assicurazioni e pannolini, la visibilità pubblicitaria sembra sia prerogativa solo ed esclusivamente delle discoteche.
Appena scesi in aeroporto, ci si rende subito conto della forza del sistema notte.
La strada che porta ogni turista al proprio albergo è “arredata” dalle immagini istituzionali delle discoteche, nonchè da quelle specifiche di ogni one-night.
È un po’ come in Florida, ad Orlando, in relazione a DisneyWorld.

Altro strumento promozionale sono le azioni di visibilità in strada.
Ogni tanto, nei vari punti di ritrovo dell’isola, appaiono gruppi di persone “mascherate”, in relazione al tema della serata o all’immagine per cui la discoteca è riconoscibile.

Ma il dato più significativo è che la promozione dei locali è solo in parte affidata ai locali stessi.
Basti pensare che spesso sono gli stessi Dj – supportati dalle case discografiche – che investono promozionalmente sulla serata a loro dedicata, affittando a loro spese decine e decine di super-poster per tutta l’isola.
Lo stesso Stefano Noferini – dj italiano da anni presente a Ibiza – sta già a sue spese organizzando la presenza di una serie di super.-manifesti per la prossima stagione.
E poi ci sono anche i promoter, che nel lanciare le serate su cui guadagnano attraverso la pre-vendita dei biglietti, ritengono opportuno spingere promozionalmente il marchio della loro organizzazione, elencando gli appuntamenti a loro favorevoli.
Facendo una stima, solo il 50% dei superposter sono pagati direttamente dai locali.

brand

Dal punto di vista delle azioni sul brand, la marca delle discoteche più famose viene promossa come succede per un prodotto mass market: insegne luminose, personalizzazioni di sedute e tovaglie di vari bar e addirittura negozi monomarca con vendita merchandising.
Il tutto in maniera innovativa e mai invasiva.

Addirittura il mercato settimanale è un brand: là si chiama mercato degli Hippy e si estende su una vasta area che occupa un’intera collina a nord-est dell’isola.
Di veramente hippy non c’è molto, ma è comunque una realtà che è in linea ed esalta la vocazione turistica di Ibiza.

i promoter

Non esistono PR, ma i Promoter.
Alla cassa delle discoteche, l’ingresso può arrivare a costare anche 15/20 euro in più rispetto alla pre-vendita.
Quindi il 95% dei biglietti di ingresso dei locali sono venduti in prevendita, presso precisi e riconosciuti punti convenzionati, sulla logica per cui il prodotto viene venduto dove si trova il consumatore.
Non esistono vendite in strada: tutto avviene all’interno di negozi o bar.

I promoter sono figure commerciali, veri venditori del prodotto, che si rapportano con tour operator, animatori di villaggi e alberghi, gestori di bar e negozi.
Il promoter ha una rete di relazioni ampissima e sovrintende a sua volta una serie di venditori.
Spesso il promoter ha in mano la gestione artistica di una o più serate, gestendo rapporti con dj, case discografiche e gruppi di performers.

i volumi

Il volume della musica in strada non è mai alto.
Dagli interni dei tantissimi bar e disco-bar il suono della musica non esce e all’una di notte tutti i volumi sono spenti.
Nei bar di spiaggia, anche sotto le casse si riesce a sentire il rumore delle onde del mare.

In discoteca, complici impianti sonori sempre di altissimo livello, la musica ha una eccellente dinamica, ma i volumi non sono eccessivi.

balli in spiaggia

Negli oltre 200 km perimetrali di costa, c’è solo una spiaggia dove si balla: è il Bora Bora.
Gli orari vanno categoricamente dalle 17 alle 24, la musica è house e la gente si diverte da matti.

destrutturazione

L’input forse più decisivo che può emergere da una visita ad Ibiza è che la destrutturazione è un plus.
Abituati allo scenario riminese, a base di precise file di ombrelloni e di esercizi commerciali costruiti a stampo, fa strano raccogliere che la “precarietà architettonica” è una vera e propria domanda di mercato.
A volte sulle spiagge di Ibiza viene da chiedersi se il tavolino di legno è veramente traballante, oppure appositamente “destrutturato”.
Gli ombrelloni “da supermercato” piantati a caso sulla sabbia con a fianco i tavolini di plastica dove il cameriere con il pareo appoggia l’aperitivo o la birra, sono assolutamente in sintonia con il desiderio di vivere spiaggia e vacanza in maniera più “naturale e semplice”.

target

A Ibiza ci sono molti giovani adulti (28-40 anni) provenienti da tutta Europa: quel target che da noi in Riviera molti giurano che non ritornerà più (…sempre che ci sia mai stato).

prezzi

I prezzi sia degli ingressi in discoteca che delle consumazioni nei vari bar e discobar sono particolarmente alti.

tavolini e spazi

La situazione del famosissimo Cafè del Mar – così come per il Mambo ed altri locali affacciati al tramonto sul mare nella zona di Sant’Antonio – è emblematica: in un spazio che accoglie ogni giorno migliaia di persone, la disposizione di tavolini e sedie è sempre dentro regole precise ed all’interno dello spazio circoscritto della veranda.
Il pubblico staziona seduto sulle rocce e sui muretti in modo assolutamente naturale e questo non induce il gestore ad organizzarsi ricavando spazi strani o fuori norma.

Rimini, 31 agosto 2003

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Bollywood

Leggere i segnali deboli del mondo spesso presuppone una ricerca, a volte anche impegnativa.
Per qualcuno è una professione, per altri un’abitudine.
Comunque sia, è sempre affascinante acquisire elementi capaci di ricondurre a possibili futuri trend e comportamenti.

Spesso è successo che spulciando in qualche rivista alternativa prodotta da un centro sociale, in un biglietto pubblicitario di un techno raduno illegale, o in un catalogo di una galleria off, si riescano a cogliere avvertimenti, stimoli, addirittura rivoluzioni.
A volte succede leggendo The Face, Wired, I-D, Virus, Wallpaper…
A volte andando a vedere i film dei Vanzina…

E’ di pochi giorni fa la notizia che i fratelli Vanzina gireranno (o stanno girando) a Bombay le riprese per il prossimo loro film di Natale.
Anche se non è certo un segnale importante, però aiuta abbastanza a pensare che anche da noi si ufficializzerà la moda del gusto Bollywood.

Nato qualche anno fa in Inghilterra, Bollywood è uno stile che ha saputo coniugare l’amore del kitsch con il “viaggio” dell’etnico.

Il nome Bollywood è nato per sottolineare la grande vocazione cinematografica della metropoli indiana (indiscussa leader mondiale per la produzione di film e per il numero di sale).
Conseguentemente questo termine è stato anche preso in prestito per rappresentare la contaminazione tra il kitsch e l’iconografia indiana.

Ad anticipare tutti ci aveva pensato 5 anni fa la Diesel che aveva puntato su Bollywood per la sua campagna sulle tv e sui magazine di tutto il mondo (ricordate l’Elvis cicciotto made in Bombay?).
Lo scorso anno la Peugeot 206 ha dato il meglio di sè con uno spot che ricorderemo a lungo (il tipo che quasi demolisce la sua auto per trasformarla come la Peugeot che ha visto nella pubblicità) .

Oggi molti ragazzi ascoltano e ballano suoni indiani campionati su potenti basi ritmiche, e qualche pezzo è già una hit da diversi mesi.
A Londra il fenomeno è esploso in maniera significativa poco più di 3 anni fa e si poteva toccare con mano nelle vetrine di mille negozi (abbigliamento, dischi, arredo, design, …) e nelle copertine di molte riviste.

In Italia Bollywood viene vissuto “in maniera inconsapevole”.
Si ascoltano quei suoni e a volte appare quel gusto grafico (in qualche magazine, in alcuni inviti di discoteche house, negli station break di MTV, in qualche pubblicità di negozi di abbigliamento) ma il termine Bollywood non esce, o esce poco.
Nulla di male.
Probabilmente quando uscirà il film dei Vanzina, di Bollywood se ne parlerà fin troppo.
Probabilmente.
Rimarrà da riflettere sui meccanismi con cui amiamo a volte ufficializzare le mode.
In questo caso, da The Face si sarà passati direttamente ai Vanzina.
Con una serie di passaggi intermedi, che magari hanno avuto il merito di mostrare uno stile, ma senza dargli un nome e un’ufficialità (leggi massificazione).
C’è da dire che i passaggi intermedi non sono più quelli di una volta.
Ad esempio, una nuova sigla di Zelig in chiave Bollywood sarebbe stata un’altra cosa.
Ma questo è un discorso di sinistra 😉
Stesso discorso per chi spera che a Bombay i Vanzina ci facciano tutt’altro.

Rimini, 14 luglio 2003

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Sogni lucidi

dal mio amico tommy, ho ricevuto e volentieri inoltro.

Rimini, 21 febbraio 2003

alla Stanford University stanno sviluppando un software che aiuta la gente ad essere conscia che sta sognando e quindi a dare corpo alle proprie fantasie durante la fase REM.
Con una adeguata preparazione, insomma, è possibile pilotare i sogni e quindi visitare luoghi esotici o mangiare 200 gelati senza sollevare la testa dal cuscino.
E’ stato creato un Lucidity Institute che insegna alla gente come fare per avere dei “sogni lucidi”.
Stephen La Berge, fondatore dell’Istituto, ha anche scritto un libro sull’argomento (adesso cerco di rimediarlo) e dice che i sogni lucidi possono avere un effetto benefico sulla salute oltre ad evitare gli incubi.
I monaci tibetani ricorrono a quest’arte da più di mille anni…

qui di seguito allego l’articolo tratto da WIRED….

For lucid dreamers, sleep can be even better than reality.

Researchers at Stanford University are now developing software to help
people become aware that they are having a dream so that they can then live out their fantasies during REM sleep.

Oneironauts, or lucid dreamers, are conscious when they are having a
dream and can control how the dream develops. During lucid dreams, people are “awake” within their dreams, and can sometimes direct what happens next in the dream.

With enough practice you can fly, visit exotic places, experience
vivid colors, or eat all the ice cream you want, all without taking your head off the pillow.

Being awake during a dream may seem like a contradiction, but to those
involved in lucid dream research, it’s all, well, crystal clear.

“Lucid dreaming lets you make use of the dream state that comes to you
every night to have a stimulating reality,” said Dr. Stephen LaBerge, founder of the Lucidity Institute at Stanford University, a research lab that teaches people how to have a lucid dream.

LaBerge said that controlling dreams can also have therapeutic value.
Potentially, he said, people can overcome nightmares that haunt them repeatedly. It may even help a person improve in sports, enhance self-confidence or confront problems that elude being solved in waking life.

Exploring the World of Lucid Dreaming, a book co-authored by LaBerge
and Howard Rheingold, is one of many books to help wannabe lucid dreamers get started. The Lucidity Institute offers a variety of tools for people set on taking charge of their subconscious life.

The Institute’s SuperNovaDreamer kit includes a copy of LaBerge’s
book, and the kit recommends reading a few chapters before getting started. The book asks that you learn to recognize “dreamsigns,” or signals within a dream that alert you to your altered state. One common dreamsign: elements within your dream are out of context. Objects are not where they belong within a room, or certain people are in locations they normally wouldn’t be — how often do your parents drop in at the office?

The NovaDreamer includes a mask that tracks eye movement to recognize
when you’re in REM as well as to determine the amount of time you take to get to sleep.

Depending on how you configure NovaDreamer (a determination made
partially on the basis of how light or heavy a sleeper you are), the NovaDreamer flashes a series of red lights into your (hopefully closed) eyes, providing yet another signal that you are dreaming and can now do whatever you please in the dream.

LaBerge advises novice lucid dreamers to be patient, adding it can
take as long as four months or more to regularly have lucid dreams.

LaBerge’s research indicates that when a person does something in
their dreams, the experience may be closer to reality than you’d think.

Early experiments show that lucid dreamers have a good comprehension
of time while dreaming. Researchers that asked lucid dreamers to move their eyes in a specific pattern, and then repeat the pattern 10 seconds later, found they did so in about the correct amount of time.
LaBerge said dreaming of doing something causes the same reaction in
your brain waves as actually doing it. During REM sleep, says LaBerge, “the brain is working full-tilt, yet it is disconnected from the outside world. If you dream of doing a long jump, your brain reacts the same way it would if you actually did it.”

LaBerge, who is studying the mind-body relationships of lucid
dreamers, believes that controlling your dreams may also improve your health.

“It’s totally possible we’ll find a way to use it to enhance healing,
because there’s a very strong mind-body connection during REM sleep,” LaBerge said. Although he admits that the ability to use dreams to cure illness is mere speculation at this point, he said there is anecdotal evidence that lucid dreamers may be able to contribute to their own healing processes.

Most applications of lucid dreaming remain in the very early research
stages, LaBerge said. “We’ve been focusing on access to the state (of lucid dreaming),” he said. How practical those other applications are will depend in part on how easy it is to get people into a lucid-dream state.

For example, Tibetan Buddhists, avid practitioners of lucid dreaming
for more than 1,000 years, devote years to meditative practice that helps them refine their techniques.

For the rest of us, learning to control your dreams is something like
learning to play the piano — some will find it easier than others. “But it’s a lot easier than it was 20 years ago, when there weren’t any techniques,” LaBerge said.

Lucid dreams are also helping scientists understand the nature of all
dreams. “By watching the signals provided (by the lucid dreamer), we can come a little closer to getting information about a dream as it occurs,” said Dr. Alfred Kaszniak, a neuropsychologist, and the director of the Center for Consciousness Studies at the University of Arizona. Monitoring a lucid dream provides more accurate information than waking a subject up since people will forget or edit their dreams.

“Lucid dreaming also gives us a very different way of asking questions
about the nature of consciousness during sleep,” Kaszniak adds. “(A lucid dream state) actually satisfies certain criteria of consciousness.”

With enough effort, just about anyone can induce lucid dreaming,
Kaszniak said. But some people are more predisposed to it than others, he said. Those with sensitive inner ears have a better chance of lucid dreaming. People with a greater sensitivity to the force of gravity are more likely to vividly conjure up images of flying, which in turn helps them become lucid in their dreams.

Last summer, Stanford University hosted a 10-day conference that
included lectures, lucid-dreaming practice and a visit to the dream lab to watch research in action. In May, the Lucidity Institute will take enthusiasts on a seven-day trip to Hawaii for a lucid-dreaming retreat.

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Zara

Zara: vedo quindi produco.

Qualche settimana fa sono tornato a Barcellona.
Mancavo da diversi anni.

Se devo dire cosa mi ha maggiormente colpito ed ispirato di questo ultimo viaggio, risponderei: la quantità di gente che passeggia in centro con in mano la busta dello shopping (ovvero lo shopper) con il marchio Zara.

Zara è una catena di negozi di abbigliamento e tutta Barcellona sembra faccia la spesa lì.

Zara è un fenomeno e rappresenta il marchio di punta del gruppo Inditex, che possiede anche Pull & Bear, Massimo Dutti, Bershka e Stradivarius.
Poco tempo fa, il gruppo è stato quoptato in borsa ed il titolare (il signor Amancio Ortega Gaona) in un batter d’occhio è diventato l’uomo più ricco di Spagna.

Il signor Ortega ha intuito una cosa importante: che nella moda la velocità è tutto.
Nella moda a condizionare il mercato e le scelte del pubblico contribuiscono numerosissimi fattori: l’ultimo film uscito, il nuovo video dei REM, il nuovo look di Madonna, …..
Eppure il processo di produzione dell’abbigliamento ha molte tappe.
Addirittura, come sappiamo, per la maggior parte delle aziende la fase di produzione è stata trasferita nel terzo mondo (o, nel migliore dei casi, nell’Europa orientale).
Il signor Ortega , controllando i passaggi dalla fase di design a quella della distribuzione, ha capito che non solo si risparmia denaro, ma si guadagna in velocità e flessibilità.
E così bastano 2 settimane perchè un capo disegnato dal suo team di stilisti arrivi nei suoi negozi sparsi per il mondo.
Solo 2 settimane, ovvero 12 volte più veloce della concorrenza.
Grazie a questo, l’azienda può permettersi di inviare un numero inferiore di pezzi in una maggiore varietà di stili.
Inoltre, in questa maniera si possono eliminare le linee che non vendono e non ci sono rimanenze in magazzino.
Tutti sanno che produrre in Spagna costa almeno il 15% in più rispetto che in Cina, ma la spesa viene largamente recuperata: la velocità paga.
I capi sono prodotti una sola volta e non vengono ripetuti.

Sono oltre 200 gli stilisti (moltissimi giovani) che operano per Zara e gli altri marchi del gruppo: inventano in continuazione e tutto è prodotto in pochissimo tempo ed in pochi capi.
Il loro è un vero laboratorio creativo: con la lente di ingrandimento vengono spulciati videoclip, foto di sfilate, copertine di giornali e di CD, inserzioni pubblicitarie, inviti delle discoteche…..
Vedo, quindi produco.
Risultato: ogni settimana ci sono arrivi in negozio, i prezzi sono bassi e comunque qualcosa per te trovi comunque.

Ed i punti vendita?
Musica techno/dance diffusa a un buon volume, video funky senza sonoro, superposter appesi, un sacco di gente: questi sono gli ingredienti dei negozi Zara.

Rimini, 21 febbraio 2003

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Tutta colpa della Ola

Dalla newsletter NADIR, ho ricevuto la seguente notizia.
Tre cervelli fini da Dresda e Budapest, ex-roccaforti della gloriosa scuola di fisica teorica dell’Europa sovietica (I. Farkas, D. Helbing e T. Vicsek) hanno scoperto le leggi che governano la Ola, l’onda creata dai tifosi degli stadi messicani, alzandosi tutti insieme nei momenti noiosi di una partita di calcio, possibilmente vittoriosa.
La ricerca è stata pubblicata qualche mese fa sulla prestigiosa rivista Nature.
Il che la rende scientificamente attendibile e assolutamente gratificante per i 3 ricercatori.
La newsletter concludeva la nota con un categorico”Ecchissenefrega?”.

Quella però di Farkas & Co.è una ricerca precisa, con risvolti forse anche importanti.
“Il nostro approccio –dicono i tre fisici – puo’ avere implicazioni sul controllo della folla. Per esempio, in casi di violenza di strada causata da manifestazioni politiche o da eventi sportivi, è essenziale capire in quali condizioni piccoli gruppi possono assumere il controllo sulla folla”.

Sembra sempre più una stronzata, ma ….. ma vado avanti.
Il tema del controllo della folla è sempre interessante e presuppone anche quello del condizionamento della stessa.

Proviamo ad applicare questo approccio sulla promo-commercializzazione dei prodotti.
Quanti supermercati, grandi magazzini, negozi, bancarelle ambiscono a scatenare dinamiche sul pubblico della serie “Lo voglio, lo voglio”?
Quanti tecnici e teorici stanno anche in questo momento studiando come si possono scatenare a comando, dinamiche per cui piccoli gruppi assumano il controllo della folla, condizionandola?

Giocandoci sopra, proviamo a pensare a un gruppo di 15 persone che, in maniera particolarmente ansiosa ed angosciata, comincia al supermercato a riempire carrelli su carrelli di uno stesso prodotto, con un’avidità da scatenare interesse, curiosità, nonché fobia.
Dai, proviamo a pensare ad una saponetta: decine di persone, tutti attori professionisti, che insistono e quasi piangono per avere ancora più saponette di quelle con cui hanno già riempito il carrello.
Tu fai la spesa e ascolti: “la prego me ne trovi delle altre, tra un po’, quando si saprà, non se ne troveranno più…”.
Se tu sei lì ed ascolti, che fai, ti fai contagiare?
Forse no… ma forse anche sì.

Lo scenario è da romanzo di Bruce Sterling e non è certo piacevole.
Il gioco divertente a questo punto sta nel cercare di ricordarsi nella propria esistenza se abbiamo in qualche modo già vissuto – e subìto passivamente – dinamiche di questo tipo.

Personalmente mi sono trovato in fila a Forte Dei Marmi in una discoteca, solo perchè c’era la fila.
Ho conosciuto americani che a Miami hanno comprato uno Swatch solo dopo che hanno osservato l’interesse sul prodotto che avevamo noi italiani.
Il mio amico che ha una bancarella al mercato, paga sempre il caffè agli amici che fingono di fare mucchio sulla sua merce.
Ed un mio amico buttafuori si è trovato a firmare autografi, solo perchè, mentre accompagnava Eros Ramazzotti attorniato da fans, aveva scritto a penna su un foglio il proprio numero di telefono per darlo ad una ragazza.
Mi fermo qui: di cose me ne stanno venendo fuori pure troppe.

Detto questo, non so come finire questo scritto.
Non so se essere triste o superiormente divertito.
Le tecniche di condizionamento all’acquisto saranno sempre più sofisticate e capaci di mutare i nostri percorsi mentali.
Nel frattempo ci accorgiamo che i prodotti stessi che acquistiamo stanno contribuendo a trasformarci anche fisicamente.
Infatti, secondo uno studio apparso sul National Geographic, a causa dell’uso smodato dei telefoni cellulari, il pollice delle mani si sta evolvendo, sviluppando nuove capacità di movimento.
I pollici attualmente piu’ evoluti sono quelli dei ragazzi giapponesi.
Mi viene da dire: beati loro.

Rimini, 26 gennaio 2003

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Puzza

vorrei condividere una riflessione della mia amica anna barbara del politecnico di milano.
ecco uno stralcio della mail che mi ha spedito.

………. lo sai che se sei uno specialista di odori ti chiami “naso”?
è una roba pazzesca.
perchè alcune cose sono in mano (in questo caso nel naso) di cinque persone..
ad esempio chanel ha si e no 7 nasi.
per il gusto talvolta è uguale.
pensa che l’acquedotto di pechino è tutto in mano ad una signora vecchissima che assaggia ogni giorno l’acqua e dice se è buona o meno.
attenzione:
non dice se è potabile.
dice solo “sì, oggi l’acqua si può bere”.
e venticinque milioni di cinesi aprono il rubinetto e bevono.
poi il giorno dopo dice “oggi l’acqua è una schifezza”.
e tutti giù a comprare al supermercato acqua in bottiglia.
già tutti sono in panico per quando la signora ching morirà: come sostituirla?
io ambirei ad essere una così,
che poi un giorno mi sveglio e dico
“ehi, signori milanesi oggi non si respira perchè l’aria puzza”,
e giù tutti con le bombole.
poi un altro giorno dire:
“ehi gente, oggi bisogna stare con gli occhi chiusi che c’è troppo grigio intorno” ……………

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Eventologia

Dopo i fatti dell’11 Settembre, il numero degli iscritti al corso di lingua e cultura Islamica alla facolta’ di Scienza Politiche di Bologna e’ decuplicato (da 5-6 a 50). L’aula in cui si tengono le lezioni e’ affollatissima ogni giorno e molti studenti si siedono per terra.
(fonte: C@C@O quotidiano).

Questo dato, chissà perchè, mi fa venire in mente che la gara di gran premio di formula uno più vista della storia, è stata quella successiva alla morte di Ayrton Senna a Imola.

La cosa non dovrebbe stupirmi: i pubblicitari ci hanno insegnato che per scatenare interesse, ci vuole l’evento.

Oggi, parlando di cosiddette nuove professioni, esiste anche quella di eventologo.
Ovvero colui che pensa e inventa eventi.

Spero di non essere frainteso se concordo con l’affermazione che il fatto successo l’11 settembre è stato un evento di rara perfezione.
Stessa cosa per tutto quello che è successo e sta succedendo da lì in poi, da parte dei terroristi.
E’ qualcosa di strepitosamente studiato: Bin Laden sta applicando, verso un suo piano diabolico, le tecniche di strategia e marketing che da giovane ha studiato all’università e che poi ha praticato nel mantenimento del suo impero economico.

Se l’obiettivo è l’attenzione, sia ai fini della fidelizzazione verso un prodotto, che a quelli di generare terrore e psicosi collettiva, stiamo imparando, se già non lo sapevamo, che le strategie cambiano poco.

Guardandomi in giro, chiacchierando con gente, passeggiando per strada la sera, frequentando amici, mi sembra però che di eventi ne sentiamo poco la mancanza.
In questi giorni mi sto interrogando se è addirittura cambiata la nostra percezione di evento.
Sentiamo semmai bisogno di normalità.
Qualcuno potrebbe dire che sta andando così da un bel pezzo.
Ma sento che mi fa bene ripeterlo a me stesso.
Soprattutto quando torno il sabato sera a casa e non ho nulla di clamoroso da raccontare.

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Profumo

a proposito di guerra batteriologica…

è sicuramente un periodo delicato.
oggi, ciò che apparteneva alla fantascienza e fantapolitica, sta diventando un reale allarme.
la guerra batteriologica è possibile.
incredibile.

nelle mie divagazioni, mi è venuto in mente il mio amico Salaam.
Salaam è un maestro profumiere arabo che vive nell’entroterra di Rimini.
è una persona di grande cultura, simpatia ed intelligenza.
un giorno mi ha parlato del profumo politico.

lui parte dal presupposto che per ottenere il consenso politico, sempre più si muoveranno capitali da parte delle varie organizzazioni politiche e lobby di potere.
e la parte del leone lo farà il marketing.

“se è vero che il marketing moderno ammette che gli stati affettivi ed emozionali sono la chiave della scelta, il marketing politico non cercherà di comunicare delle idee, perchè l’idea è il prodotto, bensì emozioni gratificanti che convincono a sentirle proprie”.
da qui Salaam ha puntato l’attenzione sul marketing olfattivo.

“il naso è, a nostra insaputa, al centro del nostro sistema nervoso.
è parte integrante del sistema Limbico, dove si elaborano le nostre emozioni primordiali e dove risiede la nostra memoria olfattiva che ci predispone a determinate risposte comportamentali.
esiste un vero linguaggio degli odori che può essere utilizzato per comunicare direttamente al centro del sistema nervoso delle persone in modo più convincente di certi discorsi”.

a pensarci bene, con questa ipotesi si sta solo spostando la valutazione politica su un piano culturale ed emozionale.
d’altronde c’è chi per ottenere consensi si è comprato una squadra di calcio.

uno dei principi di base della psicologia olfattiva cita: la cosa che emana buon odore è buona in sè.

e se ci fosse un partito politico che avesse il suo profumo?

è utile ricordare che non esistono ancora leggi che regolamentano l’uso degli odori a scopi pubblicitari, il che autorizza ad utilizzare tutte le tecniche di marketing olfattivo, incluse quelle subliminali…….
con il profumo politico non esisterebbe più, per il partito, il problema dell’acquisto di spazi pubblicitari.
e poi nessuna legge impedisce, finora, ad un veicolo di diffondere un profumo, anche se è il profumo di un partito.

ma un profumo, un odore, può riuscire davvero ad essere un logo efficace?
se così fosse, proviamo a pensare che effetto feed-back otterrebbe se venisse diffuso allo stadio subito dopo il gol della squadra del cuore, oppure durante l’esibizione del nostro cantante preferito.

in un periodo in cui la nostra paura si riflette nello spettro della guerra batteriologica, non mi fa certo scandalo pensare a stati di assuefazione da profumo.
chissà se avremo città olfattivamente inaccessibili.
chissà se saremo costretti a sedute di ipnosi al fine di riuscire a non cedere alle tentazioni di un profumo che potrebbe farci votare bertinotti, quando magari siamo simpatizzanti della lega.

ps.
salaam ha un suo sito web: www.profumo.it

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Ombra zero

I temi di interesse oggi non sembra siano più le potenzialità muscolari del progresso, ma le zone sensibili dell’individuo“.

Magari qualcuno c’era già arrivato, ma leggendo il concetto qui sopra riportato, mi sono particolarmente identificato.
come dire, avrei voluto scriverlo io.
La frase l’ho pescata, tra le tante bellissime pagine, dal libro “Storie di architettura attraverso i sensi” (ed. Bruno Mondadori).
E’ un libro dal taglio grafico innovativo (unisce sapientemente testo e immagini).
L’ha scritto Anna Barbara, un’architetto (la enne va con l’apostrofo perché in questo caso il sostantivo é femminile, pappappero).

Il libro é diviso in capitoli.
L’ultimo é intitolato OMBRA ZERO (ho cominciato a leggere da qui).
Parlando di Ombra Zero si é toccata la sensazione che viene prodotta attraverso la bidimensionalità dei grandi schermi, dell’architettura delle semplici facciate, delle specchiature degli edifici….
Bidimensionalità tipica “delle metropoli open 24 hours, dove il tempo e gli eventi umani e sociali ad esso connessi, sono scanditi dalla comunicazione.”
Più che creare architettura, produce tipologie emozionali riproducibili e vendibili ovunque“.

E’ meglio che mi fermi qui: rischierei di aggiungere commenti miei e quindi distruggere un testo affascinante.

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Moulin Rouge

Qualche settimana fa ho visto il film Moulin Rouge.
Dalle brevi mini recensioni lette sui vari opuscoli, del tipo “Stasera al Cinema” o altri, avevo inteso fosse un film biografico sulla vita di Toulouse Latrec, raccontata attraverso gli occhi di una ballerina.
Niente di tutto questo.

Moulin Rouge è un’esperienza allucinogena, una vera emozione piena di citazioni ed idee.
E’ un vero e proprio manifesto filosofico della vita bohemienne.
Gli ingredienti sono vari: la sensibilità poetica, l’assenzio, la ricerca di nuove esperienze, la cinicità del piacere……

Concepito come un musical, la musica presente in Moulin Rouge è un’insieme di trovate geniali.
Passando in un batter d’occhio dal Can-can a Elton John, fino ai Nirvana, il filo conduttore non è stato il genere, ma il sentimento comune, nell’arte dell’ultimo secolo, dello spirito bohemienne.
Una way of life di efficace fascino, ma poco sfruttata nel cinema, così come nella pubblicità e nella comunicazione (sarebbe bello chiedersi perchè).

Ma le trovate geniali, così come per la colonna sonora, hanno riguardato anche gli effetti scenici e digitali-cinematografici, che hanno subito lo stesso trattamento: tutto insomma è stato come mixato.

Si può arrivare a pensare che Moulin Rouge sia una pellicola che, chi l’ha girata ed interpretata, sia riuscito a capire di che si trattava solo dopo l’uscita del film, ovvero solo dopo che il regista (lo stesso di Romeo & Juliet) ha fatto i suoi copia-incolla, campionamenti e casini vari.
E’ il film che avrebbero potuto girare Fat Boy Slim, Howie B. o i Chemical Brothers.
Bisogna trovare un nuovo termine per definire “il lavoro” che su Moulin Rouge ha svolto il regista.
Secondo me è la stesso “lavoro” che sta cercando di portare avanti una parte del mondo della moda e la parte più efficente e viva del mercato del divertimento.
Dare un nome a questo fenomeno artistico può essere interessante ed utile.
Almeno sapremo finalmente dove bussare quando vorremo procurarci un’esperienza emotiva di una certa qualità ed innovazione.

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Internet è utile?

ho ricevuto e volentieri inoltro.

Negli Stati Uniti, un disoccupato sta cercando lavoro come uomo delle
pulizie alla Microsoft.
L’addetto del dipartimento del personale gli fa fare un test (scopare il
pavimento), poi lo intervista e alla fine gli dice:”Sei assunto, dammi il
tuo indirizzo di e-mail, cosi’ ti mando un modulo da riempire insieme al
luogo e la data in cui ti dovrai presentare per iniziare.”
L’uomo, sbigottito, risponde che non ha il computer, ne’ tantomeno la posta
elettronica.
Il tipo gli risponde che se non ha un indirizzo e-mail significa che
virtualmente non esiste e quindi non gli possono dare il lavoro.
L’uomo esce, disperato, senza sapere cosa fare e con solo 10 $ in tasca.
Decide allora di andare al supermercato e comprare una cassa di 10 chili di
pomodori.
Vendendo porta a porta i pomodori in meno di due ore riesce a raddoppiare
il capitale, e ripetendo l’operazione altre 3 volte si ritrova con 160$.
A quel punto realizza che puo’ sopravvivere in quella maniera, parte ogni
mattina piu’ presto di casa e rientra sempre piu’ tardi la sera, e ogni
giorno raddoppia o triplica il capitale.
In poco tempo si compra un carretto, poi un camion e in un batter d’occhio
si ritrova con una piccola flotta di veicoli per le consegne.
Nel giro di 5 anni il tipo e’ il proprietario di una delle piu’ grandi
catene di negozi di alimentari degli Stati Uniti. Allora pensa al futuro e
decide di stipulre una polizza sulla
vita per lui e la sua famiglia.
Contatta un assicuratore, sceglie un piano previdenziale e quando alla fine
della discussione l’assicuratore gli chiede l’indirizzo e-mail per
mandargli la proposta, lui risponde che non ha il computer ne’ l’e-mail.
“Curioso-osserva l’assicuratore-avete costruito un impero e non avete una
e-mail.
Immaginate cosa sareste se aveste avuto un computer!!!!”
L’uomo riflette e risponde “Sarei l’uomo delle pulizie della Microsoft”

*Morale n: 1: Internet non ti risolve la vita

*Morale n: 2: Se vuoi essere assunto alla Microsoft, cerca di avere una
e-mail
*Morale n: 3: Anche se non hai una e-mail ma lavori tanto puoi diventare
miliardario

*Morale n: 4: Se hai ricevuto questa storia via e-mail hai piu’
possibilita’ di diventare uomo delle pulizie che miliardario

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Il Reverendo Playstation 2

La trasmissione radiofonica Golem (Radio Uno alle 8:40) la settimana scorsa ha toccato la notizia del reverendo PS2.
Si tratta del ventitreenne Carl Lindley di Manchester .
Chiamato “reverendo” pure dagli amici, il tipo ha deciso di consacrare proprio alla mitica consolle un tempietto nel suo giardino.
Interpellato da The Sun, il portavoce della Sony ha motivato il tutto con “gli effetti incontenibili dell’entusiasmo dei fans”.

Sono d’accordo con quello che viene scritto sul sito web di Golem, ovvero che “gli elementi per il racconto mitico di un nuovo culto nato attorno a mode e culture giovanili, ci sono tutti”.
E che se è vero che questa è una di quelle ” notizie dirompenti che vivono il tempo della loro messa on line”, è anche vero che, come moltissime altre, “nella teoria dell’agenda setting sono le notizie che hanno una mortalità precoce”.

quindi n°1
quindi, esistono una marea di persone che girano e spugnettano (come diciamo noi in romagna) continuamente in rete.

quindi n°2
quindi lo scenario presenta tantissimi vuoti redazionali, poi da ricolmare subito dopo.

e siccome
e siccome sono presenti migliaia di portali web di informazione e curiosità, nonché vari notiziari (sia tv, che cartacei) assolutamente disposti ad accogliere ed ascoltare

quindi n°3
quindi, ci sono un sacco di possibilità di avere la tua notizia subito diffusa.

quindi n°4
quindi è ovvio che la notizia del reverendo PS2 diventi una notizia di diffusione mondiale.

quindi n°5
quindi è anche ovvio che il giorno dopo, se non scappa fuori un cardinale PS2, il reverendo se ne può tornare da dove è venuto.

domanda:
c’è almeno un quindi sbagliato: quale? quali?

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Holly e Benji

Avete presente HOLLY & BENJI?
Dai, quel cartone animato giapponese che parla di quella squadra di calcio formata da ragazzini …
Beh, se lo odiate, c’é un modo per scardinarlo pezzo per pezzo.
Come?
attraverso questa attenta e pignola analisi pescata su un newsgroup di patiti della salsa (il ballo latino-americano).

QUANTO E’ LUNGO IL CAMPO DI HOLLY & BENJI?

Allora: per trovare la distanza a cui vediamo l’orizzonte, basta scomodare
il teorema di Pitagora.
Il raggio della terra vale 6327 Km;
l’altezza dell’osservatore facciamo che sia 1,70 m.
(anche se parliamo di giapponesi).
Sia dunque x la distanza fra l’osservatore (Benji) e la linea
dell’orizzonte.
E’ facile notare che x e’ uno dei due cateti di un triangolo rettangolo;
l’altro cateto congiunge l’orizzonte col centro della terra,
quindi é lungo quanto il raggio della terra stessa, mentre l’ipotenusa
congiunge il capoccione (vuoto) di Benji col centro della terra, e
misura dunque Km 6378+0,0017.
Quindi, indicando con ^2 il quadrato e con SQR la radice quadrata:
x = SQR(6378,0017^2 – 6378^2) = 4,66 km
Bene: la distanza a cui uno di 1,70 m vede
l’orizzonte e’ di circa 4,5 km.
Tenuto conto che la porta compare quando un giocatore e’
piu’ o meno sulla tre-quarti campo, il campo e’ lungo, circa……
18 km!!!!!!!!
Ok ok, fin qua ci siamo, ma ora ci si potrebbe porre la domanda:
a che velocita’ media corre Holly, o Mark, o Julian (e questo spiegherebbe
perche’ sto povero malato di cuore non riesca mai a concludere una
partita), e cosi’ via per riuscire a farsi tutti i 18 km del campo
nel poco tempo di un azione?
Per_ i giapu non sono pirla, e infatti una partita dura anche 5 o 6 puntate
di mezz’ora l’una, quindi, contanto che un maratoneta corre i fatidici 42
km in poco più di due ore e che ci sono sempre solo quattro o cinque azioni
per partita, più o meno i conti tornano…più o meno, perchè poi ci
sono altre cose che non vanno…
Tipo quando ogni tanto fanno le riprese dall’alto del campo, che sembra di
dimensioni normali…a meno che siano delle foto dal satellite…
No, la domanda e’ un’altra….hai presente quando Holly dalla sua area
tira una mina che attraversa tutto il campo (18 km), buca la rete e sfonda
pure il muro?
A che velocità viaggia la palla?
Anche considerando che ci mette una ventina di secondi ad arrivare
in porta, dovrebbe viaggiare a più di 3000 km all’ora!!!
Alla faccia di Mihajlovic!
Ma in Giappone li fanno i controlli antidoping? E se si’:
quanti altri kriptoniani sono scampati all’esplosione? (spero pochi,
perche’ quelli vivi son tutti qui di fisso….cacchio arrivano sulla
Terra e diventano immortali….sara’ mica il paese della cuccagna?
Chi volete che sia cosi’ fesso da non venirci?)
E poi ancora:
– Che schema usano per occupare tutto il campo?
L’1-1-1-1-1-1-1-1-1-1?
– In cosa consiste la tecnica del contropiede?
– Come fa l’anziano della difesa a chiamare il fuori gioco, spara un razzo
in aria?
– L’arbitro gira per il campo in moto? E se investe qualcuno? E se gli
finisce la benza? E se estrae il cartellino rosso mentre va a 80
all’ora con tutti i carabinieri li’ intorno?
– C’è l’autovelox che lo multa ogni volta che supera i 50 all’ora?
– Per fermare il gioco cosa usa, la tromba?
– Per fermare un giocatore lontano gli spara?
Alle gambe o “purche’ lo fermi”?
– Se un tifoso fa invasione di campo quando lo ripigliano?
– Se un giocatore resta a terra non rischia di
creparci prima che qualcuno lo veda?
– Come cacchio si fa a fare ostruzione?
– A fine partita gira l’autobus per il campo o i
giocatori se la devono cavare da soli?
– I guardalinee usano una vela per le segnalazioni? E quando devono
mettersela tra le gambe per segnalare i rigori?
– Se uno segna, dall’altra parte del campo come lo scoprono?
– Se uno attraversa tutto il campo palla al piede, scarta tutti, scarta
anche il portiere e, giunto davanti alla porta vuota, dopo stimiamo
un paio d’ore di corsa, la butta fuori, cosa fa, si spara?
Si butta sotto la moto dell’arbitro? E quando scopre che la
partita era gia’ finita da mezz’ora (e che c’era pure stato l’intervallo)?
– Se in una partita c’e’ piu’ di una rete passa alla storia?
– Se un giocatore chiamato dall’arbitro scappa via per non farsi
riconoscere organizzano una squadra di ricerche?
– Se uno perde palla sotto porta dopo azione continuata (tre quarti
d’ora) della squadra cosa gli fanno? Vivisezione?
– Quando devono fare un cambio mandano le frecce tricolore ad avvisare?
– Per trasmettere la partita in TV, la riprendono dall’elicottero
(come al giro d’Italia)?
– Da quanti anelli sono composte le tribune?
– Gli ultra’ si menano ugualmente o sono troppo lontani?
– Ora che ci penso….E SE CI FOSSE LA NEBBIA?

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Gattini bonsai

La scorsa settimana, la trasmissione radiofonica Golem (la mattina su Radio Uno) ha trattato l’argomento dei gattini bonsai.
Per dirvela in 2 parole, un bontempone del MIT, la famosa università del Massachussets, ha creato un sito in cui si vendevano piccoli micini, costretti fin da piccoli a vivere all’interno di piccoli contenitori di vetro (per chi vuole particolari, lo rimando al sito di < radio.rai.it/radio1/golem >).
Attorno alla burla, l’ottimo conduttore Nicoletti ha approfondito il ruolo dell’informazione via internet, soprattutto alla luce del fatto che alcuni giornali, vedi Il Messaggero, hanno pubblicato la notizia come se fosse vera, senza nessuna verifica.

A me la vicenda ha colpito.
Internet viene continuamente percepita come un mondo a sé che condiziona l’operato degli esseri umani.
Mi spiego…
Ciò che succede su internet sembra che non capiti per opera degli uomini, ma soprattutto per le opportunità che offre lo strumento della rete.
Se si può ritenere vero che su internet un necrofilo può tranquillamente acquistare un cadavere, ciò che fa notizia e colpisce é la rete ed i suoi lati oscuri.
Sulla vicenda dei gattini, sono stati ancora messa sul tavolo della discussione i pro e contro di internet.

A questo punto mi chiedo: chissenefrega?

 

 

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Assenzio

C’é un universo dietro alla canzone che mi è più piaciuta a San Remo (arrivata ultima).
Si tratta del brano dei Bluvertigo, intitolato “l’assenzio“, il cui testo vi consiglio di ascoltarlo molto attentamente.

Prima di tutta l’assenzio: cos’é?
Prendendo spunto da un articolo apparso mesi fa sulla rivista Virus, l’assenzio é un liquore estratto dalla omonima pianta.
Chiamato “la fata verde”, per i suoi effetti allucinogeni, l’assenzio é stato bandito agli inizi del seguito in Francia ed in gran parte dell’Europa.
Denso di fascino bohemienne parigino, l’assenzio é stato uno dei più raffinati sballi degli artisti: da Rimbaud a Van Gogh, da Baudlaire a Oscar Wilde, da Hemingway a Voltaire.
Tra l’altro, oggi sembra essere riscoperto negli ambienti top londinesi.

Si consuma attraverso un rituale sofisticato: su un cucchiaino forato e pieno di zucchero si versa il liquore, si dà fuoco allo zucchero lasciandolo caramellare e poi si versa in un bicchiere con l’eguale parte d’acqua.

Sempre la rivista Virus, racconta di Eminem che ha brutalmente protestato per il rifiuto da parte del barman del terzo bicchierino.
Infatti, a Londra l’assenzio é permesso solo in quantità limitata: due dosi.

L’assenzio vive di fascino poetico.
Resta inteso, che é un’autostrada verso la follia.

Tornando ai Bluvertigo…
Avete presente il bellissimo ritornello del brano?
“fanno bene, fanno male; sto bene, sto male”…

E poi i vari altri passaggi, tra cui:
“in fondo se perdi il controllo, non fai niente di male”…

Ma soprattutto bellissimo é il finale, dove Morgan, il cantante, urla:
“far bene fa male.
fate male state bene.
invece io faccio bene e sto male”.

Quindi…
Quindi l’assenzio, come simbolo di ogni “elisir” che produce stati alterati.

Domanda: siamo forse di fronte al primo inno verso la riduzione del danno?

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Elogio del silenzio

Mi ha colpito questa storia del silenzio.
L’ho colta attraverso la recensione di un libro di Garret Keizer: “la storia del rumore”.

Forse dobbiamo cominciare a cercare veramente il silenzio.
E’ forse l’unica stada per farci apprezzare (e quindi ascoltare) il casino che abbiamo intorno.

I Sumeri ci hanno tramandato una versione un po’ strana dell’Arca di Noè: gli dei, non potendo prendere sonno, provocarono il diluvio universale per punire l’umanità responsabile del frastuono.

Lo sviluppo della civiltà ha portato ad un aumento del rumore.
Oggi c’è chi parla di livelli insopportabili.
E la storia del rumore è legata in parte anche alla storia della mobilità.
Pensate a quanta gente si trasferisce per sfuggire dal casino.
E muovendosi, sfiga vuole, lo ritrova sempre….. giusto il tempo di osservare un luogo silenzioso diventare mano a mano rumoroso.

Rimini, 2001

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Architetture deboli

Attraverso un’intervista pubblicata su Il Manifesto di qualche settimana fa, ho avuto modo di conoscere Moreno Ferrari, stilista cinquantenne spezzino, che ha lavorato per CP Company, il Gruppo Finanziario Tessile ed altre importanti aziende.
Nella moda, Ferrari è conosciuto anche come uno sperimentatore che ama interagire con le nuove frontiere dell’arte contemporanea.
Nelle sue collezioni più recenti, ha presentato una mantella che diventa una tenda ed un’altra che si trasforma in amaca da appendere ad alberi o lampioni; un giaccone che può diventare una poltrona o un materassino; un impermeabile che si trasforma in piccola serra o in un pensatoio dove coltivare pensieri; uno zaino gilet; uno zaino cuscino; una mantella che può diventare un aquilone…..
La sua è una frontiera verso un’architettura leggera, debole, da indossare o portarsi appresso.
E’ un confine tra abito e oggetto.
Il suo è come un lavoro sul corpo che si modifica e si trasforma in corrispondenza alle necessità di movimento.

Certo, parlare di necessità di movimento in questo periodo, è un po’ andare controcorrente.
Blindarsi in casa e immobilizzarsi sembra essere il più giusto atteggiamento, ovvero quello che garantisce la migliore idea di sicurezza.
Però, su questo aspetto della sicurezza, è curiosa la considerazione di Renzo Piano, il quale ha notato come nella strage delle due torri si sia salvato proprio chi ha trasgredito la vecchia regola dello stare immobili al proprio posto.

Con una forzatura creativa, l’architettura debole può essere pensata come strumento per non cedere alla paura, per uscire dal bunker.
Moreno Ferrari la definisce debole perchè duttile e lunatica, legata alle emozioni del fare quello che ti va in questo o quel momento.
Tutto il contrario dell’uniforme, indossata da chi opera al servizio di un preciso compito.
Forse, con l’architettura debole stiamo affrontando il prototipo dell’anti-uniforme.
D’altronde, nel nostro comune pensare, l’uniforme è sicurezza.

Ma chi indossa un’uniforme?
Il manovale ha un’uniforme, così i medici e i tranvieri, ma anche i gelatai ed i manager della City.
E ovviamente le forze dell’ordine hanno l’uniforme.
E anche chi combatte le uniformi ha un’uniforme.

A questo proposito mi piace pensare agli scontri a Genova.
C’era da una parte la polizia, con l’uniforme, dall’altra i dimostranti.
Ovvero i Black Bloc (tutti neri con cappucci ed anfibi), le tute bianche e poi gli altri (quelli con i caschi del motorino, le armature di gommapiuma, i dread locks, piercing e tatuaggi).
In mezzo i fotografi, con le loro borse a tracolla, le macchine appese al collo ed i gilet con tante tasche….
Mentre nella zona rossa i big della politica con i loro completi sartoriali…..

Tutto ciò che indossiamo è un’uniforme?
Faccio fatica ad accettarlo.
Se così fosse, indossare significherebbe (oltre che appartenere, identificarsi, condividere, etc) soprattutto rifugiarsi dalla paura.
Se così fosse, chi ci potrà liberare?
Forse le architetture deboli, con le quali impareremo ad indossare per fare, piuttosto che per essere?

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Semplici incursioni televisive

Dalla newletter “nadir notizie” (http//web.tiscalinet.it/nadir_ong), ho ricevuto giorni fa l’info che Gabriele Paolini ha deciso di smettere con le incursioni televisive.

Come sarebbe a dire: chi è Gabriele Paolini?
Stiamo parlando di quel tipo alto, moro, capelli lunghi, con gli occhiali, che dal 4 gennaio 1997 si posiziona dietro al malcapitato giornalista inviato tv, per mostrare profilattici, cartelli con scritto pace, o semplicemente farsi inquadrare.
Ha preso a volte calci, pugni, nonché parecchie ingiurie da Emilio Fede ed è riuscito persino a consegnare un preservativo al Papa (questa l’ho letta, ma non la sapevo).
Paolini si dichiara orgoglioso di essere finito nel libro dei Guinness 2002 come primatista mondiale del presenzialismo in televisione: dal ’97 al 2001 le sue apparizioni sarebbero state 18 mila 765, con 80 denunce penali di cui, precisa, ”non ne ho persa neanche una, nè sono andato a finire in un ospedale malgrado le tante perizie psichiatriche che sono stato costretto a subire”.

La scelta di smettere di Paolini non ha nulla a che fare con una conversione.
Il tipo promette nuove battaglie, condotte però con strategie diverse.
Ma attenzione alle sue parole: ”Continuerò a comparire nelle trasmissioni che mi inviteranno e che mi pagheranno con regolare contratto -dice- ma soprattutto presenterò una megadenuncia elencando le situazioni in cui in tutti questi anni sono stato chiamato da programmi, anche importanti, per fare finte incursioni senza regolare contratto”.
Incredibile.

Ragionando sulla cosa, mi piace porre la seguente domanda: che differenza c’è tra l’incredibile Paolini e Marina, Salvo, Flavio, Lalla, etc. del grande Fratello?
Spieghiamoci.
Quelle che lui chiama “incursioni televisive”, hanno comunque prodotto un personaggio.
Stando alle sue parole, un personaggio addirittura ambito dalle trasmissioni tv.
Per fare che cosa?
Semplicemente per impersonificare lo stesso incursionista stramaledetto da Fede.
Per i partecipanti de Il Grande Fratello è un po’ la stessa cosa: continue presenze nei programmi clou al fine di rappresentare ciò che erano nella Casa.
In poche parole, semplicemente incursioni televisive da parte di chi, apparentemente, non sa far nulla di televisivo.

Fare televisione significa non necessariamente saper recitare, saper ballare, saper cantare.
Su questo c’è un dibattito aperto e qualcuno si è ufficialmente scandalizzato.
Io ho le idee molto confuse.
Per aiutarmi, ho anche provato a ragionare su Paola Barale.
Paola Barale è sicuramente un personaggio televisivo top.
Paola Barale sa fare televisione.
Eppure ….
E le idee mi sono rimaste confuse.

Allora ho provato a ragionare sulle Veline.
E mi sono emozionato.
Antonio Ricci ha inventato le Veline per prendere in giro quelle che, prima del loro avvento, erano come le Veline.
Ovvero personaggi televisivi con il “solo” merito di fare presenza televisiva.
Le Veline ballano, ma non sono famose per quello.
Ridono, scherzano e sono simpaticissime, ma ciò non può giustificare la loro fama.
E allora?
Allora ancora una volta ha vinto il mezzo televisivo: infatti, dopo il successo, le Veline hanno legittimato il “genere”.
Un po’ come il grande Enzo Braschi, che ha inventato il personaggio del “paninaro” per prendere per il culo la categoria, e si è trovato ad esserne il leader.
Per dirla tutta, c’è chi addirittura pensa (forse non a torto) che senza le Veline, l’audience di Striscia sarebbe inferiore.
E magari ha ragione.
Che casino, che ingarbugliamento, …. che emozione.

In tutto questo discorso, mi permetto solo di fare una distinzione.
Tra chi è consapevole o meno.
Per questo Antonio Ricci è un genio.
Ma forse, anche Paolini non è solo uno scemo: “Dal mio punto di vista la Rivoluzione è vinta. Sono riuscito a mettere a nudo la tv, incapace di mettere a punto un sistema di contrasto efficace nei miei riguardi. Volevo smascherare il potere enorme della televisione strumentalizzandola e facendomi, a mia volta, strumentalizzare. Ma d’ora in avanti, sono sicuro, mi divertirò di più”.

Rimini, 21 gennaio 2001

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